L'ANTEPRIMA
"Torniamo a casa andando in Israele"
Prefazione a AA.VV., Perché Israele. Appuntamento a Gerusalemme, Guastalla 2003, gentilmente concessa in anteprima a The Harp of David dall'Editore.
Pres. del Senato On. Marcello PERA
Per chi non è distratto – e chi va in Israele non può essere distratto –, un viaggio in Israele serve per conoscere.
Chi va in Israele conosce la faccia tragica del terrorismo. Specialmente dopo gli attentati contro il Pentagono e le Torri gemelle, questo paese all’estremo orientale del Mediterraneo è una faglia che divide l’Occidente dai suoi nemici. Israele è l’obiettivo di elezione dei terroristi suicidi, la stella polare che li indirizza, il polo magnetico che li attira, sia che agiscano a Gerusalemme sia che segnino di sangue altri angoli del pianeta. Chi va in Israele conosce il mondo nato dopo la rottura degli equilibri della guerra fredda. La rete del terrorismo internazionale che è oggi la nuova grande minaccia per il mondo occidentale ha in Israele la sua imbastitura. Qui, dietro gli sguardi dei giovani fanatici che si immolano sugli autobus e nei supermercati delle città israeliane, si intuisce la tessitura ideologica di quello che davvero potrebbe essere lo scontro tra civiltà. Qui, comunque, il terrorismo che sta decimando la gente di Israele non è più da tempo legato ad una rivendicazione territoriale. Se così fosse, Arafat avrebbe accettato senza esitare il tutto che gli offriva Ehud Barak a Camp David.
Chi va in Israele conosce un destino più vasto. È in Israele che si capirà se la guerra contro l’Iraq è stata davvero vinta. Se la potenza americana sarà l’asse di un nuovo equilibrio, se l’Europa, mentre si fa larga e si irrobustisce e si dà una sola voce, ha ancora qualcosa da dire al mondo.
Un viaggio in Israele è, inoltre, un viaggio di stupore. Stupore di esistenza. Israele è un lembo di democrazia, Perché Israele è una pianta di libertà in un terreno in cui crescono in prevalenza dispotismo teocratico e fondamentalismo. Una minaccia per quei paesi che si reggono sul terrore e la repressione.
Chi va in Israele si stupisce per la sopravvivenza di quello Stato. Si può immaginare l’Italia che regga all’urto di oltre cinquemila morti per terrorismo in meno di tre anni, tanti quanti, in proporzione ai suoi sei milioni di abitanti, ne ha avuti Israele? In una situazione siffatta, cosa ne sarebbe nelle democrazie europee di parlamenti, governi, corti costituzionali, regole di convivenza? Invece Israele regge, continua a vivere, discutere, votare, decidere. Persino gli arabi si stupiscono di Israele. I loro ragazzi restano incantati a guardare la tv israeliana quando vanno in onda i dibattiti. Vedere due uomini politici che litigano, che discutono, che magari si insultano, è qualcosa di incomprensibile e affascinante.
Chi va in Isreale si stupisce della sua vita di ogni giorno. Donne che prendono l’autobus con la borsa della spesa, ragazzi con i libri di scuola, studenti che vanno all’università, giovani che ballano in discoteca. Sapendo che quell’autobus, quella scuola, università, discoteca, potrebbe essere l’ultima tappa. E senza ombra di fatalismo, ma con l’irriducibile determinazione a vivere una vita normale.
Per questo ogni viaggio in Israele è subito un viaggio di solidarietà. Perché c’è la forte probabilità che ogni persona che si incontra, a cui si stringe la mano, o che solo si sfiora tra la folla, conosca, oltre alla tragedia storica che si porta dietro, il dolore di una perdita o di un lutto recenti. Il terrorismo contro i civili colpisce generazioni intere: nonni, padri, figli e nipoti. Colpisce ovunque e in ogni momento. È come se ogni israeliano, la mattina, uscendo di casa lanciasse in aria il suo shekel. Sarà oggi?
