The Harp of David
cultura filosofia società politica diritti umani scienza arti varie

Distr.: 6.380 contatti     Anno I, Num. 7 - 8 novembre 2003

In questo numero:
 
Iniziative di successo
  Diana Datola, Appuntamento a Gerusalemme. Viaggio politico, culturale e di solidarietà in Israele. Dal 5 al 9 dicembre
Libri in primo piano
  Murray Newton Rothbard, L'etica della libertà
  David Friedman, L'ingranaggio della libertà
Presentare la normalità
  Carmine Monaco, Israele in diretta: niente politica, solo storie di vita
I risultati contestati
  Prof. Renato Mannheimer, Una ricerca stravolta da un quesito ambiguo
Invito al Pitigliani
  Dibattito sul tema: Il sondaggio UE: analisi, reazioni, contrasti. Ne discutiamo con Amos Luzzatto e Renato Mannheimer
Commenti
  (da un editoriale del Jerusalem Post), Più pericolosi della Corea del Nord?!
Congiuntivi
  Aldo Torchiaro, "Che cosa non vorrei mai essere?" "Un'ebrea." 

Ringraziamenti
Questo numero è stato realizzato con il contributo dell'Associazione Italia-Israele di Napoli. Ringraziamo il Presidente Prof. Gino Aji e il consigliere Prof. Francesco Lucrezi per la cortese disponibilità.

Iniziative di successo

Appuntamento a Gerusalemme

Viaggio politico, culturale e di solidarietà in Israele. 5-9 dicembre 2003

di Diana Datola

Dopo il successo del viaggio dello scorso anno, che ha visto come promotori e partecipanti 73 cittadini italiani (tra i quali numerosi esponenti del mondo della politica e della cultura), Appuntamento a Gerusalemme ha organizzato un nuovo viaggio in Israele, di conoscenza e approfondimento della realtà mediorientale.

Dal primo viaggio è nato un libro "Perché Israele", edito da Belforte (Livorno) - recensito nel numero precedente e accompagnato dall'anteprima della prefazione del Presidente del Senato On. Marcello Pera - che sarà nelle librerie a partire dalla metà di novembre, con riflessioni, testimonianze e opinioni di alcuni dei partecipanti.

A questo nuovo viaggio, che si svolgerà tra il 5 ed il 9 dicembre p.v., hanno già aderito numerosi parlamentari - fra gli altri, notiamo la presenza dell’on. Umberto Ranieri, dei senatori Ottaviano Del Turco, Luigi Compagna, Antonio Del Pennino, Alfredo Biondi e Fabrizio Cicchitto - che viaggeranno insieme a noti giornalisti e opinion-maker, tra cui Renzo Foa, Arturo Gismondi, Maria Giovanna Maglie e Marina Valensise. 

Il significato del nuovo viaggio è lo stesso del precedente: un atto di ferma opposizione al terrorismo e un gesto di solidarietà alle sue vittime. Dallo scorso anno, tuttavia, lo scenario internazionale è profondamente mutato e si presenta oggi sempre più in rapida evoluzione. La lotta al terrorismo internazionale, la caduta del regime iracheno, i dibattiti e le lacerazioni sulla guerra, i fallimenti dei primi passi della Road Map ed i continui atti di intolleranza da parte dell’Europa nei confronti di Israele, hanno reso sempre più impellente l’approfondimento del dialogo di quest’ultimo con l’Unione Europea, che potrebbe avere un ruolo importante nella promozione del processo di pace.

La prima parte del viaggio prevede una visita alle alture del Golan (al confine israelo-siriano-libanese), al fine di conoscere e capire i difficili rapporti con i paesi confinanti ed al Lago di Tiberiade, passando per un villaggio arabo-israeliano in Galilea, con uno sguardo al problema delle risorse idriche in Medio Oriente.

