The Harp of David
cultura filosofia società politica diritti umani scienza arti varie

Distr.: 6.380 contatti - Anno I, Num. 8 - 15 novembre 2003

In questo numero:
 
Per una vita normale
  Prof. Bruno Di Porto, Sosteniamo la barriera difensiva
Per porre fine al conflitto
  Prof. Emanuele Ottolenghi, "The Fence" spiegata a chi non vuol comprendere
Stop terrorism
  Irwin N. Graulich, The Fence (english)
C'è un imam a Carmagnola...
  Viviana Ponchia, "E poi stragi in Italia". "Ma prima attaccheranno le vostre ambasciate"
...e un altro a Montecitorio
  Berlinguer: "E' resistenza l'abbattimento del Chinook USA"
Libri in primo piano
  Francesco Mannoni (a cura di), Ebraismo e Islam. Intervista a Piero Citati
All'Università di Siena, nel 1589...
  Gherardo Ugolini, Italiano, la prima cattedra nacque per gli stranieri
Totalitarismi
  Laura Banti, La storia delle vittime dei gulag pretende di essere raccontata
Lettere

La Redazione di The Harp of David si stringe intorno alle famiglie dei caduti per il barbaro attentato di Nassiriya e alle famiglie delle vittime degli attacchi terroristici in Turchia. A loro vanno il nostro pensiero e le nostre preghiere... ma ciò non basta: occorre una mobilitazione internazionale contro il terrorismo e i suoi sostenitori. Auspichiamo che l'Unione Europea ripensi la sua politica internazionale e si schieri compatta al fianco della coalizione, nel quadro delle indicazioni dell'ONU.

 
Per una vita normale

Sosteniamo la barriera difensiva

Prof. Bruno Di Porto

editoriale de Il Tempo e l'Idea, n. 18-19-20 settembre/ottobre 2003, anno XI 

Non è vittimismo. Rilevo anzi la rassicurante portata della reazione al sondaggio europeo in Italia. E' una veritiera immaginazione sullo scenario di un sondaggio europeo se Israele non esistesse. Non state a ricordarmi che la storia non si fa con i se. La storia non si fa con i se, eppure i se aiutano a capirla. Dunque se Israele non fosse esistita, qualcuno avrebbe messo nel sondaggio, oltre gli stati, le segrete potenze pericolose per la pace mondiale e una bella percentuale di europei, per non chiamare in causa il premier della Malesia, avrebbe indicato (come difatti soleva indicare) l'oscura potenza degli ebrei. Siccome c'è Israele, si indica Israele. A chi poi osserva che non è giusto condannare un paese in blocco, subito si risponde prendendosela con l'antipatico Sharon. Dicono che Israele è uno stato come gli altri e si ha il diritto di criticarne la politica senza dover essere accusati di antisemitismo. Perfetto, ma il fatto è che Israele ha la particolarità di essere uno stato che molti nel mondo non vogliono che ci sia, dicendo che la sua esistenza è un sopruso. I terroristi mettono in atto questo punto di vista, ammazzando a ripetizione i cittadini israeliani. Allora l'antipatico Sharon, per salvare il più possibile i suoi cittadini, ha deciso di costruire un muro, seguendo un'idea nata nella Sinistra israeliana. La differenza è che Sharon spinge il muro un po' di chilometri più in là all'altezza della striscia più vulnerabile dello strettissimo paese, per includere nel sistema di sicurezza gli insediamenti più vicini, che nemmeno Barak e nemmeno Rabin avrebbero potuto realisticamente disfare, tanto è vero che Barak restituiva il 93% o giù di lì dei territori ma non tutti. Quel 7 o 10% viene appunto incluso nel muro,a prefigurare un confine, ma lasciando aperte le chances al negoziato. Chi vive lontano e non deve ogni momento contare i suoi morti e i suoi mutilati, può non capire la necessità di difendersi, perché il mondo è fatto così, ma noi, che abbiamo qualche affinità con Israele, aderiamo all'appello in difesa della barriera difensiva, a fianco di non pochi amici non ebrei, che grazie a Dio capiscono anche per certi ebrei, quando questi, magari con le migliori intenzioni, faticano a capire l'entità del pericolo, come successe 60 anni fa.


Per porre fine al conflitto
 
"The Fence" spiegata a chi non vuol comprendere
 
di Emanuele Ottolenghi (Il Foglio, 12 novembre 2003).