Un viaggio in Israele è anche un viaggio di ritorno, verso casa. Lì c’è un brandello di Europa catapultato in mezzo al deserto, un pezzo di noi lontano da noi. Le radici del sionismo sono radici europee. L’Olocausto è una indelebile tragedia europea. De te fabula narratur. Per questo, andando in Israele, devi interrogarti, capire perché è diffidente di te, capire perché vuole parlare con te, e capire anche se tu sei in pace con te stesso.
È vero, Israele guarda con più fiducia agli Stati Uniti che non al vecchio continente. Ed è doloroso constatarlo soprattutto oggi che l’Europa nutre più grandi ambizioni e si prepara ad accogliere nuovi stati e nuovi popoli. È una distanza che va colmata, non solo per il bene di Israele e della sua sicurezza, ma per il bene dell’Europa stessa, della sua identità e consapevolezza.
L’Europa ha una delle chiavi per risolvere il conflitto israeliano-palestinese. Non finga di non sapere dove sta la serratura.
C’è chi propone l’adesione effettiva di Israele all’Unione Europea. È una visione nobile e forse oggi prematura, ma è quella la direzione di fondo: uno di quegli esiti che il futuro dà per scontati quando il presente ancora non lo sa.
Torniamo a casa, andando in Israele.
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Libri in primo piano
AA.VV., Perché Israele. Appuntamento a Gerusalemme. Belforte 2003. A cura di: Guido e Silvia Guastalla. Prezzo € 16
Il 10% del ricavato di questo libro sarà devoluto alla "Terror Victims Association" di Gerusalemme
GLI AUTORI. Simone Bemporad, Giornalista - Alfredo Biondi, Vicepresidente Vicario della Camera dei Deputati - Giuseppe Caldarola, Deputato DS - Fabrizio Cicchitto, Vicepresidente del Gruppo di Forza Italia alla Camera dei Deputati - Ottaviano Del Turco, Presidente del gruppo dello SDI al Senato - Renzo Foa, Giornalista - Arturo Gismondi, Giornalista e saggista - Maria Gliozzi, Medico dentista - Bruna Ingrao, Professore associato di Economia, Università di Roma La Sapienza - Antonio Landolfi, ex Senatore, prof. universitario - Emanuele Macaluso, Direttore di "Le ragioni del socialismo" - Maria Giovanna Maglie, Giornalista e scrittrice - Adriano Mordenti, Fotoreporter - Marcello Pera, Presidente del Senato - Angelo Pezzana, Direttore di "www.informazionecorretta. com" - Paolo Pirani, Segretario confederale della UIL.
"Il nostro Appuntamento a Gerusalemme è rivolto a tutti coloro che hanno a cuore le sorti del popolo d’Israele e la sopravvivenza dello Stato democratico. Vogliamo incontrarci a Gerusalemme per manifestare il nostro no al terrorismo e alla paura che vuole suscitare, testimoniando in prima persona la solidarietà alle vittime. Vogliamo rompere l’isolamento e la diffidenza che in questi ultimi anni si sono elevati attorno ad Israele. Vogliamo sollevare il velo della disinformazione e della propaganda dietro il quale si nasconde la realtà di un Paese costretto a lottare quotidianamente per la propria sopravvivenza".
Con queste parole, nell’autunno 2002 un gruppo di persone lanciò in Italia un appello, cui aderirono politici di diverso orientamento, giornalisti, intellettuali, semplici cittadini, tra i quali molti si trovarono poi a Gerusalemme, dal 1 al 4 novembre di quell’anno. Questo libro raccoglie gli interventi di alcuni tra i partecipanti a quel viaggio di solidarietà, di speranza nella pace, di appoggio alla democrazia e di lotta al terrorismo.
Progetto grafico: Pagina ADV, Livorno - Stampa: Mediaprint, Livorno - © Salomone Belforte & C. Via Grande, 91 - 57123 Livorno, Italia - Tel. ++39 0586 887379 - Fax ++ 39 0586 889668
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Tra "nuovi" e antichi problemi, quali prospettive per lo Stato d'Israele e per l'ebraismo della Diaspora?
Intervista con il Prof. Giorgio Israel*
a cura di Carmine Monaco
D. In una sua celebre frase, Sartre sosteneva che "l'antisemitismo non è un problema ebraico: è il nostro problema", cosicché spetterebbe ai non ebrei il compito di combattere questo odioso sentimento. Un concetto anche suggestivo, ma che la storia ha dimostrato non essere completamente veritiero. Dove sbagliava Sartre?