La seconda parte si svolgerà a Gerusalemme, dove, oltre alla visita dei luoghi più significativi della città, è previsto l’incontro con alcuni esponenti del Governo israeliano ed un dibattito tra storici, intellettuali e politici italiani ed israeliani sui rapporti tra Europa ed Israele nel nuovo scenario internazionale.

Invitiamo i nostri Lettori a partecipare numerosi!

 

Per Appuntamento a Gerusalemme

Anna Borioni, cell. 328.1282138;

Anita Friedman, cell. 338.1836060;

Adriana Martinelli, cell. 333.9882564;

Liliana Tartaglione, cell. 348.4108455

RICHIEDERE INFORMAZIONI E SCHEDA DI PRENOTAZIONE PER "APPUNTAMENTO A GERUSALEMME" INVIANDO UNA E-MAIL A: appuntamentoagerusalemme@fastwebnet.it o via fax al n. 06.6789511

La quota viaggio comprende:


Libri in primo piano. 1

L'etica della libertà

di Murray Newton Rothbard

CURA E TRADUZIONE DI LUIGI MARCO BASSANI
PAGINE XLVI - 432 EURO 18,59

L'etica della libertà è il prodotto maturo di una delle grandi menti del ventesimo secolo. È la costruzione di una morale adeguata al capitalismo del laissez-faire, inteso come sistema della libertà naturale dell'uomo. Rothbard propone una società nella quale sia abolito il monopolio statale della violenza, e tutti i servizi (anche sicurezza, protezione e giustizia) siano offerti in libera concorrenza sul mercato. L'analisi rothbardiana, nel solco di tradizioni quali l'anarchismo individualista americano, la Scuola Austriaca dell'economia, il neotomismo e la dottrina lockeana dei diritti assoluti di proprietà, sviluppa gli argomenti morali a favore di una società libera, analizzando le implicazioni della libertà in tutti i campi, dalla dottrina dei contratti, alla famiglia, al diritto penale. Su un fondamento ultrarazionale egli costruisce quindi una filosofia politica che ha il compito di eliminare il ruolo della violenza nella vita umana, negando alla metafora organicista dello Stato il potere di appropriarsi dei beni e della vita degli individui. Come per Nock prima di lui, il nemico naturale della libertà dell'uomo è sempre e comunque lo Stato, l'organizzatore dei mezzi politici, ossia degli strumenti di coercizione.


Libri in primo piano. 2

L'ingranaggio della libertà

di David Friedman
I
NTRODUZIONE DI ARMANDO MASSARENTI
POSTFAZIONE DI FABIO MASSIMO NICOSIA
TRADUZIONE DI PAOLA LANDI E MICHAEL LACEY-FREEMAN
PAGINE XXVI - 368 EURO 16,53

«Sembra esserci una stretta correlazione tra le leggi che rendono libera la gente e quelle che la rendono felice.» Muovendo da questa elementare constatazione, David Friedman avvia un'analisi concreta dei vari settori del vivere associato in cui, con vantaggio di tutti, sarebbe possibile riappropriarsi degli spazi di autonomia confiscati dalle cricche di politici, legislatori e burocrati che costituiscono le mille membra del Moloch statale. Scuola, sanità, previdenza, giustizia, sistema viario, sicurezza, tutela ambientale, mass media e tanti altri servizi vengono riprogettati da Friedman sulla base di principî non coercitivi, dimostrando come lo Stato sia la negazione di efficienza e giustizia, le quali non nascono da obblighi, divieti, costrizioni, ma dalla cooperazione di individui liberi e consenzienti.
Il senso di questo libro - come dice lo stesso Autore - è quello di «persuadere la gente che una società potrebbe essere sia libera che desiderabile, che le istituzioni della proprietà privata costituiscono il meccanismo della libertà, rendendo possibile ad ognuno, in un mondo interdipendente e complesso, di raggiungere il proprio scopo».
Utopia o lungimirante realismo? Molte delle "scandalose" proposte avanzate in questo libro - pubblicato per la prima volta nel 1973 - sono già una realtà in vari paesi del mondo libero.
 

