The Harp of David
cultura filosofia società politica diritti umani scienza
arti varie
Distr.: 6.380
contatti Anno I, Num. 7 -
8 novembre 2003
In
questo numero:
Iniziative di successo
Diana Datola, Appuntamento a Gerusalemme. Viaggio politico,
culturale e di solidarietà in Israele. Dal 5 al 9
dicembre
Libri in primo
piano
Murray Newton
Rothbard, L'etica della libertà
David Friedman,
L'ingranaggio della libertà
Presentare la normalità
Carmine Monaco, Israele in diretta:
niente politica, solo storie di vita
I
risultati contestati
Prof. Renato Mannheimer, Una
ricerca stravolta da un quesito ambiguo
Invito
al Pitigliani
Dibattito sul tema: Il sondaggio UE: analisi, reazioni, contrasti. Ne
discutiamo con Amos Luzzatto e Renato Mannheimer
Commenti
(da un editoriale del Jerusalem Post), Più pericolosi della Corea del
Nord?!
Congiuntivi
Aldo Torchiaro, "Che cosa non vorrei mai essere?"
"Un'ebrea."
Ringraziamenti
Questo numero è stato realizzato
con il contributo dell'Associazione Italia-Israele di Napoli. Ringraziamo il
Presidente Prof. Gino Aji e il consigliere Prof. Francesco Lucrezi per la
cortese disponibilità.
Iniziative di
successo
Appuntamento a
Gerusalemme
Viaggio politico,
culturale e di solidarietà in Israele. 5-9 dicembre
2003
di Diana Datola
Dopo il successo del viaggio dello
scorso anno, che ha visto come promotori e partecipanti 73 cittadini italiani
(tra i quali numerosi esponenti del mondo della politica e della cultura),
Appuntamento a Gerusalemme ha organizzato un nuovo viaggio in Israele, di
conoscenza e approfondimento della realtà mediorientale.
Dal primo viaggio è nato un libro
"Perché Israele", edito da Belforte (Livorno) - recensito nel numero
precedente e accompagnato dall'anteprima della prefazione del Presidente del
Senato On. Marcello Pera - che sarà nelle librerie a partire dalla metà di
novembre, con riflessioni, testimonianze e opinioni di alcuni dei partecipanti.
A questo nuovo viaggio, che si
svolgerà tra il 5 ed il 9 dicembre p.v., hanno già aderito numerosi
parlamentari - fra gli altri, notiamo la presenza dell’on. Umberto Ranieri,
dei senatori Ottaviano Del Turco, Luigi Compagna, Antonio Del Pennino, Alfredo
Biondi e Fabrizio Cicchitto - che viaggeranno insieme a noti giornalisti e
opinion-maker, tra cui Renzo Foa, Arturo Gismondi, Maria Giovanna Maglie e
Marina Valensise.
Il significato del nuovo viaggio
è lo stesso del precedente: un atto di ferma opposizione al terrorismo
e un gesto di solidarietà alle sue vittime. Dallo scorso anno, tuttavia, lo scenario internazionale è profondamente
mutato e si presenta oggi sempre più in rapida evoluzione. La lotta al
terrorismo internazionale, la caduta del regime iracheno, i dibattiti e le
lacerazioni sulla guerra, i fallimenti dei primi passi della Road Map ed i
continui atti di intolleranza da parte dell’Europa nei confronti di Israele,
hanno reso sempre più impellente l’approfondimento del dialogo di quest’ultimo
con l’Unione Europea, che potrebbe avere un ruolo importante nella promozione
del processo di pace.
La prima parte del viaggio prevede
una visita alle alture del Golan (al confine israelo-siriano-libanese), al fine
di conoscere e capire i difficili rapporti con i paesi confinanti ed al Lago di
Tiberiade, passando per un villaggio arabo-israeliano in Galilea, con uno
sguardo al problema delle risorse idriche in Medio Oriente.
La seconda parte si svolgerà a
Gerusalemme, dove, oltre alla visita dei luoghi più significativi della città, è
previsto l’incontro con alcuni esponenti del Governo israeliano ed un dibattito
tra storici, intellettuali e politici italiani ed israeliani sui rapporti tra
Europa ed Israele nel nuovo scenario internazionale.