R. Il discorso di Sartre, nel suo famoso libretto "La question juive", contiene una parte positiva, ovvero la critica della soluzione illuministica alla questione ebraica, che consisteva nel proporre l'annullamento dell'ebreo nella figura dell'uomo astratto (il "cittadino"). Aggiungeva Sartre che non esiste l'uomo, bensì esistono soltanto ebrei, cattolici, protestanti, francesi, inglesi, tedeschi, bianchi, neri, gialli - e già qui avrei alcune riserve, che ho espresso nel mio libro. Ma dove il discorso di Sartre "implode", è quando egli passa alla definizione di questa identità ebraica che, con tanta larghezza di vedute, era sembrato riconoscere. Egli dice allora che l'ebreo è soltanto una creazione dell'antisemita. In tal modo, quel che ha dato con una mano lo toglie con l'altra.
Qual è il punto? Sartre non concede che l'antisemitismo possa essere soppresso mediante la dissoluzione dell'ebreo nell'uomo astratto, in quanto egli è contrario all'ideale illuministico-democratico del cittadino. Ma, al cittadino astratto egli sostituisce il soggetto di una società che si è liberata delle differenze attraverso l'affermazione degli ideali del socialismo. Il risultato non è molto diverso, perché la lotta all'antisemitismo - che diventa un corollario della lotta per il socialismo - porta alla sparizione dell'ebreo, in quanto esso è soltanto un'immagine creata dall'antisemita e che non ha alcuna realtà. Perciò, non è l'ebreo che può liberarsi dell'antisemitismo, perché egli è prigioniero della propria immagine di ebreo; bensì siamo "noi", noi "altri", che combattiamo per il socialismo, e che "anche per gli ebrei faremo la rivoluzione".
Due punti vanno sottolineati: 1) che l'antisemitismo non è più considerato un problema ebraico, ma è visto come "una rappresentazione mitica e borghese della lotta delle classi"; 2) che fra i "noi" che fanno la rivoluzione vi possono benissimo essere degli ebrei, ma degli "ex-ebrei", ovvero ebrei che sono fuorusciti dall'immagine creata dall'antisemita per trasformarsi in semplici combattenti della rivoluzione socialista. Questi due aspetti rappresentano il tipico modo di considerare la questione ebraica nella tradizione della sinistra, e che ho illustrato nel mio libro. Lasciando pure da parte le versioni radicali, come quella espressa ne "La questione ebraica" di Marx, i guasti prodotti da questa visione sono: 1) la dissoluzione della specificità della persecuzione antiebraica, ridotta a epifenomeno della lotta di classe (il che ha condotto persino e per lungo tempo, a non menzionare neppure la Shoah); 2) l'accettazione dell'ebreo come militante nella lotta per il socialismo a condizione che questi cancelli ogni traccia della propria ebraicità e ogni residuo legame "sentimentale" o "viscerale" con essa.
"Viscerale"... quante volte mi sono sentito ripetere questo rimprovero, nella mia lunga militanza nel PCI ogni volta che riproponevo ostinatamente il problema ebraico e il problema dell'antisemitismo, in quanto tali!... Chi ha conosciuto questa esperienza sa che essa aveva due soli possibili sbocchi: subire questa violenta e pervasiva pressione psicologica estirpando le proprie residue radici di identità ebraica, oppure finire, prima o poi, col ribellarsi. Vorrei cogliere questa occasione per dire, al riguardo, qualcosa di molto chiaro riguardo al problema dei rapporti fra antisemitismo e sinistra, ed alle persistenti difficoltà di affrontarlo. Sono assolutamente convinto che ciò che ha stabilito una differenza fra nazismo e comunismo è che, mentre il primo era mosso da un fine esplicitamente ispirato all'odio e alla volontà di sterminio, il secondo si dichiarava ispirato da un movente di liberazione dei popoli, di liberazione dallo sfruttamento, ecc., insomma da ideali nobili che erano fatti per attirare milioni di persone, e di giovani, in particolare. Per questo motivo, io non rinnego affatto la mia esperienza passata, perché so che i sentimenti che la ispiravano erano sinceramente volti al bene, come lo erano quelli di tanti altri "compagni" di allora. Ma proprio per questo la disillusione è stata più tragica: perché dietro quegli ideali vi era un inganno che era perfettamente chiaro alla classe dirigente comunista, la quale "sapeva" tutto, e consapevolmente trascinava intere generazioni dietro una bandiera di libertà, che nel mondo comunista realizzato era invece soltanto una bandiera di oppressione, e che quindi era macchiata dallo stretto legame che esisteva con quel mondo.