Presentare la normalità

Un gruppo di giovani mostra al mondo il vero volto di Israele

Israele in diretta: niente politica, solo storie di vita

di Carmine Monaco

Dopo lunghi anni di studi complessi nell’ambito della ricerca tecnologica più avanzata, è stata realizzata una capsula elettronica, una microcamera che viene ingoiata in forma di pillola dal paziente e, compiendo il suo tragitto, permette di rilevare "in diretta" e con altissimi margini di precisione se vi sono patologie in corso. Con questo sistema è ora possibile evitare al paziente fastidiosissime indagini invasive. Questa "pillola elettronica" è stata inventata in Israele: lo sapevate? Molto probabilmente no. Allo stesso modo, pochi sanno che Israele è tra gli stati che investono di più al mondo in ricerca, conseguendo spesso scoperte importantissime e risultati eccellenti in tutti i campi scientifici e tecnologici, che si riflettono positivamente sul grado di benessere e prosperità dell’intera umanità.

Eppure lo Stato di Israele viene percepito spesso dai mass-media in una maniera che non corrisponde alla realtà. L’immagine dello stato guerriero offerta dalla stampa mondiale è infatti quanto di più lontano dall’animo reale degli israeliani, che hanno invece il grande merito di aver fondato l’unica società libera e democratica nel Medio Oriente, un valore che non viene riportato al grande pubblico. Noi europei, soprattutto dopo l’ultimo sondaggio effettuato da Eurobarometro, dobbiamo invece sforzarci di comprendere, prima di giudicare.

A tale scopo ben vengano iniziative importanti come quella avviata da Israel at Heart, un’organizzazione indipendente newyorkese il cui unico fine è promuovere una migliore comprensione di Israele e della sua gente. Il gruppo non fa parte di alcune organizzazione ebraica, non rappresenta agenzie governative o partiti politici e i suoi componenti sono perciò liberi di esprimersi come ritengono più opportuno, come del resto fanno tutti gli israeliani.

Nell’ambito delle iniziative promosse dall’associazione, arriva anche in Italia il progetto The Real World (ormai alla IV edizione negli Stati Uniti), che prevede una serie di incontri tra tre studenti universitari israeliani, ragazzi e ragazze, e gruppi di studenti e giovani italiani. Dal 2 al 13 novembre Shir Gironi, Elie Lebovitz e Assaf Godo visiteranno scuole, università, chiese e associazioni di Milano, Torino, Varese, Gorizia, Firenze, Padova, Treviso e Pordenone, per mostrare la vera faccia di Israele.

Il fondatore di Israel at Heart, Joey Low, sostiene la necessità che la gente, e soprattutto i giovani, abbiano la possibilità di conoscere Israele senza il filtro dei media, "ascoltino cosa vuol dire vivere in Israele, cosa vuol dire servire nell’esercito. Niente politica, solo storie di vita". In contemporanea con il tour italiano, The Real World si svolgerà anche in Germania, Inghilterra, Francia, Spagna, Italia, Belgio, Olanda, Scandinavia e Polonia.

Gli studenti viaggiano in gruppi di tre, parlano nei licei, nelle sinagoghe, nelle chiese, rivolgendosi ai media e ai politici. Grande attenzione viene dedicata a campus universitari e college, dove si formano i leader di domani e dove attecchiscono spesso i frutti della peggiore disinformazione.