Invitiamo i nostri Lettori a
partecipare numerosi!
Per Appuntamento a
Gerusalemme
Anna Borioni, cell. 328.1282138;
Anita Friedman, cell. 338.1836060;
Adriana Martinelli, cell.
333.9882564;
Liliana Tartaglione, cell. 348.4108455
RICHIEDERE INFORMAZIONI E SCHEDA DI PRENOTAZIONE PER
"APPUNTAMENTO A GERUSALEMME" INVIANDO UNA E-MAIL A:
appuntamentoagerusalemme@fastwebnet.it o via fax al
n. 06.6789511
La quota viaggio
comprende:
-
viaggio aereo con voli di linea
-
viaggio aereo con volo speciale
Arkia – Tel Aviv/Kiriat Shmonà
-
trasferimenti interni,
sistemazione in hotel 1° cat. lusso e kibbutz, pasti incluso bevande (esclusa
cena dell’8), guida in italiano, pullman a disposizione.
-
Partenza da Roma 5 dicembre,
volo El Al (LY386) ore 10.05 - 14.30
-
Partenza da Tel Aviv, 9
dicembre, volo El Al (LY 385), ore 6.05 - 9.00 (in alternativa volo Alitalia
(AZ 811), ore 16.05
-
Coincidenza Linate – Fiumicino 5
dicembre volo Air One (AP 2933), ore 07.00 – 08.05
-
Assicurazione
-
Mance
Libri in primo piano.
1
L'etica della
libertà
di Murray Newton Rothbard
CURA E TRADUZIONE DI LUIGI MARCO
BASSANI
PAGINE XLVI - 432 EURO 18,59
L'etica della libertà è il prodotto maturo di una delle
grandi menti del ventesimo secolo. È la costruzione di una morale adeguata al
capitalismo del laissez-faire, inteso come sistema della libertà naturale
dell'uomo. Rothbard propone una società nella quale sia abolito il monopolio
statale della violenza, e tutti i servizi (anche sicurezza, protezione e
giustizia) siano offerti in libera concorrenza sul mercato. L'analisi
rothbardiana, nel solco di tradizioni quali l'anarchismo individualista
americano, la Scuola Austriaca dell'economia, il neotomismo e la dottrina
lockeana dei diritti assoluti di proprietà, sviluppa gli argomenti morali a
favore di una società libera, analizzando le implicazioni della libertà in tutti
i campi, dalla dottrina dei contratti, alla famiglia, al diritto penale. Su un
fondamento ultrarazionale egli costruisce quindi una filosofia politica che ha
il compito di eliminare il ruolo della violenza nella vita umana, negando alla
metafora organicista dello Stato il potere di appropriarsi dei beni e della vita
degli individui. Come per Nock prima di lui, il nemico naturale della libertà
dell'uomo è sempre e comunque lo Stato, l'organizzatore dei mezzi politici,
ossia degli strumenti di coercizione.
Libri in primo piano.
2
L'ingranaggio della libertà
di
David Friedman
I
NTRODUZIONE DI ARMANDO
MASSARENTI
POSTFAZIONE DI FABIO MASSIMO NICOSIA
TRADUZIONE DI PAOLA LANDI
E MICHAEL LACEY-FREEMAN
PAGINE XXVI - 368 EURO 16,53
«Sembra esserci una stretta
correlazione tra le leggi che rendono libera la gente e quelle che la rendono
felice.» Muovendo da questa elementare constatazione, David Friedman avvia
un'analisi concreta dei vari settori del vivere associato in cui, con vantaggio
di tutti, sarebbe possibile riappropriarsi degli spazi di autonomia confiscati
dalle cricche di politici, legislatori e burocrati che costituiscono le mille
membra del Moloch statale. Scuola, sanità, previdenza, giustizia, sistema
viario, sicurezza, tutela ambientale, mass media e tanti altri servizi vengono
riprogettati da Friedman sulla base di principî non coercitivi, dimostrando come
lo Stato sia la negazione di efficienza e giustizia, le quali non nascono da
obblighi, divieti, costrizioni, ma dalla cooperazione di individui liberi e
consenzienti.