Contrariamente a quel che dicono i variopinti e confusi manifestanti che si sono accaniti il fine settimana passato contro il cosiddetto "Muro della Vergogna" eretto da Israele per separarsi dai territori palestinesi, non c´è né muro né vergogna. Intanto non c´è muro: delle centinaia di chilometri che il sistema di difesa in costruzione dovrebbe coprire, solo 160 sono stati finora eretti e solo sette (quasi il 5 per cento) sono di cemento e ne assumono la forma vera e propria. Il resto è filo spinato e recinzioni metalliche leggere, rafforzate da strade di pattugliamento, sensori elettronici, postazioni militari di controllo e altri accorgimenti tesi a rendere difficile - gli israeliani sperano impossibile - l´infiltrazione di terroristi suicidi. Poi non c´è vergogna: il deturpamento paesaggistico e il prezzo che pagano i palestinesi a rimanere al di là del muro sarebbero reversibili se la leadership palestinese riconoscesse il fallimento dell´Intifada, accettasse che la violenza ha minato la causa palestinese e ritornasse al negoziato con Israele sulla falsariga della road map, che richiede lo smantellamento della struttura terroristica e una lotta efficace dei riformati Servizi palestinesi contro i terroristi. Il che non succederà fintantoché Arafat rimane al potere. Se si tratta di settimane mesi o anni dipende da molti fattori, ma soprattutto dalla sua salute. Il panorama corrente, visto che la biologia non è certo una strategia politica, continuerà dunque a essere dominato dalla barriera difensiva israeliana.
Gli israeliani sperano che la barriera serva a scoraggiare definitivamente i palestinesi. Chi si oppone al completamento della barriera lo considera "il muro dell´impotenza", come lo chiama qualcuno, perché ritenuto inefficace. Israele crea un nuovo fatto sul terreno, e per quanto lo presenti come temporaneo e reversibile, in Medio Oriente non c´è nulla di più permanente che il provvisorio. Quella barriera fomenterà altro odio, creerà rivendicazioni, incoraggerà altri al martirio. Ma, ribatte chi nel muro/barriera crede, gli impotenti sarebbero i terroristi una volta che il muro sarà completato. E con loro gli estremisti. Perché il miglior mezzo per sconfiggere il terrorismo, nel breve periodo, è il sabotaggio di chi lo pratica: occorre rendere impossibile la vita ai terroristi e creare ostacoli alla loro capacità operativa. Il che non esclude una battaglia politica per isolare gli estremisti nelle loro società. Ma almeno a breve le due cose vanno di pari passo. E chi sostiene la barriera in Israele crede che per il momento non ci sia nulla da dirsi coi palestinesi. Finiti gli anni del dialogo, gli israeliani a gran maggioranza non credono più alla possibilità di riconciliazione. La vogliono fortemente, ma non si fidano. Preferiscono una barriera, una siepe, o un recinto ai confini aperti della fiducia umana. Gaza lo dimostra: in tre anni, gli attentatori di Gaza sono rimasti a Gaza. Attaccano i soldati e le basi, i coloni e i convogli, gli insediamenti e le guardie. A Gaza. Da lì non escono. Perché c´è la barriera. C´era anche prima dell´Intifada. Ma allora i palestinesi non si lamentavano. Protestavano contro gli insediamenti o contro la mancanza di permessi d´ingresso in Israele per lavoro. O contro la chiusura del confine. O contro i posti di blocco. Non contro la recinzione a Gaza. Né lo fanno oggi. Non dà fastidio. E blocca gli attentati. In tre anni solo due assassini hanno eluso la sorveglianza israeliana: due cittadini britannici, venuti dalla fredda Albione per uccidere e morire, martiri della causa dell´Islam radicale. Son venuti insieme all´International Solidarity Movement, i movimentisti pacifisti no global che si lamentano degli abusi delle forze israeliane e usano i loro diritti di europei e americani per protestare contro l´occupazione. Se gli israeliani avessero avuto meno cura dei loro diritti forse avrebbero individuato i terroristi che si nascondevano tra gli ingenui. Ma ai signori dell´ISM importa solo dei diritti dei terroristi che si confondono tra di loro, non delle loro vittime. Così son venuti anche loro, due assassini di buona famiglia. Hanno sfruttato il passaporto europeo e la copertura delle anime belle del movimento e hanno ucciso (se qualcuno dubita della possibile contiguità tra terrorismo e movimentismo, guardi ancora e pensi due volte). Ma sono stati l´eccezione che conferma la regola: la barriera a Gaza funziona, gli altri non passano. Non male come impotenza. Tra l´altro nessuno ha sollevato l´obiezione, a Gaza, che la barriera sia un ostacolo alla visione di pace di due popoli in due Stati, della spartizione della terra e della demarcazione dei confini. Nei mille accordi immaginati, a Ginevra come a Stoccolma, a Taba come a Camp David, e chissà dove ancora, forse anche adesso, mentre scriviamo, tante volte è emersa la possibilità che Israele e Palestina si scambiassero territori.
La linea verde che demarca il vecchio confine del cessate il fuoco proclamato nel 1949 non è il confine internazionale. E´ un fatto provvisorio (e sulla provvisorietà mediorientale, vedi sopra). E se Israele si annettesse parte della Cisgiordania, la Palestina potrebbe ricevere territorio israeliano come compenso. Parte di quel territorio, nelle pragmatiche fantasie dei negoziatori di ambo le parti, poteva proprio essere a Est di Gaza (oltre che a Ovest, Sud e Nord della Cisgiordania), centinaia di chilometri quadrati di territorio sostanzialmente vuoto, certo desertico, ma facilmente irrigabile e arabile in tempo di pace. Manca l´acqua, ma quella manca dappertutto in Medio Oriente, e la soluzione alla mancanza d´acqua è nel Mediterraneo. Desalinizzato opportunamente per irrigare Gaza e dintorni, con impianti pagati dai dividendi della pace. In guerra ci si contende l´acqua. In pace, si unirebbero gli sforzi per trasformare la siccità in fertilità. E in tutto questo, nessuno mai sollevò il problema della barriera. Perché a Gaza, la barriera, in tempo di pace, si può spostare. E perché allora non si potrebbe far lo stesso in Cisgiordania, un domani in cui i giovani palestinesi che oggi sognano di lacerare le proprie carni per assassinare gli ebrei, sognassero invece qualcosa di infinitamente meno eroico, meno assassino, più borghese e banale, come una laurea, un lavoro, una casa, una famiglia, un mese di vacanze all´anno, una macchina e un videoregistratore? Dicono che è l´impossibilità di realizzare quel sogno che li trasforma in assassini. Ma allora perché non fanno lo stesso i guatemaltechi, i colombiani, i brasiliani, i russi e i liberiani, che sognano lo stesso, e sanno che il loro sogno mai si realizzerà? Perché ciò che ha ucciso il compromesso in Palestina non è l´impossibilità di realizzare l´ideale banale di una vita borghese, ma il costo che quella vita comporta, cioè la rinuncia di un altro, ben più potente e glorioso sogno, che non ammette né rinunce né compromessi.
Il vero ostacolo è la forma mentis. Il vero ostacolo a tutto questo quindi non è la barriera, perché, come dimostra Gaza, le barriere non impediscono di immaginare un accordo e di metterlo in atto se c´è la volontà politica: si possono erigere, ma anche smontare, o spostare, le barriere. Non sono nemmeno gli insediamenti l´ostacolo. Lo dimostra il recente accordo di Ginevra, che offre una soluzione non nuova al problema, ma che la dice lunga su quali sono le vere trappole sul cammino della pace. Ginevra sostiene che Israele deve lasciare una parte sostanziale degli insediamenti, annettendone invece altri che richiederebbero una compensazione territoriale ai palestinesi. Una volta evacuati, gli insediamenti non dovrebbero però essere smantellati. Una commissionem tecnica dovrebbe stabilirne il valore monetario e procedere a fare un inventario dettagliato delle proprietà. Una
volta quantificatone il valore, gli insediamenti diventerebbero parte del contributo che Israele darebbe ai palestinesi per assorbire i profughi e riabilitarli. Ecco dunque, il pragmatismo fantasioso che risolve con inventiva e ingenuità un problema che appare insolubile solo nel manicheo mondo degli slogan. Le villette a schiera che sparse sul territorio oggi mettono in dubbio la praticità di uno Stato palestinese contiguo, domani offrirebbero la prima casa del profugo palestinese che rientra in Palestina. Quel che oggi appare un ostacolo, diventa domani un vantaggio. No, l´ostacolo è la forma mentis che impedisce di riconoscere che una soluzione pragmatica sia non solo plausibile, ma anche l´unica soluzione possibile. E contro una forma mentis così radicata e inflessibile da sedurre non solo i giovani senza speranza dei campi profughi, ma anche i rampolli borghesi della penisola arabica e dei sobborghi delle città industriali del Nord Europa a sopraffare il naturale istinto di sopravvivenza per assassinare innocenti sconosciuti, solo una barriera può offrire una risposta. Se la disperazione è quel che li motiva (e se fosse quella la correlazione causale, tutto il mondo sarebbe tormentato dalla piaga dei terroristi suicidi, perché di disperati è piena la terra), forse la disperazione di non passare il muro li scoraggerà prima o poi. Chi sostiene il muro non si fa certo illusioni e non considera il muro la soluzione ideale. Ma la politica non è utopia, è l´arte del possibile. E il possibile viene realizzato quando si riconosce la differenza tra ciò che si vuole e ciò che è possibile, e si accetta l´occasionale impossibilità di colmare la distanza che li separa. La forma mentis che alimenta il conflitto oggi è incapace di riconoscere quella differenza. Una forma mentis alimentata da un´illusione, come scriveva due anni orsono Fuad Ajami sulle pagine della rivista Foreign Affairs: "In un raro allineamento, si erano presentati sul cammino di Arafat un presidente americano ansioso di far del suo meglio e un soldato-statista israeliano desideroso di offrire al leader palestinese tutto quel che Israele poteva dare - e anche qualcosa in più. Arafat rifiutò quel che gli veniva offerto e tornò immediatamente nella familiare saga del suo popolo: il massimalismo, l´incapacità di capire ciò che si può e ciò che non si può ottenere in un mondo di nazioni. Pensava lui di poter contare sulla `piazza araba´ e la sua sollevazione, per costringere la Pax Americana a soddisfare le sue pretese.
Avrebbe nuovamente guidato il suo popolo alla loro vecchia aspirazione di aver tutto, dal fiume al mare. Avrebbe dovuto saperlo, avrebbe dovuto conoscere gli equilibri di potere, è ragionevole supporre. Ma si annida ancora, nell´immaginazione araba e palestinese, l´idea, evocata dallo storico marocchino Abdallah Laroui, secondo cui `un certo giorno, tutto sarebbe stato obliterato e istantaneamente ricostruito, e i nuovi abitanti sarebbero andati via come per incanto, lasciando la terra che avevano devastato´. Arafat ben comprendeva il potere redentivo di quest´idea. Deve aver pensato che fosse più prudente cavalcare quest´idea, e che ci saranno sempre un altro giorno e un´altra offerta". Arafat tornò da Camp David osannato dalla folla. Non perché non aveva ceduto alla tentazione di una proposta non abbastanza generosa, perché generosa era e perché offriva spazio per ulteriori aggiustamenti, ma perché nel suo rifiuto categorico aveva riaffermato la dignità dell´illusione di una Palestina araba, dal fiume al mare, e conosciuto da tutte le nazioni della terra. E una volta che si saranno aperte 160 ambasciate a Ramallah, che ci sarà un distaccamento di guardie rivoluzionarie iraniane a Jenin e batterie di Katiusha a Qalqiliya, difficilmente Israele potrà intraprendere azioni militari contro l´infrastruttura terroristica che oggi, in qualità di potenza occupante, Israele può più o meno impunemente mettere in atto in Cisgiordania. Ben Ami non si fa illusioni, ma dice suadente che l´alternativa oggi è tra uno Stato palestinese amico e uno ostile. Un muro, seguito da un ritiro unilaterale israeliano, produrrebbe uno Stato ostile nel cortile di casa. Meglio trattare.