Dei ragazzi che sono già in Italia, Assaf è laureato in ingegneria agricola, Shir ha studiato anche a Duino (Trieste), all’United World College of the Adriatic, Elie è uno psicologo: questi giovani colti, dall’aria familiare, di età compresa tra i 21 e i 27 anni, svolgono magnificamente il ruolo di ambasciatori di Israele presso i loro coetanei e i loro docenti. Portano un bagaglio di esperienze e storie diverse a dimostrare la varietà della società israeliana che costituisce uno dei suoi più grandi vantaggi. Raccontano le loro storie a coetanei che, si spera, saranno in grado di identificarsi con molti dei problemi che gli Israeliani devono affrontare oggi. Rispondono anche a domande su argomenti politici, ma il loro scopo è farci comprendere come essi lottino semplicemente per tornare a condurre delle vite normali in tempi che normali, purtroppo, non sono. Tutti loro hanno profondamente a cuore la sopravvivenza di Israele.

Per ulteriori informazioni contattare:

Ambasciata di Israele, Silvia Lamonaca 06-36 198 500/630

Associazioni Italia-Israele

Israel at Heart www.israelatheart.com 


I risultati contestati

Una ricerca stravolta da un quesito ambiguo
 
Prof. Renato Mannheimer

La domanda posta lasciava un ampio margine di ambiguità ma le risposte rappresentano uno stato di fatto. Quasi il 60% degli europei ritiene - come riferivano ieri i giornali citando l'ultimo Eurobarometro - che Israele rappresenti «la maggiore minaccia alla pace nel mondo». Che valore ha questo dato? E' davvero questa l'opinione dei nostri concittadini? Dal punto di vista più strettamente tecnico-metodologico, occorre ricordare che l'Eurobarometro svolge in genere sondaggi accurati. In questo caso si possono però avanzare forti riserve in merito alla formulazione della domanda.
DOMANDA AMBIGUA - La domanda era: «Per ciascuno dei Paesi seguenti, mi dica se, secondo lei, rappresenta o meno una minaccia per la pace nel mondo». Essa lascia un ampio margine di ambiguità. Alcuni avranno risposto pensando allo Stato di Israele (l'esistenza di Israele rappresenta una minaccia alla pace?), altri al governo israeliano (Sharon rappresenta una minaccia alla pace?), altri ancora alla situazione in Israele (il conflitto in Israele rappresenta una minaccia alla pace?).
Il sottoscritto, ad esempio, è a favore dell'esistenza dello Stato, piuttosto contrario a Sharon (che quindi, in un certo senso, minaccia la pace) e convinto che la situazione generale sia fonte di pericolo. Sono posizioni assai diverse: una maggiore precisione avrebbe evitato di confondere i piani.
STATO DI FATTO ESISTENTE - Al di là dei rilievi di carattere tecnico, tuttavia, è ragionevole pensare che le risposte rappresentino, seppur esagerandolo molto in termini quantitativi, uno stato di fatto esistente. È certamente vero, infatti, che una quota rilevante ritiene che sia principalmente Israele a costituire un ostacolo alla pace. Si può dissentire - come molti hanno fatto e come fa anche il sottoscritto - da questa opinione, ma occorre riconoscerne l'esistenza. Non appare però corretto interpretarla necessariamente come indicatore di antisemitismo.
SCARSA INFORMAZIONE - Quest'ultimo, specie nelle sue versioni più recenti, è, per gran parte della popolazione, spesso più il frutto dell'avversione a Israele che la sua causa. L'orientamento ostile a Israele dipende in misura molto maggiore da altri motivi. Ad esempio, per anni i media - e anche alcuni governi - hanno proposto una interpretazione semplificata, descrivendo Israele come il «cattivo» che opprimeva i «buoni» palestinesi. Decine di articoli prospettano la situazione in questo senso, senza alcun approfondimento critico. Dietro questo stato di cose sta sovente la maggiore facilità di rappresentazione, talvolta (in questo caso sì) anche una vena di antisemitismo e, spessissimo, la conoscenza parziale e incompleta della storia e della natura del conflitto. Ad esempio gran parte degli italiani - e, quel che è peggio, degli opinion-leader del nostro Paese - ritiene che esso abbia avuto inizio nel 1967, con la occupazione dei territori effettuata da Israele, senza peraltro sapere bene perché questa fosse avvenuta. Non bisogna però dimenticare che la disinformazione è anche stata facilitata dalla carenza di considerazione per la comunicazione da parte dello stato di Israele e, di converso, dalla attenzione per quest'ultima da parte dei palestinesi.
NOVITA' - Negli ultimi anni la situazione è andata significativamente mutando. In molti casi si è passati a un approccio più critico, fornendo al lettore/ascoltatore approfondimenti e documentazioni, perché si potesse formare una opinione, forse meno «facile», ma certo più consapevole. Tanto che, ad esempio in Italia, la gran parte dei cittadini (Sondaggio Ipo/AcNielsen per il Corriere della Sera 28 settembre 2003) ritiene oggi che «la colpa sia di entrambe le parti». [risposta indicata dal 40% del campione (contro il 34% del dicembre
2001); il 20% risponde "solo degli estremisti di entrambe le parti"; il 3% "prevalentemente dei palestinesi"; il 5% "prevalentemente degli israeliani"; il 2% "nessuna di queste"; il 30% "non so" - Nota mia] Talvolta, tuttavia, prevale ancora la versione semplicistica dei «forti» israeliani contro i «deboli» palestinesi. Che ha anche come conseguenza la formazione di opinioni quale quella registrata dal sondaggio europeo. A cui si può rispondere, dunque, non solo e non tanto criticando - seppure a ragione - l'impostazione metodologica, quanto comprendendo il perché di questo stato dell'opinione pubblica e agendo attivamente perché si formino giudizi più articolati e circostanziati.