Proprio per questo, ora che tutto è noto e chiaro, sono ancor più ingiustificabili - non uso altri aggettivi, ma me ne vengono in mente di molto più forti - coloro che si attardano a difendere quello schema antico, come se nulla fosse avvenuto, ed anche coloro che si dimostrano intolleranti di fronte ad ogni richiesta di discussione critica, riesumando vecchi modelli di condanna: "traditore", "venduto", "passato al nemico", "passato a destra". Per chi, come me, non si sente affatto un uomo di destra, è stato sconvolgente assistere al modo con cui gran parte della sinistra ha accolto il mio libro su "La questione ebraica". Ho - ingenuamente, di certo - sperato nella possibilità di un confronto, di un dialogo, anche duro, ma aperto e costruttivo. Ho trovato di fronte a me un muro, per lo più fatto di silenzio e di censura: non un solo giornale di sinistra ha recensito il mio libro, non un solo dibattito mi è stato proposto, e, in certi casi, certe timide "avances" sono state rapidamente cassate. Ma ho incontrato anche di peggio: la liquidazione dei miei argomenti sulla base di accuse inqualificabili, che andrebbero considerate come vere e proprie ingiurie. Mi è stato di recente segnalato un articolo di Michele Nani su L'Informazione bibliografica, in cui mi si accusa nientemeno che di "blandire il revisionismo"...
Sarà un giorno felice - osservava Paolo Mieli - quello in cui la parola revisionismo non sarà più brandita come un'accusa infamante per infangare e mettere a tacere l'interlocutore. Un'accusa - revisionismo - che deriva direttamente dalla peggiore prassi stalinista e che serviva ad indicare la prossima liquidazione dell'avversario. Che poi nell'articolo di Nani si parli della Conferenza sul Razzismo di Durban senza neppure accennare agli episodi di antisemitismo che la macchiarono - peggio, presentati come "roventi discussioni attorno alla legittimità di usare la categoria di razzismo in ordine alla questione palestinese o al sistema castale indiano" - non può più sorprendere. Questa è la sinistra malata, o meglio, è la malattia della sinistra da cui dobbiamo sperare che guarisca al più presto.
D. La scienza ha dimostrato, recentemente anche attraverso gli studi genetici, che le "razze" nell'ambito della specie umana non esistono, ma il razzismo continua invece a prosperare, purtroppo spesso anche negli ambienti culturalmente più elevati. Quali sono le responsabilità delle istituzioni, della politica, del mondo dell'informazione e della scuola nel persistere di un tale grado di ignoranza e cattiva volontà, soprattutto in Occidente?
R. Vi sono responsabilità enormi dovute a ignoranza, a superficialità, all'uso leggero di modelli concettuali "postmoderni" che esaltano le diversità, e favoleggiano di una società comunitarista basata sulla ripartizione in gruppi ognuno dei quali custodisce gelosamente la propria identità, i propri costumi, le proprie "culture". E' un modello che prepara la dissoluzione di ogni forma di coesione sociale e, di fronte al quale, viene voglia di esaltare - malgrado tutti i suoi difetti - persino il modello illuministico classico del "cittadino" astratto. La cosa più sintomatica - e perturbante - è che questa visione viene condivisa da gruppi di estrema sinistra ed estrema destra: non si vede una sostanziale differenza tra certe manifestazioni xenofobe di estrema destra e gli atteggiamenti di certi ambienti no-global. Basti pensare ad un personaggio come il celebre "contadino" francese - campione del Camembert e acerrimo nemico di Mc Donald - José Bové. A mio avviso si tratta di un classico fenomeno reazionario mascherato come fenomeno di sinistra.