Il precedente discusso del Libano. Gli ribattono a sinistra i promotori del muro. Il muro deve essere il confine, prodotto dalla tragica constatazione che con i palestinesi non si può negoziare, ma che l´occupazione deve terminare. Il ritiro unilaterale dietro a una barriera difensiva risolverà molti problemi, anche se ne creerà degli altri. Il ritiro unilaterale dal Libano offre un esempio a entrambe le parti: chi osteggia una simile mossa, offre il Libano come dimostrazione che il ritiro del maggio 2000 ridusse la deterrenza strategica israeliana, non ha scoraggiato Hezbollah dal cercare lo scontro, ha dato ai palestinesi un modello da seguire per ottenere un simile risultato senza fare a loro volta concessioni. Se la violenza ottenesse ciò che la diplomazia aveva negato, Israele si ritroverebbe
senza territori e senza pace, costretto a trattare un accordo futuro da una posizione negoziale più debole. Ma chi cita il Libano dimentica un dato importante. Il confine libanese è stato, nonostante tutte le conseguenze negative appena citate, infinitamente più calmo di quanto fosse prima fosse facile evacuare gli uomini, come si fa a evacuare un sogno? Tutti questi patemi sono riflessi nelle opinioni apparentemente conflittuali degli israeliani. Secondo il sondaggio mensile del Tami Steinmetz Centre for Peace dell´Università di Tel Aviv, condotto a fine ottobre e disponibile sul sito dell´istituto, l´opinione pubblica vuole la pace ma non la ritiene attualmente possibile. Interrogati sulla possibilità di negoziati, il 71 per cento vuole un rinnovo del dialogo. Ma solo un quarto della popolazione approva la proposta di Ginevra e il 54 per cento è contrario. Soltanto il 7 per cento crede che la proposta abbia una chance di essere attuata. In quanto a chi l´ha firmata, poca la fiducia del pubblico. Solo il 18 per cento degli israeliani si fida di Yossi Beilin, mentre il 61 non lo ritiene in grado di difendere l´interesse nazionale. Quindi l´opinione pubblica sostiene la continuazione della barriera difensiva, e crede che il suo percorso debba riflettere gli interessi nazionali come definiti dal governo, non la linea verde come vorrebbero quelli che a sinistra sostengono barriera e ritiro. L´83 per cento degli intervistati sostiene la costruzione della barriera, ma solo il 19 insiste sulla linea verde, mentre il 63 crede che il tracciato debba essere determinato, unilateralmente, dal governo. E lo stesso 63 è convinto che la barriera costituirà un efficace strumento di dissuasione che ridurrà significativamente
gli atti di terrorismo e un altro 19 per cento che può prevenirli. Solo il 16 non crede che la barriera serva. Ma perché gli israeliani sostengono la barriera, in definitiva? Perché hanno paura. E che cosa temono, oltre che di saltare in aria su un autobus o al supermercato? Temono quello che sempre più esplicitamente, in maniera sempre più sfacciata ed esplicita, è il programma politico dei palestinesi e del movimentismo internazionale che li sostiene e osteggia la barriera. Essi temono lo Stato binazionale, l´abbraccio mortale della fratellanza de iure che si trasformebbe in un fratricidio de facto. Interrogati sulla possibilità che, senza una soluzione politica basata sul principio di spartizione e permanendo il controllo israeliano nei territori i palestinesi diverrebbero presto una maggioranza che trasformerebbe la terra contesa in uno Stato binazionale, il 67 per cento degli israeliani si dice spaventato. La paura attraversa destra e sinistra, religiosi e laici, cosa non sorprendente visto che solo il 6 per cento degli israeliani sostiene la soluzione binazionale, mentre il 78 la osteggia. Il perché non sorprende: l´86 per cento degli ebrei israeliani non crede che in uno Stato binazionale ebrei e palestinesi potrebbero godere di uguali diritti. L´80 per cento non crede possibile garantire la sicurezza della popolazione ebraica e il 66 non ritiene che una simile soluzione assicurerebbe la realizzazione dell´identità ebraica.
E ciò che colpisce nel sondaggio è che anche gli arabi israeliani la pensano così. Il 60 per cento condivide il timore che ebrei e arabi non godrebbero di eguali diritti, il 75,5 preferisce due Stati e solo il 7 si schiera a favore dello Stato unico. Gli arabi israeliani si dividono sulla questione se sia possibile garantire la sicurezza degli ebrei in uno Stato binazionale: 46 per cento di sì, 47 di no. In merito alla conservazione dell´identità ebraica, l´opinione pubblica araba non differisce significativamente: per il 53 per cento sarebbe impossibile farlo nel contesto binazionale, per il 39 sarebbe possibile. Ecco dunque lo scandalo del muro che sorge, tracciando un solco su una terra martoriata, deturpandone il paesaggio e infliggendo una ferita mortale ai sogni irrealizzabili del massimalismo. Si agitano a destra perché sanno che la barriera creerà di fatto un confine prima o poi, e con quello offrirà le premesse del ritiro israeliano e della rinuncia al sogno della Grande Israele. Si agitano i palestinesi, che vedono nel muro la fine del sogno della Grande Palestina, riunita dalla rivoluzione permanente, glorioso e sterminato cimitero di martiri assassini e delle fosse comuni delle loro vittime innocenti, guidata da chi ha speso la vita a distruggere invece che costruire. Si agitano gli agitatori professionisti che in nome dei diritti dei popoli, del romanticismo antimperialista e del terzomondismo antiglobale nascondono i terroristi e propagano uno stupidario di slogan che farebbe sorridere se non fornisse un paravento per l´odio. Si agitano i sognatori di Oslo in Israele e Palestina, e tutti i loro ben intenzionati sponsor, che mai hanno voluto rassegnarsi alla bruttezza della realtà, sempre aggrapmepandosi alle fantasie di una possibile svolta moderata in una terra traversata da estremi ed estremismi. Si agitano gli ambientalisti e i fautori della pietà, che piangono per il deturpamento del paesaggio, non capendo che è meglio vedere un muro dalla collina che esser sepolti sotto la collina di fronte a un bel panorama. Che nella romantica esaltazione della morte, hanno dimenticato la prosaica dignità della vita. In mezzo c´è Ariel Sharon. Sempre lui, grande vecchio della politica israeliana, enfant terrible, bestia nera di tutti, comodo spettro dell´Eurobarometro, orco degli stupidi, fantasma degli irresponsabili commentatori che preferiscono semplificare una storia intricata raccontandola come uno scontro tra buoni e cattivi, indiani e cowboy, vittime e carnefici, lupi e agnelli, parteggiando per gli uni o gli altri, senza capire che occorre prima di tutto compiangere entrambi. Sharon del Passo Mitla, ufficiale indisciplinato nella campagna di Suez. Sharon dei raid a Gaza, brutale ma efficace. Sharon dell´inesorabile marcia sul Cairo nel ´73, generale ingovernabile che vinse la guerra quasi perduta. Sharon che distrugge gli insediamenti nel Sinai e li costruisce su ogni collina della Cisgiordania. Sharon corrotto e Sharon statista. Sharon che invade Beirut senza quasi dirlo al suo primo ministro. Che viene allontanato dalla politica per le sue gravissime omissioni su Sabra e Chatila. Che ritorna quasi per sbaglio al potere e si reinventa come erede autentico di Ben Gurion e del vecchio laburismo che egli stesso aveva lasciato alle sue spalle all´indomani del ´73. E che ammutolisce la destra, accettando lo Stato palestinese, e castra la sinistra, i cui disillusi elettori votano per lui. Strano che su Sharon nessuno punti, quando tanti si aggrappano alla speranza che terroristi come Arafat, despoti come Mubarak, satrapi come Assad e torturatori patentati come Saddam possano nonostante tutto essere interlocutori di pace. Se si possono riformare quei professionisti della tortura, del terrorismo e della repressione politica, perché non si puó riformare Sharon? Già, strano, perché Sharon è prima di tutto un politico. E come tanti politici, sopravvive adattandosi alla realtà e cercando di cavalcarla. E quella realtà oggi lo costringerà prima o poi a scoprire le sue carte, a fare la storia o a diventare storia.
Quali carte mostrerà il premier israeliano? Potrà Sharon, padre degli insediamenti, distruggere il progetto che con tanta assiduità ha costruito per anni? Chi crede alle sue vaghe affermazioni di "dolorose concessioni" che lui sarebbe pronto a fare spera nella svolta pragmatica di Sharon: un momento gollista, che cambierebbe il corso della storia. Chi dubita però ha il conforto dei sondaggi. I palestinesi, se volessero genuinamente un accordo e un compromesso, potrebbero riconoscere finalmente la futilità della lotta armata, accettare che solo la politica può risolvere quanto la violenza non riesce a estorcere, ritornare al tavolo del negoziato, e costringere Sharon a mostrare le sue carte. E se è un bluff, c´è la democrazia israeliana, con le elezioni e il pubblico assetato di pace e tranquillità, che manderebbe Sharon a casa. Ma i palestinesi quell´accordo non lo vogliono. E non vogliono il muro perché sanno che quanto più ebrei e palestinesi si intersecano e si violentano reciprocamente con bombe, insediamenti, posti di blocco e fondamentalismo, tanto più impossibile sarà dividerli geograficamente e politicamente tra breve. Solo la barriera può dividere quanto la follia ha ingarbugliato. Israele oggi non lotta per perpetuare l´occupazione, ma per portarla a termine. Gli israeliani lo vogliono, vogliono uno Stato ebraico, e non vogliono perdere il sogno millenario che il sionismo seppe attuare. Ed ecco perché così tanti, di fede politica diversa, oggi in Israele sostengono la barriera. Perché come successe d´improvviso un giorno di maggio di tre anni fa, presto Israele si possa svegliare una mattina vedendo al televisore le colonne di truppe che ritornano a casa, finendo l´occupazione, riparandosi all´ombra di un muro, lasciando i palestinesi al loro destino. E che scandalo sarebbe, che schiaffo ai pasdaran liberali del pensiero unico in Occidente, se a far lo scandalo fosse lui, l´orco Sharon. Lo farà Sharon? Chissà. Ma l´opinione pubblica lo vuole. E quel che sembra impensabile oggi, quel che appare un sogno per tanti israeliani ormai e un incubo al di là della barriera, potrebbe diventare lo scandalo pragmatico di Sharon. Ritirarsi dunque e lasciare ai palestinesi la responsabilità di scegliere se vorranno continuare a spendere energie, risorse e vite a cercar di distruggere Israele o se invece optare per spenderle a costruire la Palestina. Preghiamo per lo scandalo allora. Altrimenti, prima che muoia questa generazione, morirà Israele, travolto dalla fantasiosa utopia dello Stato binazionale.