 
Lunedì 10 novembre 2003, alle 20.45
 
Il Pitigliani
è lieto di invitarvi a un incontro sul tema
 
Il sondaggio UE:
analisi, reazioni, contrasti
 
Ne discutiamo con
Amos LUZZATTO e Renato MANNHEIMER
 
Pitigliani, Via Arco de' Tolomei, 1 - ROMA
Tel./fax 06.5897756 - 06.5898061
www.pitigliani.it
 
Renato Mannheimer è direttore scientifico dell'ISPO, Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione, membro della SISE, Società Italiana Studi Elettore.
Amos Luzzatto, primario e libero docente, dal 1998 è il Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
 

Commenti
Un dubbio attraversa la mente e il cuore degli israeliani
 
Più "pericolosi" della Corea del Nord?!
 
Da un editoriale del Jerusalem Post
3 novembre 2003

Nel corso dell'ultimo decennio il regime "popolare" nordcoreano di Kim Jong-Il ha fatto letteralmente morire di fame circa tre milioni dei suoi cittadini. Piu' o meno altrettanti sono quelli costretti a lavorare in schiavitu' in campi di concentramento molto piu' estesi di Auschwitz e quasi altrettanto feroci. Il regime nordcoreano si e' dotato di armi nucleari violando diversi accordi che aveva sottoscritto, e dichiara apertamente l'intenzione di vendere tali armi al migliore offerente. Ha lanciato missili balistici sopra il Giappone, ha minacciato una guerra di annientamento contro il suo vicino meridionale e si mantiene con il traffico di droga e la produzione di soldi falsi. Ma c'e' di bello che non e' pericoloso quanto Israele.
Questo, perlomeno, e' quanto emerge dal sondaggio recentemente condotto dalla Commissione Europea fra i cittadini dei quindici stati della UE. Alla richiesta di classificare una dozzina di paesi secondo il grado di minaccia che essi pongono alla "pace mondiale", i cittadini europei avrebbero messo in testa Israele, seguito da Iran, Corea del Nord, Afghanistan, Iraq e Stati Uniti. Ben il 59% degli intervistati nei quindici paesi europei ha indicato Israele come la peggiore minaccia.
Che si puo' dire? Non si puo' prescindere dalla spiegazione piu' semplice. Come ha detto il ministro israeliano per la Diaspora Natan Sharansky, il fatto che gli europei considerino Israele piu' minaccioso di paesi che sostengono e finanziano il terrorismo "dimostra che dietro alle critiche 'politiche' verso Israele spesso non c'e' altro che puro antisemitismo". E'
bene che Sharansky richiami l'Unione Europea al dovere di adoperarsi per fermare la "demonizzazione" di Israele "prima che l'Europa degeneri un'altra volta nelle oscurita' del suo passato". Ma i risultati del sondaggio non rivelano soltanto odio e intensi sentimenti pregiudizialmente anti-israeliani. Essi sono anche sorprendentemente illogici. Tra le sei nazioni classificate come piu' minacciose, figurano due paesi che sono veterani della lotta contro il terrorismo (Stati Uniti e Israele), due dittature criminali (Iran e Corea del Nord) e due paesi ex sponsor del terrorismo che si avviano solo ora sulla strada verso la liberta' (Afghanistan e Iraq). Evidentemente gli europei ragionano nel modo seguente: qualunque paese che compare nei titoli di prima pagina in connessione con la guerra al terrorismo, da qualunque parte stia e indipendentemente dal fatto che sia un paese libero o un regime dispotico, rappresenta una minaccia alla pace mondiale.