Il senso di questo libro - come dice lo stesso Autore - è
quello di «persuadere la gente che una società potrebbe essere sia libera che
desiderabile, che le istituzioni della proprietà privata costituiscono il
meccanismo della libertà, rendendo possibile ad ognuno, in un mondo
interdipendente e complesso, di raggiungere il proprio scopo».
Utopia o
lungimirante realismo? Molte delle "scandalose" proposte avanzate in questo
libro - pubblicato per la prima volta nel 1973 - sono già una realtà in vari
paesi del mondo libero.
Presentare la
normalità
Un gruppo di giovani
mostra al mondo il vero volto di Israele
Israele in diretta: niente
politica, solo storie di vita
di Carmine Monaco
Dopo lunghi anni di studi complessi
nell’ambito della ricerca tecnologica più avanzata, è stata realizzata una
capsula elettronica, una microcamera che viene ingoiata in forma di pillola dal
paziente e, compiendo il suo tragitto, permette di rilevare "in diretta" e con
altissimi margini di precisione se vi sono patologie in corso. Con questo
sistema è ora possibile evitare al paziente fastidiosissime indagini invasive.
Questa "pillola elettronica" è stata inventata in Israele: lo sapevate? Molto
probabilmente no. Allo stesso modo, pochi sanno che Israele è tra gli stati
che investono di più al mondo in ricerca, conseguendo spesso scoperte
importantissime e risultati eccellenti in tutti i campi scientifici e
tecnologici, che si riflettono positivamente sul grado di benessere e prosperità
dell’intera umanità.
Eppure lo Stato di Israele viene
percepito spesso dai mass-media in una maniera che non corrisponde alla realtà.
L’immagine dello stato guerriero offerta dalla stampa mondiale è infatti quanto
di più lontano dall’animo reale degli israeliani, che hanno invece il grande
merito di aver fondato l’unica società libera e democratica nel Medio Oriente,
un valore che non viene riportato al grande pubblico. Noi europei, soprattutto
dopo l’ultimo sondaggio effettuato da Eurobarometro, dobbiamo invece sforzarci
di comprendere, prima di giudicare.
A tale scopo ben vengano iniziative
importanti come quella avviata da Israel at Heart, un’organizzazione
indipendente newyorkese il cui unico fine è promuovere una migliore comprensione
di Israele e della sua gente. Il gruppo non fa parte di alcune organizzazione
ebraica, non rappresenta agenzie governative o partiti politici e i suoi
componenti sono perciò liberi di esprimersi come ritengono più opportuno, come
del resto fanno tutti gli israeliani.
Nell’ambito delle iniziative
promosse dall’associazione, arriva anche in Italia il progetto The Real
World (ormai alla IV edizione negli Stati Uniti), che prevede una serie di
incontri tra tre studenti universitari israeliani, ragazzi e ragazze, e gruppi
di studenti e giovani italiani. Dal 2 al 13 novembre Shir Gironi, Elie Lebovitz
e Assaf Godo visiteranno scuole, università, chiese e associazioni di Milano,
Torino, Varese, Gorizia, Firenze, Padova, Treviso e Pordenone, per mostrare la
vera faccia di Israele.
Il fondatore di Israel at
Heart, Joey Low, sostiene la necessità che la gente, e soprattutto i
giovani, abbiano la possibilità di conoscere Israele senza il filtro dei media,
"ascoltino cosa vuol dire vivere in Israele, cosa vuol dire servire
nell’esercito. Niente politica, solo storie di vita". In contemporanea con il
tour italiano, The Real World si svolgerà anche in Germania, Inghilterra,
Francia, Spagna, Italia, Belgio, Olanda, Scandinavia e Polonia.
Gli studenti viaggiano in gruppi di
tre, parlano nei licei, nelle sinagoghe, nelle chiese, rivolgendosi ai media e
ai politici. Grande attenzione viene dedicata a campus universitari e college,
dove si formano i leader di domani e dove attecchiscono spesso i frutti della
peggiore disinformazione.