Stop the terror
The Fence
by Irwin N. Graulich*
 
How does the Arab world get "offended?" In virtually every way possible. Since honor and shame are among the two most important values throughout the Muslim world, and since 22 Arab nations together cannot defeat Israel or America in any battle or civilizational accomplishment, they have developed a totally new strategy. This novel "offensive" weapon is to get "offended" about everything. Israel and America have put virtually every Arab nation to shame. With world domination being the ultimate Muslim goal, both Christianity represented by America, and Judaism represented by Israel have become the Arab world's dominant masters.
Imagine, one billion Muslims not being able to destroy a tiny state located within their midst encompassing a few million Jews, many of whom learn in yeshivas all day. Yet these Islamic countries could not create a single democracy with comparable technological, medical or intellectual achievements. How embarrassing and shameful! So why was "a fence" necessary? Since cowards will not fight the IDF, their targets become innocent citizens whom they sneak up on. These macho Palestinians are obviously insulted that it only requires some concrete and metal wire to keep those "tough guy" Arab terrorists from blowing up school children on buses; or to make sure those "dangerous" Palestinian fighters do not blow up babies eating their first slice of pizza; or to stop the"heroic" Al Aqsa brigade members from detonating nail bombs laced with rat poison in front of pregnant women. So why was "offence" necessary? Israel responded to attacks and the Arab world finally realized that it could not defeat anyone except each other in a war. This reality has tremendously "offended" their macho honor. All the oil money, the vast numbers of soldiers and they are still pathetic losers every time. A few million Jews showed the world in several wars that Egypt, Saudi Arabia, Syria, Jordan, Iraq and Lebanon are truly made of... silly putty.
Therefore, because Israel and America have an undefeatable "offence," the Arab "offence" had to change from physical to verbal. Mohammed, that incredible warrior, must be spinning in his grave. Like little children, the Arabs now use lies and nasty words to insult, lie and win the fight.
Occupation, colonialism, imperialism, Nazi, Jihad and freedom fighter are just a few of the carefully selected tactical terms. Initially, Arab nations used the threatening phrase "to push Israel and the Jews into the sea." Now that they have lost their confidence and realize their inabilities, Israel must not be permitted to construct "a fence" on territory that biblically belongs to Israel, and Bible aside, was won by Israel in a war designed to destroy it. Initially, "offence" by the Israeli military (IDF) gets criticized no matter how moral or necessary, evidence Jenin. Now, "a fence" by the Israeli military gets criticized, no matter how moral or necessary. There is no winning against evil unless it is completely destroyed.
When an army like Israel fights too morally and is not mean or tough enough, their "offence" will lead to "a fence," which inevitably will lead to "offending" the enemy. The Arab world respects strength and power. How dare those Jews think "a fence" is all that is necessary to stop our heroic Arab fighters. The once dominant and indeed beautiful, ethical monotheistic Islamic faith has evolved into a fraudulent, weak religious system that has contributed nothing to our modern era; all the while Christianity and Judaism prevail and produce everything positive.Whether it is building "a fence" or taking "offence," the morally confused Arab world gets "offended" and therefore becomes offensive." This is the key reason there are many honor killings by Arab fathers who murder their daughters simply because they lose their virginity before marriage. The have dishonoured and "offended" their family; and so has Israel in so many ways Remember the great fearless Arab hero, Lawrence of Arabia. The new Arab hero, Osama bin Laden is a man who hides fearfully from the enemy in caves and blows up innocent women and children. The strongest Arab leaders get defeated by Israel in six days or by America in a few weeks. The mighty leader Saddam now has to go undercover in his own country, wearing a woman's burka. This cannot be an elevating concept for the grandiose macho Arab male ego.
It is truly amazing that the politically right-leaning, almost fascistic Arab world has adopted the philosophy of the western world's left by shifting blame away from the individual and holding inanimate objects responsible for their problems and weaknesses. The left in America and throughout much of the world does not assume personal responsibility. Instead, they blame societal violence on television movies, out of wedlock births on lack of condoms, the large increase in the prison population on poverty and increasing murder rates on guns. The Arab world has learned well from this strategy and now blames " a fence" for all of their troubles.