Anche il concetto di etnìa - e lo sanno bene gli antropologi - è un concetto profondamente ambiguo, che non ci libera dai guasti connessi al concetto di razza. Nel mio libro ho dato come esempio dell'abuso pericoloso del concetto di etnia la pubblicazione di un opuscolo, da parte del Comune di Roma (alcuni anni fa), in cui si parlava delle etnìe presenti a Roma, e gli ebrei venivano considerati come una di queste. Credo anche che la costituzione di un "dipartimento" (non so bene come si chiami) per i "problemi della multietnicità" sia un incidente "linguistico" pericoloso. Un'altra mia ingenuità è stata quella di credere che aver sollevato un problema come questo avrebbe condotto a una discussione, franca e costruttiva, come si suol dire. Invece, ho ragione di ritenere che abbia condotto a un atteggiamento di chiusura. E' davvero singolare: se si ritiene di aver ragione, penso che si dovrebbe addirittura desiderare la discussione, in modo da mostrare (civilmente, s'intende) l'inconsistenza degli argomenti del critico. Invece si preferisce la chiusura a riccio. E' una tipica manifestazione di debolezza, oltre che di incapacità strutturale di discutere veramente, e non di fare chiacchiere di facciata.
D. La Shoah ha rappresentato per molti la fine delle concezioni razionali dell'Uomo e dell'illusione di un pacifico accesso al Vero, alla Divinità. L'unicità della Shoah portò i giudici di Norimberga a coniare il termine di "genocidio". Questa realtà è stata spesso "negata", il termine stesso viene oggi frequentemente abusato, spesso per accusare il governo israeliano di perpetrare tale orrendo crimine ai danni del popolo palestinese. Una simile menzogna, ripetuta mille volte da coloro che hanno tutto l'interesse a farlo, finisce con il convincere le persone meno preparate e meno informate dei fatti, contribuendo all'intensificarsi del sentimento antisionista e antisemita. Cosa si può fare per impedire che ciò avvenga? La "Memoria" può bastare?
R. In verità, non credo che la Shoah abbia creato una sorta di barriera definitiva per la ragione umana, nel senso che un evento tanto terribile sfuggirebbe ad ogni possibilità di comprensione umana, e si situerebbe in una dimensione inafferrabile. E sento di poterlo dire malgrado quella tragedia mi abbia colpito in modo quasi totale: salvo mio padre e un paio di altri parenti, nulla è rimasto della mia famiglia. Tanto meno penso che la Shoah significhi il silenzio di Dio, l'inesplicabilità della sua volontà e del suo disegno. In nessun caso è giusto assumere un atteggiamento di pessimismo totale e di negatività assoluta. Credo inoltre che non esistano eventi per natura inesplicabili, per quanto straordinariamente difficile possa essere questa spiegazione. Ed è per questo motivo che non ho mai molto apprezzato la formula di Hannah Arendt della "banalità del male". Sono piuttosto d'accordo con Scholem nel ritenere che si tratti più di uno slogan che di un concetto dotato di significato. Ammettere che possa esistere un evento di per sé razionalmente inesplicabile, apre la strada a spiegazioni basate sui luoghi comuni o su ovvietà - poiché la ragione non cessa di funzionare, anche ove si decreti che essa non deve farlo, e anzi in tal caso funzionerà malissimo. Si ricorrerà allora alle peggiori "spiegazioni", del tipo: "Se lo saranno meritato per qualche loro colpa". Non è possibile accettare che il male assoluto possa essere totalmente impersonato da un popolo - quello tedesco, nella fattispecie - e in tal caso si troveranno delle giustificazioni per un comportamento tanto tremendo.