Conosciamo bene la tendenza degli europei a considerare qualunque discussione sul bene e sul male, su democrazia e dittatura come un discorso "da cowboy", mai abbastanza sofisticato per loro. Ora pero' scopriamo che la riluttanza degli europei per queste insignificanti distinzioni si e' spinta fino all'estremo opposto. Agli europei deve sembrare molto sofisticato trasformarsi nell'equivalente odierno del vecchio movimento dei non-allineati, questa volta di fronte alla piu' grande minaccia attuale, la minaccia che proviene dall'estremismo islamista e dalla sua entusiasta adesione al terrorismo. Viceversa, gli europei davvero capaci di senso critico noteranno probabilmente che dalle loro parti il nichilismo sta andando totalmente fuori controllo.
Durante la guerra fredda divenne di moda in Europa un neutralismo altrettanto irresponsabile tra Usa e Urss. Ma nella realta' l'Europa resto' saldamente all'interno della Nato e quella di essere invasi dalle divisioni sovietiche rimase una minaccia molto remota. Le cose non stanno cosi' nel conflitto di oggi. O l'islamismo estremista e il suo arsenale terroristico saranno sconfitti, o inghiottiranno anche l'Europa. Non ci vuole un'analisti tanto sofisticata per capire che, dal momento che Stati Uniti e Israele sono finiti sotto questo attacco brutale, restare neutrali, chiamarsi fuori dalla battaglia non risparmiera' ne' proteggera' l'Europa a lungo. Tale consapevolezza sembra farsi un po' strada se persino l'Europa si preoccupa dello sviluppo di armi nucleari in Iran. Ma il sondaggio dimostra che l'eventuale capacita' dei governi europei di distinguere tra realta' e mode politiche non sembra estendersi alla loro opinione pubblica.
Il fatto che cosi' tanti europei percepiscano Israele e Stati Uniti come una minaccia alla pace mondiale paragonabile all'Iran e alla Corea del Nord testimonia di un grave malessere intellettuale e ideale. Giornalisti ed opinionisti europei devono interrogarsi: vogliono davvero mettere nello stesso mucchio Israele, che sta subendo il quarto anno consecutivo di attentati suicidi, con l'Iran, uno dei principali sponsor del terrorismo mondiale, e con la Corea del Nord, uno dei piu' pericolosi agenti di proliferazione nucleare?
Paradossalmente lo stesso sondaggio indica che l'81% degli europei pensa che l'Unione Europea debba essere maggiormente coinvolta negli sforzi per costruire la pace in Medio Oriente. Naturalmente sono proprio i sondaggi come questo che rafforzano l'impulso israeliano a tenere l'Europa piu' lontana possibile da qualunque posizione dove possa esercitare una influenza diplomatica.
Un promemoria per l'Europa: demonizzare una democrazia che si difende da un'aggressione non e' il modo migliore per guadagnarsi degli amici e per esercitare su di loro una influenza positiva.
 