* Irwin N. Graulich is a well known motivational speaker on morality, ethics, Judaism and politics. He is also President and CEO of Bloch Graulich Whelan Inc., a leading marketing, branding and communications company in New York City. He can be reached at irwin.graulich@verizon.net
 

 
C'è un imam a Carmagnola...
 
L'islam "moderato" minaccia: ritiratevi senno' ora tocca alle vostre case
«E poi stragi in Italia» 
«Ma prima Al Qaeda colpirà le vostre sedi diplomatiche»
Inquietanti rivelazioni dell'imam di Carmagnola
 
di Viviana Ponchia (Il Giorno)
 
TORINO - «Ci sarà un nuovo attentato ai vostri soldati in Iraq nel giro di qualche settimana. Poi cominceranno a colpire le sedi diplomatiche. Subito dopo attaccheranno il cuore dell'Italia. E' è solo l'inizio. Al Qaeda vi ha dichiarato guerra». Mentre loro padre parla di sangue, i 4 figli giocano o dormono in braccio alla madre. Il terrore non sfiora la casa fra i campi a 20 chilometri da Torino. E Abdul Qader Mamour imam di Carmagnola, continua a sorridere mentre dice cose tremende.
«Andate verso il disastro, io vi avevo avvertiti. Bin Laden quando promette mantiene, quando minaccia è perché ha già provato le sue operazioni nei dettagli». Il 20 ottobre, su questo giornale, il signore senegalese di 39 anni che di mestiere fa il consulente finanziario di una banca islamica legata all'entourage di Bin Laden aveva predetto l'imminente attacco agli italiani con uno scarto di pochi giorni. Oggi non si aspetta l'applauso: «Sono cose che circolano su internet, se ne parla addirittura nelle moschee. Basta interpretare i codici di Al Qaeda. E ill peggio deve ancora venire».
La giovane moglie Aisha, che prima si chiamava Barbara e studiava ragioneria, prepara il cous cous e azzarda: «Questa è una guerra di liberazione, anche i partigiani uccidevano. E Bin Laden è l'unico in grado di guidare la lotta. Come Che Guevara». Le spiace per i morti, ma in guerra si muore. Anche il marito è addolorato. Per ciò che è accaduto e per quello che accadrà prestissimo. «L'attacco di stamattina è stata una provocazione. Bin Laden sa che Bush è in difficoltà e l'unico paese interessante è l'Italia. Francia e Germania si sono messe da parte, perché voi no? Un anno fa eravate state avvisati, adesso Al Qaeda aspetta la reazione. Se il governo è saggio ritira i soldati, se non lo farà sarò costretto a rifarvi le mie condoglianze. Preparatevi a piangere altri soldati entro dicembre. E a tenere d'occhio le ambasciate nello Yemen, Kuwait, Tunisia, Marocco, Arabia Saudita. Sperando di non arrivare alle terza fase».
L'attacco al cuore del paese, un elenco di città strategiche dal punto di vista economico e artistico: «Roma, Milano, Firenze. Non scriva Torino e Genova. Scriva però Bologna». Azioni kamikaze. «Non c'è altra tecnica, Al Qaeda non può permettersi di lasciare tracce. Lo tenga a mente: d'ora in poi qualsiasi altro attentato che non sia kamikaze non potrà essere attribuito allo sceicco». L'imam entra nei dettagli, anche se non va così a fondo come potrebbe («per non avere guai»). «Saranno attacchi aerei. Pensa che non abbiano già fatto le prove sul cielo di Roma, che non abbiano valutato di colpire il Parlamento?». Il tè verde non è abbastanza forte per reggere «la roba spaventosa che uno scienziato palestinese sta preparando nei laboratori coreani».
E la rabbia e l'orgoglio non bastano a mandar giù la clamorosa truffa storica di cui persino al Pentangono saprebbero in pochi: «Bush tratta con lo sceicco su due fronti. I 52 ostaggi americani in mano a Al Qaeda, che potrebbero essere liberati assieme a tutti i prigionieri di Guantanamo e il futuro dell'Arabia Saudita. Entro un anno sarà fatta cadere la dinastia Al Saud. Sostituita proprio da Bin Laden, che ora è in Iraq, combatte e sembra ringiovanito. In cambio gli Usa chiedono il petrolio, il riconoscimento di Israele, la dissociazione dai movimenti di lotta internazionale, libere elezioni e un patto di non aggressione. Finora lo sceicco ha accettato solo quest'ultimo punto. Ma di questi accordi voi non ne sapete niente, l'America vi usa e basta. Ingenui. Gli inglesi almeno si sono fatti furbi: mandano i loro soldati ma anche loro scendono a patti con Al Qaeda. E la riforniscono di armi».
 

 
...e ce n'è un altro a Montecitorio
 
Berlinguer: "E' resistenza l'abbattimento del Chinook Usa"

ROMA - "Quell'episodio è resistenza". Così Giovanni Berlinguer, uno dei leader del correntone diessino, ha definito l'abbattimento dell' elicottero Chinook in cui sono morti 15 soldati americani alla vigilia della licenza. Berlinguer è intervenuto durante un incontro svoltosi a Roma tra un gruppo di parlamentari del centrosinistra e il movimento per la pace, in cui si è espressa la contrarietà alle presenza delle truppe italiane in Iraq anche dopo la risoluzione dell'Onu. L'esponente del correntone ha sostenuto che il governo "vuole inviare altre truppe allo scopo di proteggere l'occupazione americana" e per reprimere "non solo i terroristi", ma anche "quelli che conducono una lotta di resistenza, colpendo i mezzi e le persone che occupano il Paese".
(Repubblica.it, 5 novembre 2003)