Dei ragazzi che sono già in Italia,
Assaf è laureato in ingegneria agricola, Shir ha studiato anche a Duino
(Trieste), all’United World College of the Adriatic, Elie è uno psicologo:
questi giovani colti, dall’aria familiare, di età compresa tra i 21 e i 27 anni,
svolgono magnificamente il ruolo di ambasciatori di Israele presso i loro
coetanei e i loro docenti. Portano un bagaglio di esperienze e storie diverse a
dimostrare la varietà della società israeliana che costituisce uno dei suoi più
grandi vantaggi. Raccontano le loro storie a coetanei che, si spera, saranno in
grado di identificarsi con molti dei problemi che gli Israeliani devono
affrontare oggi. Rispondono anche a domande su argomenti politici, ma il loro
scopo è farci comprendere come essi lottino semplicemente per tornare a condurre
delle vite normali in tempi che normali, purtroppo, non sono. Tutti loro hanno
profondamente a cuore la sopravvivenza di Israele.
Per ulteriori informazioni
contattare:
Ambasciata di Israele, Silvia
Lamonaca 06-36 198 500/630
Associazioni
Italia-Israele
Israel at Heart www.israelatheart.com
I risultati
contestati
Una ricerca stravolta da un
quesito ambiguo
Prof. Renato Mannheimer
La
domanda posta lasciava un ampio margine di ambiguità ma le risposte
rappresentano uno stato di fatto. Quasi il 60% degli europei ritiene - come
riferivano ieri i giornali citando l'ultimo Eurobarometro - che Israele
rappresenti «la maggiore minaccia alla pace nel mondo». Che valore ha questo
dato? E' davvero questa l'opinione dei nostri concittadini? Dal punto di vista
più strettamente tecnico-metodologico, occorre ricordare che l'Eurobarometro
svolge in genere sondaggi accurati. In questo caso si possono però avanzare
forti riserve in merito alla formulazione della domanda.
DOMANDA AMBIGUA - La
domanda era: «Per ciascuno dei Paesi seguenti, mi dica se, secondo lei,
rappresenta o meno una minaccia per la pace nel mondo». Essa lascia un ampio
margine di ambiguità. Alcuni avranno risposto pensando allo Stato di Israele
(l'esistenza di Israele rappresenta una minaccia alla pace?), altri al governo
israeliano (Sharon rappresenta una minaccia alla pace?), altri ancora alla
situazione in Israele (il conflitto in Israele rappresenta una minaccia alla
pace?).
Il sottoscritto, ad esempio, è a favore dell'esistenza dello Stato,
piuttosto contrario a Sharon (che quindi, in un certo senso, minaccia la pace) e
convinto che la situazione generale sia fonte di pericolo. Sono posizioni assai
diverse: una maggiore precisione avrebbe evitato di confondere i piani.
STATO
DI FATTO ESISTENTE - Al di là dei rilievi di carattere tecnico, tuttavia, è
ragionevole pensare che le risposte rappresentino, seppur esagerandolo molto in
termini quantitativi, uno stato di fatto esistente. È certamente vero, infatti,
che una quota rilevante ritiene che sia principalmente Israele a costituire un
ostacolo alla pace. Si può dissentire - come molti hanno fatto e come fa anche
il sottoscritto - da questa opinione, ma occorre riconoscerne l'esistenza. Non
appare però corretto interpretarla necessariamente come indicatore di
antisemitismo.
SCARSA INFORMAZIONE - Quest'ultimo, specie nelle sue versioni
più recenti, è, per gran parte della popolazione, spesso più il frutto
dell'avversione a Israele che la sua causa. L'orientamento ostile a Israele
dipende in misura molto maggiore da altri motivi. Ad esempio, per anni i media -
e anche alcuni governi - hanno proposto una interpretazione semplificata,
descrivendo Israele come il «cattivo» che opprimeva i «buoni» palestinesi.