Congiuntivi

Ascoltato durante una lezione d'arabo alla moschea di Roma
 
"Che cosa non vorrei mai essere?" "Un'ebrea."

di Aldo Torchiaro
Il Riformista. 28 Ottobre 2003

Alla Moschea di Roma, la più grande d'Europa, è iniziato il via vai dei fedeli che, come predica il quarto pilastro dell'Islam, vi si recano in preghiera, osservando un digiuno completo da mattina a sera per tutto il mese del Ramadan. La fase di tensione internazionale non può non ripercuotersi anche nella vita della moschea nostrana, e soprattutto non è estranea al centro culturale ad essa collegato. Il laboratorio di lingua araba del centro organizza un corso che consta di una lezione ogni sabato mattina: si dice sia la migliore scuola di arabo della capitale. Gli studenti che la frequentano sono eterogenei. Ci sono immigrati analfabeti, professionisti, curiosi. E, tra loro, un giornalista. Che ci racconta una giornata-tipo all'ombra del minareto capitolino. La lezione dello scorso sabato verteva sul congiuntivo. L'insegnante chiede alla classe di formare una frase per esprimere «ciò che non si vorrebbe mai essere». Una studentessa si alza e scandisce in perfetto arabo: «Non vorrei mai essere un'ebrea». La professoressa è presa in contropiede. Non sa cosa dire. Chiede perché. «Non amo la loro cultura, la loro lingua», chiosa la studentessa. Tra i presenti nessuno reagisce. Anzi, sembra che tutto sia normale. L'unico ad apostrofare la ragazza è proprio il giornalista: «Ci mancava la battuta antisemita». La sua voce cade nel vuoto. «Se tu fossi all'altezza, sapresti che l'arabo è una lingua semita», si sente rispondere. Indignato, si alza ed abbandona l'aula.
Al corso di arabo della moschea di Roma ci sono una ventina di iscritti: alcuni sono veri appassionati di cultura islamica, ma ci sono anche teste calde: convertiti all'Islam da poco e animati da uno zelo particolare, o appartenenti alla galassia no-global che non fanno mistero del loro antiebraismo, ritenendo così di captare la benevolenza dell'istituzione culturale islamica. Magari a torto. La studentessa che proclama a gran voce il suo odio per gli ebrei non suscita riprovazione. L'episodio non è il primo che riguarda la comunità islamica romana: in giugno era stato rimosso l'Imam della stessa moschea, accusato di aver incitato i fedeli alla violenza durante il sermone. Il caso fa il paio con il clamoroso j'accuse
con cui Tariq Ramadan, a Parigi, ha dato fuoco alle polveri nel modo più intempestivo. Dichiarando nei giorni scorsi che «gli intellettuali ebrei controllano l'informazione», e che «troppo spesso un certo riflesso comunitario ebraico impedisce un dibattito serio sul Medio Oriente». I probiviri del Parti Socialiste, convocati dal portavoce Dray, si riuniranno
per decidere l'espulsione dell'esponente islamico dal partito.

[Il giornalista che è stato protagonista della vicenda è Dimitri Buffa di "Libero"]
 

AVVISO
 
In occasione dei 40 anni di attività del Centro Einaudi, 
lunedì 17 novembre, alle ore 17.30, 
presso la Sala Conferenze della Galleria d’Arte Moderna 
(corso Galileo Ferraris 30, Torino) 
Michael E. Cox (London School of Economics) e 
G. John Ikenberry (Georgetown University) 
parleranno sul tema: 

Che cosa farà girare il mondo? 

Europa e Stati Uniti fra cooperazione e competizione.



 

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