 
Libri in primo piano
 
Ebraismo e Islam. Intervista a Piero Citati
 
di Francesco Mannoni

In tempi in cui circolano preoccupate analisi del fondamentalismo islamico che minaccia la sicurezza del mondo e si preconizza uno scontro di civiltà, l'ultimo saggio di Pietro Citati è una felice eccezione. In Israele e l'Islam - Le scintille di Dio (Mondadori, 273 pagine, 17 euro) il grande critico letterario trascura la drammatica attualità per risalire alle radici di due grandi religioni monoteiste, ripercorrerne ventisette secoli di storia, rintracciare le «scintille di Dio» che vi hanno brillato e ancora le illuminano, fra tragedia e splendore, fra inimicizia e convivenza pacifica, passando dai fasti di Baghdad e dalle miniature persiane a Joseph Roth e Hannah Arendt, dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme all'Andalusia araba. «La mia intenzione - spiega Citati - era scrivere una storia della tradizione ebraica e di quella islamica. È una storia che comincia dalla Genesi, il testo che ha fondato entrambe le tradizioni, insieme a quella cristiana. È il testo da cui siamo nati tutti, e questo per due ragioni fondamentali. La prima è la "doppia creazione". Nella Genesi Dio crea l'uomo a sua immagine e somiglianza, ma per farlo usa la polvere della terra. Noi, dunque, da un lato siamo simili a Dio, e dall'altro siamo solo polvere. Questa dualità è alla base del rapporto tra Dio e l'uomo in tutte e tre le grandi religioni monoteiste. L'altra ragione riguarda più le tradizioni ebraica e cristiana che quella islamica, ed è la dicotomia tra l'albero della conoscenza del bene e del male e l'albero della vita». - Cos'è l'albero della conoscenza del bene e del male? «È il simbolo dell'opposizione, propria della vita umana, tra legge e illegalità, tra bene e male, tra sacro e profano. L'uomo, peccando, è entrato sotto il segno dell'opposizione, del contrasto. Il suo vero destino, invece, era vivere in un mondo al di sopra dei contrasti, dove il bene era così bene da ignorare l'esistenza del male. Ed è questa condizione che la tradizione ebraica e cristiana ci promettono in un futuro estremo. Nell'Apocalisse si legge che nella Gerusalemme Celeste non ci sarà più l'albero della conoscenza del bene e del male, ma solo l'albero della vita. Vivremo secondo un bene che non conosce il male». - Il titolo «Israele e l'Islam» allude all'antagonismo Ebraismo-Islam? «L'antagonismo più forte è sempre stato non fra Ebraismo e Islam, ma fra Ebraismo e Cristianesimo, ed è dovuto ad un tragico errore della storia. Nella Palestina del I secolo proliferavano coloro che si dichiaravano Messia, ossia uomini che avrebbero ereditato il regno di Dio. Talvolta essi si combattevano tra loro, o erano messi a morte dalle autorità ebraiche. Anche Gesù si presentò come il Messia, ma il paradosso fu che questo Messia ebraico divenne il Dio di un'altra religione nata dalle costole dell'Ebraismo. Da qui la tragedia del popolo ebraico, che dura da venti secoli: i cristiani hanno a lungo accusato gli ebrei di deicidio (accusa che Giovanni Paolo II ha però sciolto - ndr), cosa di cui questi erano totalmente ignari, e questo equivoco ha inquinato i rapporti fra le due religioni. Molto più variegati sono stati, nel corso dei secoli, i rapporti fra Ebraismo e Islam. Il Corano concede a tutte le religioni monoteiste il diritto di praticare il proprio culto, purché paghino una tassa. Per secoli gli ebrei che vivevano in terre islamiche hanno goduto della libertà di culto e di condizioni di vita molto migliori che non nel mondo cristiano. Oggi le cose sono cambiate,
perché l'Islam ha ereditato l'antisemitismo cristiano e ha adottato un fanatismo che stravolge lo spirito del Corano. In Arabia Saudita, ad esempio, non c'è libertà di culto per cristiani ed ebrei, e addirittura è perseguitato chi possieda una copia della Bibbia. Ma tutto questo va contro il Corano. In passato gli ebrei hanno spesso goduto di privilegi nel mondo islamico: nel Califfato di Cordova ci fu un periodo in cui addirittura il Visir, che corrispondeva a un nostro Primo ministro, era un ebreo. Cose simili accadevano anche a Baghdad, in Egitto e nell'Impero turco, nel quale molti ebrei fuggiti dalla Spagna dopo la cacciata del 1492 occuparono posizioni di gran prestigio». - Uno dei saggi nel libro verte su Hannah Arendt e sulla sua visione della Shoah... «Il saggio su Hannah Arendt riguarda il libro Le origini del totalitarismo, nel quale la pensatrice tedesca sostenne che nazismo e stalinismo fossero in realtà identici: avevano la stessa struttura ideale. La Arendt dimostra la sua tesi in maniera magistrale, esaminando ogni aspetto dei due movimenti e portando a sostegno una gran quantità di documenti». - Com'è stato possibile un orrore come la Shoah? «Secondo Hannah Arendt, non ci sono ragioni concrete che giustifichino la spaventosa furia dell'antisemitismo nazista. La follia dei nazisti era tale che essi avrebbero portato fino in fondo la persecuzione antisemita anche a rischio di distruggere se stessi. Non c'è una spiegazione storica a tanto odio. Sia nello stalinismo sia nel nazismo c'è una volontà di distruzione mai vista prima nella storia. Esiste solo una spiegazione metafisica a tanto orrore: nella prima parte del XX secolo c'è stato un momento in cui il "male metafisico", il "male assoluto" di cui parla San Paolo, ha fatto irruzione nella Storia». - É interessante notare che molti dei maggiori esponenti della letteratura mitteleuropea del XIX e XX secolo sono ebrei, come Joseph Roth. «L'impero austro-ungarico apprezzava gli ebrei, che in molte città formavano l'élite intellettuale, politica e professionale. La classe dirigente di Praga era completamente ebraica e c'erano zone dell'Impero abitate soprattutto da ebrei, i quali in quell'entità politica sovranazionale poterono prosperare in pace». - Che posizione ha di fronte alla religione? Nel saggio, s'avverte una forte fede nell'immanenza di Dio nelle cose umane. «Sono cristiano e cattolico, e credo che la sapienza del Cristianesimo consista nell'avere capito quali fossero i pericoli del monoteismo: è infatti una religione monoteista, ma non così assolutista come l'Islam e l'Ebraismo. Pur credendo anch'esso in un Dio unico, ha posto una serie di mediatori tra Dio e l'uomo. A fondamento del culto cattolico c'è una Trinità di figure divine che per gli ebrei e per i musulmani è scandalosa. E poi c'è la fondamentale figura di Maria, che nei Vangeli non era ancora così ben definita e che è andata assumendo nel Cristianesimo importanza sempre maggiore. Il monoteismo assoluto ha qualcosa di tremendo e di pericoloso».

 
All'Università di Siena, nel 1589...
 