Decine di articoli prospettano la situazione in questo senso, senza alcun
approfondimento critico. Dietro questo stato di cose sta sovente la maggiore
facilità di rappresentazione, talvolta (in questo caso sì) anche una vena di
antisemitismo e, spessissimo, la conoscenza parziale e incompleta della storia e
della natura del conflitto. Ad esempio gran parte degli italiani - e, quel che è
peggio, degli opinion-leader del nostro Paese - ritiene che esso abbia avuto
inizio nel 1967, con la occupazione dei territori effettuata da Israele, senza
peraltro sapere bene perché questa fosse avvenuta. Non bisogna però dimenticare
che la disinformazione è anche stata facilitata dalla carenza di considerazione
per la comunicazione da parte dello stato di Israele e, di converso, dalla
attenzione per quest'ultima da parte dei palestinesi.
NOVITA' - Negli ultimi
anni la situazione è andata significativamente mutando. In molti casi si è
passati a un approccio più critico, fornendo al lettore/ascoltatore
approfondimenti e documentazioni, perché si potesse formare una opinione, forse
meno «facile», ma certo più consapevole. Tanto che, ad esempio in Italia, la
gran parte dei cittadini (Sondaggio Ipo/AcNielsen per il Corriere della Sera 28
settembre 2003) ritiene oggi che «la colpa sia di entrambe le parti». [risposta
indicata dal 40% del campione (contro il 34% del dicembre
2001); il 20%
risponde "solo degli estremisti di entrambe le parti"; il 3% "prevalentemente
dei palestinesi"; il 5% "prevalentemente degli israeliani"; il 2% "nessuna di
queste"; il 30% "non so" - Nota mia] Talvolta, tuttavia, prevale ancora la
versione semplicistica dei «forti» israeliani contro i «deboli» palestinesi. Che
ha anche come conseguenza la formazione di opinioni quale quella registrata dal
sondaggio europeo. A cui si può rispondere, dunque, non solo e non tanto
criticando - seppure a ragione - l'impostazione metodologica, quanto
comprendendo il perché di questo stato dell'opinione pubblica e agendo
attivamente perché si formino giudizi più articolati e
circostanziati.
Lunedì 10 novembre 2003, alle 20.45
Il
Pitigliani
è lieto di invitarvi a
un incontro sul tema
Il sondaggio
UE:
analisi,
reazioni, contrasti
Ne discutiamo con
Amos LUZZATTO e Renato
MANNHEIMER
Pitigliani, Via Arco
de' Tolomei, 1 - ROMA
Tel./fax 06.5897756 -
06.5898061
Renato Mannheimer è direttore scientifico
dell'ISPO, Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione, membro della SISE,
Società Italiana Studi Elettore.
Amos Luzzatto, primario e libero docente, dal 1998
è il Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane
Commenti
Un dubbio attraversa la mente e il
cuore degli israeliani
Più "pericolosi" della
Corea del Nord?!
Da un editoriale del
Jerusalem Post
3 novembre 2003
Nel corso dell'ultimo decennio il
regime "popolare" nordcoreano di Kim Jong-Il ha fatto letteralmente morire di
fame circa tre milioni dei suoi cittadini. Piu' o meno altrettanti sono quelli
costretti a lavorare in schiavitu' in campi di concentramento molto piu' estesi
di Auschwitz e quasi altrettanto feroci. Il regime nordcoreano si e' dotato di
armi nucleari violando diversi accordi che aveva sottoscritto, e dichiara
apertamente l'intenzione di vendere tali armi al migliore offerente. Ha lanciato
missili balistici sopra il Giappone, ha minacciato una guerra di annientamento
contro il suo vicino meridionale e si mantiene con il traffico di droga e la
produzione di soldi falsi. Ma c'e' di bello che non e' pericoloso quanto
Israele.
Questo, perlomeno, e' quanto emerge dal sondaggio recentemente
condotto dalla Commissione Europea fra i cittadini dei quindici stati della UE.
Alla richiesta di classificare una dozzina di paesi secondo il grado di minaccia
che essi pongono alla "pace mondiale", i cittadini europei avrebbero messo in
testa Israele, seguito da Iran, Corea del Nord, Afghanistan, Iraq e Stati Uniti.
Ben il 59% degli intervistati nei quindici paesi europei ha indicato Israele
come la peggiore minaccia.
Che si puo' dire? Non si puo' prescindere dalla
spiegazione piu' semplice. Come ha detto il ministro israeliano per la Diaspora
Natan Sharansky, il fatto che gli europei considerino Israele piu' minaccioso di
paesi che sostengono e finanziano il terrorismo "dimostra che dietro alle
critiche 'politiche' verso Israele spesso non c'e' altro che puro
antisemitismo". E'
bene che Sharansky richiami l'Unione Europea al dovere di
adoperarsi per fermare la "demonizzazione" di Israele "prima che l'Europa
degeneri un'altra volta nelle oscurita' del suo passato". Ma i risultati del
sondaggio non rivelano soltanto odio e intensi sentimenti pregiudizialmente
anti-israeliani. Essi sono anche sorprendentemente illogici. Tra le sei nazioni
classificate come piu' minacciose, figurano due paesi che sono veterani della
lotta contro il terrorismo (Stati Uniti e Israele), due dittature criminali
(Iran e Corea del Nord) e due paesi ex sponsor del terrorismo che si avviano
solo ora sulla strada verso la liberta' (Afghanistan e Iraq). Evidentemente gli
europei ragionano nel modo seguente: qualunque paese che compare nei titoli di
prima pagina in connessione con la guerra al terrorismo, da qualunque parte stia
e indipendentemente dal fatto che sia un paese libero o un regime dispotico,
rappresenta una minaccia alla pace mondiale.
Conosciamo bene la tendenza
degli europei a considerare qualunque discussione sul bene e sul male, su
democrazia e dittatura come un discorso "da cowboy", mai abbastanza sofisticato
per loro. Ora pero' scopriamo che la riluttanza degli europei per queste
insignificanti distinzioni si e' spinta fino all'estremo opposto. Agli europei
deve sembrare molto sofisticato trasformarsi nell'equivalente odierno del
vecchio movimento dei non-allineati, questa volta di fronte alla piu' grande
minaccia attuale, la minaccia che proviene dall'estremismo islamista e dalla sua
entusiasta adesione al terrorismo. Viceversa, gli europei davvero capaci di
senso critico noteranno probabilmente che dalle loro parti il nichilismo sta
andando totalmente fuori controllo.
Durante la guerra fredda divenne di moda
in Europa un neutralismo altrettanto irresponsabile tra Usa e Urss. Ma nella
realta' l'Europa resto' saldamente all'interno della Nato e quella di essere
invasi dalle divisioni sovietiche rimase una minaccia molto remota. Le cose non
stanno cosi' nel conflitto di oggi. O l'islamismo estremista e il suo arsenale
terroristico saranno sconfitti, o inghiottiranno anche l'Europa. Non ci vuole
un'analisti tanto sofisticata per capire che, dal momento che Stati Uniti e
Israele sono finiti sotto questo attacco brutale, restare neutrali, chiamarsi
fuori dalla battaglia non risparmiera' ne' proteggera' l'Europa a lungo. Tale
consapevolezza sembra farsi un po' strada se persino l'Europa si preoccupa dello
sviluppo di armi nucleari in Iran. Ma il sondaggio dimostra che l'eventuale
capacita' dei governi europei di distinguere tra realta' e mode politiche non
sembra estendersi alla loro opinione pubblica.
Il fatto che cosi' tanti
europei percepiscano Israele e Stati Uniti come una minaccia alla pace mondiale
paragonabile all'Iran e alla Corea del Nord testimonia di un grave malessere
intellettuale e ideale. Giornalisti ed opinionisti europei devono interrogarsi:
vogliono davvero mettere nello stesso mucchio Israele, che sta subendo il quarto
anno consecutivo di attentati suicidi, con l'Iran, uno dei principali sponsor
del terrorismo mondiale, e con la Corea del Nord, uno dei piu' pericolosi agenti
di proliferazione nucleare?