Italiano, la prima cattedra nacque per gli stranieri

di Gherardo Ugolini (Giornale di Brescia)

La recente terza edizione della "Settimana della lingua italiana nel mondo", oltre a porre in evidenza che, in fondo, la nostra è fra le quattro più studiate al mondo, induce a qualche riflessione sulla nascita dell'approccio didattico dell'italiano. E va subito evidenziato che l'insegnamento della lingua italiana a livello universitario esiste da oltre quattro secoli. Fu nel 1589, infatti, che venne istituita la prima cattedra d'italiano, precisamente presso l'università di Siena e per iniziativa del Granduca Ferdinando I. Quello che non tutti sanno è che il progetto di avviare corsi d'italiano presso l'ateneo senese era stato concepito ed era primariamente diretto a supporto dei molti studenti stranieri che venivano in Toscana a studiare. Tale coincidenza, per quanto possa sembrare strana, non è per nulla casuale e fa certamente riflettere. In Italia si è iniziato dunque ad insegnare la lingua italiana in funzione di utenti stranieri, e questo nesso tra insegnamento e divulgazione all'estero della lingua non ha mai cessato di essere un impulso formidabile e fondante per gli studi e per la didattica della lingua italiana. Potremmo dire, in altri termini, che l'italiano aveva scritto nel suo destino di essere una lingua per stranieri. Ovvero che la definizione stessa dell'identità linguistica italiana ha sempre tenuto conto da allora fino ad oggi della proiezione della lingua verso l'esterno. Dall'apertura di quella prima cattedra a Siena all'epoca attuale sono passati oltre 400 anni e l'italiano ha continuato ad essere diffuso ed insegnato nel mondo. Attualmente non c'è all'estero università di un qualche rilievo che non offra ai propri studenti corsi di lingua, letteratura e cultura italiana e addirittura l'italiano si è andato qualificando come la quarta lingua più studiata al mondo, dopo l'inglese, il francese e lo spagnolo, secondo quanto emerso dal recente studio "Italiano 2000", promosso dal Ministero per gli affari esteri e coordinato dai linguisti Tullio De Mauro e Massimo Vedovelli. Questo aspetto è stato uno dei temi centrali della terza edizione della "Settimana della lingua italiana nel mondo", un'iniziativa promossa dal Ministero per gli affari esteri in collaborazione con l'Accademia della Crusca e con l'alto patrocinio della Presidenza della Repubblica. In tutte le sedi degli Istituti Italiani di Cultura (sono 90) sparsi nei cinque continenti e facendo leva sui comitati della Dante Alighieri e sugli istituti universitari di italianistica la kermesse linguistica ha visto lo svolgimento di conferenze, convegni, mostre e videoconferenze con la partecipazione di studiosi e scrittori. Da un primo e provvisorio bilancio di questa "Settimana della lingua" si ricava che lo stato di salute dell'italiano è eccellente. Nonostante i ricorrenti allarmi sull'impoverimento lessicale, sulla regressione del congiuntivo, e sull'invasione di prestiti dall'inglese, non c'è dubbio che l'italiano si presenta oggi come una lingua vitale, finalmente usata per comunicare da tutti gli abitanti della Penisola. Si è cioè attenuata fino quasi a scomparire quella divaricazione tra lingua scritta (aulica, letteraria, sovente retorica) e lingua parlata, che ha costituito per secoli una caratteristica essenziale della situazione linguistica italiana. E se si pensa che l'italiano è lingua d'uso anche per milioni di italiani sparsi nel mondo e lingua di apprendimento per centinaia di migliaia di non italofoni che la studiano, possiamo dire addirittura che l'Italia è oggi una vera e propria potenza linguistica. La stessa diffusione dell'inglese, sempre più "lingua franca" della comunicazione internazionale, non sembra costituire un ostacolo per la diffusione dell'italiano; anzi ha avuto una funzione di traino, giacché molti all'estero accompagnano allo studio dell'inglese (dettato da ragioni di necessità) quello di una seconda lingua straniera (spesso con motivazioni affettive), e l'italiano è tra quelle più scelte. Non solo: se una volta si studiava l'italiano quasi esclusivamente per amore dell'arte o della letteratura, oggi a queste motivazioni se ne aggiungono di pratiche. Si studia l'italiano per motivi economici e professionali, o magari con la speranza di trovare un impiego in un'azienda italiana. C'è anche da aggiungere che chi lavora nel settore dell'insegnamento dell'italiano a stranieri dispone oggi di una gran quantità di materiali didattici che solo 10-15 anni fa era impensabile: manuali, corsi, video, cd rom, riviste specializzate, siti in rete etc. Esistono da qualche tempo certificazioni di conoscenza della lingua italiana con riconoscimento ufficiale dello Stato (rilasciate dalle Università per stranieri di Siena e Perugia, dall'Università di Roma III e dalla Dante Alighieri). E sono cambiate anche le figure professionali che operano nel settore: non più semplici madrelingua che si improvvisano insegnanti, ma docenti qualificati che hanno alle spalle spesso specifici corsi di perfezionamento in glottodidattica. Ciò ha contribuito a rimodellare la posizione culturale e sociale dell'italiano nel cosiddetto "mercato internazionale delle lingue" su posizioni di dignitoso prestigio. La crescente diffusione della lingua italiana all'estero può apparire a prima vista un fenomeno stupefacente in un universo globale sempre più dominato dall'inglese. Ma in realtà si tratta di un fatto normale, se solo si considera che già in passato era così. L'italiano è stato infatti recepito per secoli nel contesto europeo come lingua della musica, della creatività artistico-letteraria in senso lato, ma anche della comunicazione scientifica (Galileo) e degli scambi commerciali: una lingua d'elezione praticata nei teatri, nelle corti e nelle accademie d'Europa, oltre che nei porti del Mediterraneo. Il quarto posto nel mercato delle lingue non è dunque una novità degli ultimi anni, ma certo un dato storico di lunga durata.
 

Totalitarismi
 
La storia delle vittime dei gulag pretende di essere raccontata
 
di Laura Banti (L'Arena)
 