Paradossalmente lo stesso sondaggio indica che
l'81% degli europei pensa che l'Unione Europea debba essere maggiormente
coinvolta negli sforzi per costruire la pace in Medio Oriente. Naturalmente sono
proprio i sondaggi come questo che rafforzano l'impulso israeliano a tenere
l'Europa piu' lontana possibile da qualunque posizione dove possa esercitare una
influenza diplomatica.
Un promemoria per l'Europa: demonizzare una democrazia
che si difende da un'aggressione non e' il modo migliore per guadagnarsi degli
amici e per esercitare su di loro una influenza
positiva.
Congiuntivi
Ascoltato durante una lezione d'arabo alla moschea di
Roma
"Che cosa non vorrei mai
essere?" "Un'ebrea."
di Aldo
Torchiaro
Il Riformista. 28 Ottobre
2003
Alla Moschea di Roma, la più
grande d'Europa, è iniziato il via vai dei fedeli che, come predica il quarto
pilastro dell'Islam, vi si recano in preghiera, osservando un digiuno completo
da mattina a sera per tutto il mese del Ramadan. La fase di tensione
internazionale non può non ripercuotersi anche nella vita della moschea
nostrana, e soprattutto non è estranea al centro culturale ad essa collegato. Il
laboratorio di lingua araba del centro organizza un corso che consta di una
lezione ogni sabato mattina: si dice sia la migliore scuola di arabo della
capitale. Gli studenti che la frequentano sono eterogenei. Ci sono immigrati
analfabeti, professionisti, curiosi. E, tra loro, un giornalista. Che ci
racconta una giornata-tipo all'ombra del minareto capitolino. La lezione dello
scorso sabato verteva sul congiuntivo. L'insegnante chiede alla classe di
formare una frase per esprimere «ciò che non si vorrebbe mai essere». Una
studentessa si alza e scandisce in perfetto arabo: «Non vorrei mai essere
un'ebrea». La professoressa è presa in contropiede. Non sa cosa dire. Chiede
perché. «Non amo la loro cultura, la loro lingua», chiosa la studentessa. Tra i
presenti nessuno reagisce. Anzi, sembra che tutto sia normale. L'unico ad
apostrofare la ragazza è proprio il giornalista: «Ci mancava la battuta
antisemita». La sua voce cade nel vuoto. «Se tu fossi all'altezza, sapresti che
l'arabo è una lingua semita», si sente rispondere. Indignato, si alza ed
abbandona l'aula.
Al corso di arabo della moschea di Roma ci sono una ventina
di iscritti: alcuni sono veri appassionati di cultura islamica, ma ci sono anche
teste calde: convertiti all'Islam da poco e animati da uno zelo particolare, o
appartenenti alla galassia no-global che non fanno mistero del loro
antiebraismo, ritenendo così di captare la benevolenza dell'istituzione
culturale islamica. Magari a torto. La studentessa che proclama a gran voce il
suo odio per gli ebrei non suscita riprovazione. L'episodio non è il primo che
riguarda la comunità islamica romana: in giugno era stato rimosso l'Imam della
stessa moschea, accusato di aver incitato i fedeli alla violenza durante il
sermone. Il caso fa il paio con il clamoroso j'accuse
con cui Tariq Ramadan,
a Parigi, ha dato fuoco alle polveri nel modo più intempestivo. Dichiarando nei
giorni scorsi che «gli intellettuali ebrei controllano l'informazione», e che
«troppo spesso un certo riflesso comunitario ebraico impedisce un dibattito
serio sul Medio Oriente». I probiviri del Parti Socialiste, convocati dal
portavoce Dray, si riuniranno
per decidere l'espulsione dell'esponente
islamico dal partito.
[Il giornalista che è stato protagonista della vicenda è Dimitri Buffa di
"Libero"]
AVVISO
In occasione dei 40 anni di attività del
Centro Einaudi,
lunedì
17 novembre, alle ore 17.30,
presso la Sala Conferenze
della Galleria d’Arte Moderna
(corso Galileo Ferraris 30,
Torino)
Michael E. Cox (London School of Economics)
e
G. John Ikenberry (Georgetown University)
parleranno
sul tema:
Che cosa farà girare il
mondo?
Europa e Stati Uniti
fra cooperazione e competizione.
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