La storia delle vittime chiede di essere raccontata, ha scritto il filosofo francese Paul Ricoeur. Ma se parliamo della storia delle vittime dei gulag sovietici, essa non lo chiede soltanto, bensì lo pretende con tutte le sue forze, come un doveroso risarcimento per tanti anni di colpevole silenzio. Proprio per assolvere questo dovere morale è stata istituita la giornata "Memento gulag", che si è tenuta a Roma ieri: lo stesso giorno in cui, secondo il calendario ortodosso, ebbe inizio la Rivoluzione bolscevica e poi furono istituiti, su ordine di Lenin, i primi gulag, i tremendi campi di concentramento dove per una sessantina d'anni sarebbero finiti tanti "nemici" del regime che prometteva di instaurare il paradiso sulla Terra e di eliminare ogni ingiustizia. Furono 82 milioni gli innocenti che fecero le spese della "giustizia" comunista; essi sono ricordati per la prima volta, oltre che con la manifestazione pubblica di ieri, anche con un convegno internazionale che prosegue oggi e a cui parteciperanno alcuni testimoni diretti delle dittature comuniste ed esponenti dell'opposizione ai regimi tuttora al potere: dall'intellettuale russo Vladimir Bukovskij, già capo spirituale della dissidenza sovietica, a Wei Jingsheng, esule del regime comunista cinese, dal dissidente cubano- anch'esso in esilio- Armando Valladares a Pjeter Arbnori, primo presidente del Parlamento albanese ed esponente dell'opposizione cattolica, da Ante Zemljar, presidente dei deportati nel gulag jugoslavo di Goli Otok allo storico francese Stéphane Courtois, autore del discusso Libro nero sul comunismo , il quale lancerà la proposta di sottoporre a processo i responsabili degli eccidi.
A promuovere l'iniziativa sono l'Associazione Fiducia di Roma e i Comitati per le Libertà, un movimento internazionale presieduto da Bukovskij che si batte contro ogni forma di dittatura e di autoritarismo. Tra i più noti membri italiani di questo movimento c'è Dario Antiseri, uno dei maggiori rappresentanti della nostra scuola filosofica e docente di Metodologia delle Scienze Sociali alla Luiss di Roma.
«I Comitati per le Libertà - spiega il professore - riuniscono intellettuali di diversa estrazione e formazione culturale, accomunati dalla volontà di mantenersi fedeli, più che a un'ideologia o a un partito, alla difesa della libertà e delle sue ragioni contro tutti coloro che ne minaccino l'espressione. Scopo dei Comitati è individuare tutti i nemici della libertà, tanto nel presente quanto nel passato, e non c'è dubbio che tali siano stati sia il regime nazista sia quello comunista. Ma mentre la verità sulle atrocità del nazismo è ormai nota a tutti, quella sugli 82 milioni di vittime innocenti del regime comunista è ancora poco conosciuta. La giornata del "Memento Gulag" intende colmare questa lacuna».
- Perché si è ancora tanto restii a ricordare le vittime dell'"altro olocausto", mentre non si lesinano pietà e tributi per quelle dei lager nazisti?
«La manifestazione di ieri dimostra che, sia pure lentamente, si sta superando questa resistenza. I crimini del regime comunista sono stati a lungo occultati per due ragioni, una di carattere storico e una di carattere ideologico. La prima è che durante la seconda guerra mondiale l'Unione Sovietica diede un massiccio contributo di sangue per sgominare il regime nazista, e questa circostanza ha permesso a molti storici di matrice marxista di costruire il mito di un'Urss paladina della libertà e della giustizia contro il tiranno nazista. La seconda ragione è che libertà e giustizia sono effettivamente due ideali fondanti del verbo comunista, e queste affermazioni di principio hanno creato una cortina di nebbia, impedendo a molti di capire come quell'ideologia contenesse in sé, al pari del nazismo, i germi del totalitarismo».
- Quali sono, secondo lei, le affinità più significative tra i due grandi totalitarismi del XX secolo?
«Le affinità sono talmente evidenti che due grandi intellettuali liberali del Novecento, Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, hanno parlato nei loro libri di "origini socialiste del nazismo". In comune le due ideologie hanno tutti i principi fondamentali, come l'abolizione della proprietà privata, la fiducia cieca in un leader considerato detentore della Verità assoluta e del criterio universale per distinguere il Bene dal Male, un capo in grado di guidare la politica e l'economia mondiale e di stabilire quale classe, razza o nazione dovesse dominare la Terra. Tutti questi presupposti pseudoscientifici hanno portato non solo alla formazione di governi a partito unico nelle mani di un leader presentato come emissario o sostituto di Dio, ma anche all'uso politico dei mezzi d'informazione di massa, con i quali si esercitava un controllo invasivo sulla vita privata dei cittadini, all'istituzione di una polizia segreta dai poteri illimitati, il cui compito principale era individuare nemici veri o presunti da eliminare. Quei presupposti, insomma, hanno generato il lager e il gulag».
- E quali sono state, invece, le principali differenze?
«L'unica differenza tra comunismo e nazismo stava nel nemico da combattere: per Stalin il nemico era una classe sociale, per Hitler una razza. Identica, però, fu la soluzione adottata per sconfiggere quello che loro consideravano il Male assoluto: estirparlo dal terreno del mondo».
- Cosa possiamo fare per evitare che simili tragedie si ripetano?
«Innanzitutto dobbiamo tenerne viva la memoria e ampliarne la conoscenza tramite le scuole, i mass media, l'editoria e ogni altro strumento di comunicazione sociale. Dobbiamo difendere e far capire, soprattutto ai giovani, le ragioni della libertà e diffondere quella cultura autenticamente liberale di cui in Europa e in Italia esiste una lunga e illustre tradizione, che va dai già citati Hayek e von Mises ai nostri vari Einaudi, Salvemini, Sturzo, De Gasperi. Di questi grandi intellettuali dobbiamo far rivivere l'insegnamento fondamentale, che consiste nell'affermazione del valore dell'individuo e della sua libertà di scelta contro ogni forma di statalismo, ossia di governo che pretenda di controllare in maniera onnivora e pervasiva la vita degli individui.
Personalmente proporrei, per potenziare ed espandere questa cultura della libertà, di far leggere nelle scuole due libri fondamentali, due romanzi che, meglio di qualsiasi manuale di storia, sono in grado di far capire fino in fondo quali orrori abbiano perpetrato i regimi totalitari del XX secolo: La notte di Elie Wiesel, che parla dell'incubo di Auschwitz, e i Racconti di Kolyma di Salamov, nei quali invece rivive l'inferno dei gulag sovietici. Con simili letture, tutti capiranno chi sono veramente i nemici della libertà». 


Lettere
 
Film e veleni
Al Direttore - "Antisemitism in Britain", un articolo di Orwell del '45 in "Contemporary Jewish Record". Le conclusioni sono espresse in 4 punti: 1) In Inghilterra c'è più antisemitismo di quanto si creda e si ammetta; e la guerra l'ha rafforzato; 2) In questo momento l'antisemitismo non porta a palesi persecuzioni, ma rende la gente insensibile alle sofferenze degli ebrei in altri paesi; 3) l'unico effetto delle mostruosità hitleriane (a cui d'altronde non si credeva molto) è stato che ora la gente nasconde i sentimenti antisemiti; 4) l'antisemitismo è un fenomeno irrazionale, resiste a qualsiasi argomentazione. Alcuni anni fa ho visto a Parigi il film di Max Ophuls "Le changrin et la pitié" di oltre 4 ore (tutti i tentativi di portarlo sul grande cinema e in televisione sono andati a vuoto). E' una descrizione minuziosa, in parte documentaria, della vita quotidiana  a Clermont Ferrand durante la repubblica di Vichy. Terrificante. Senza nessuna pressione particolare da parte dei tedeschi, l'homme moyen francese, di sua spontanea volontà sguazzava con piacere nell'antisemitismo decretato dall'équipe di Pétain: seguiva le tracce, fiutava, denunciava. La versione data dopo la guerra, secondo la quale la politica antisemita era stata imposta al governo di Vichy dai tedeschi, era una leggenda come dimostrò Hanna Arendt in "The origin of Totalitarism" in base a ricerche d'archivio francesi. A uno spettatore dell'Europa orientale il film di Ophuls suggerisce una sola riflessione: se in Francia la Endlosung nazista fosse stata messa in atto con gli stessi metodi e lo stesso terrore utilizzati all'Est, la partecipazione francese avrebbe rallegrato il cuore di Himmler. Se l'Inghilterra fosse stata occupata dai nazisti, soltanto l'immaginazione dell'autore di "1984" avrebbe potuto misurarsi con un soggetto del genere. (...) Merita dunque di essere sottolineato il fatto (alla luce dell'articolo di Orwell), in genere  passato sotto vergognoso silenzio in Occidente, che il veleno del "razzismo mistico", durante la guerra, si diffuse praticamente in tutta l'Europa. E invece, dopo la guerra, è alla sua variante polacca (esecrabile tout court) che è stato riservato il ruolo dell'antisemitismo "par excellence, patentato e classico". Ancora un po' e perfino i tedeschi, con una strizzatina d'occhio significativa - verso i francesi - si metteranno a mormorare dell'antisemitismo polacco, visto che ora in Francia se ne evocano i fantasmi a proposito... dello scandalo del nazista francese Darquier per sostituire o per scacciare i fantasmi del proprio antisemitismo". Gustav Herling, Napoli 28 novembre 1978, in "Diario scritto di notte" (Feltrinelli, 1992). Cordialmente.
Avv. Giuseppe Nitto, Napoli

 
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