Non mi soffermo ulteriormente su questo punto perché l'ho trattato nel mio libro, in cui ho anche insistito sul fatto che non non mi piace neppure molto l'idea dell'unicità della Shoah. E questo per una serie di motivi. In primo luogo, perché la definizione di un delitto tanto assoluto e al di sopra degli altri, fomenta l'ambizione di impossessarsi di un titolo di persecuzione così elevato. E' sempre preferibile farsi chiamare principe che cavaliere... Così tutti si sono voluti impadronire del blasone del genocidio, in un'oscena gara a chi ha subito il peggio. Difatti, assistiamo alla crescente "banalizzazione della Shoah": il mondo è invaso da una sequela interminabile di Shoah, ognuno vuol essere una vittima di un genocidio. L'unicità della Shoah si trasforma in un'unica interminabile Shoah. E naturalmente la prima conseguenza è che ciò costituisce un'arma mirabile nella mani dell'antisemita: anche gli ebrei, finalmente, sono colpevoli di genocidio, anzi le vittime sono diventate carnefici! Di qui il passo è breve a dire che qualsiasi cosa faccia un ebreo - e, in particolare, un israeliano, un governo israeliano - è una Shoah, un genocidio. A leggere certa stampa, Israele compirebbe un genocidio quotidiano. In secondo luogo, l'unicità della Shoah è un'arma per caratterizzare come crimini di seconda categoria quei crimini che si ha interesse ad assolvere o minimizzare: per esempio, i crimini del comunismo. E questo uso della Shoah a me pare, più ancora che privo di qualsiasi fondamento storico, moralmente abbietto.
Cosa si può fare? Informare e informare, discutere e discutere, mettere in luce gli aspetti etici e morali della questione. Nella consapevolezza, tuttavia, che laddove vi è malafede o pregiudizio si erge un muro difficilmente valicabile e i risultati saranno modesti. La "memoria" è fondamentale - senza conoscenza storica non è possibile parlare di nulla - ma non basta. Ciò è tanto più evidente oggi, quando la "memoria" sta diventando un gigantesco alibi: si versano fiumi di lacrime sulle vittime della Shoah per meglio condannare come carnefici gli ebrei vivi. Infatti, costoro danno fastidio perché per la prima volta nella storia hanno deciso di non offrirsi come agnelli sacrificali, disponibili per il pogrom d'occasione, necessario a stornare l'attenzione della gente dai problemi più pressanti della loro esistenza. Non sono più quegli ebrei buoni, "selezionati nelle sofferenze, nelle persecuzioni e nelle umiliazioni" - come recitava un documento di professori di Bologna...
D. Analizzando le dichiarazioni di un ben nutrito numero di uomini politici, di certa stampa, nonché le numerose pubblicazioni sull'argomento presenti in qualsiasi libreria italiana ed europea, non si può non notare che uno dei termini e dei movimenti maggiormente vilipesi e demonizzati sia proprio il "Sionismo". Tra i peggiori risultati conseguiti dall'ONU vi fu la falsa equazione "Sionismo=Razzismo", poi ritrattata a distanza di anni. L'antisionismo, in varie forme, accomuna tutt'oggi no-global e pacifisti, fondamentalisti islamici e (parecchi) "progressisti" italiani ed europei, Lega araba ed ex ambientalisti, estrema destra e sinistra estrema. Qual è la causa di questo poco piacevole "successo"?
R. La risposta è semplice. Non esiste una causa se non l'antisemitismo. Semplicemente, l'antisionismo è la forma attuale con cui si presenta l'antisemitismo. Lo straordinario successo dell'antisionismo è dovuto al fatto che una parte del mondo islamico - purtroppo la più influente - ha compreso che poteva conquistarsi solidarietà, simpatie e alleanze in Occidente attizzando riflessi antisemiti duri a morire - e come potrebbe essere altrimenti, dopo che questi riflessi sono stati coltivati per due millenni? -, in particolare negli ambienti più rispettabili, ovvero quelli progressisti. Per fare questo l'antisemitismo è stato abbigliato con le vesti dell'anti-imperialismo, dell'anti-colonialismo, dell'anti-razzismo (senza timore del paradosso...): questo vecchio personaggio in abiti nuovi è, per l'appunto, l'antisionismo - ideologia per davvero reazionaria e razzista, ma presentata come una forma di progressismo.
D. A Durban, un consesso di nazioni guidate da governi democratici, autoritari, teocratici e/o in varie forme dittatoriali, si riunirono per discutere del fenomeno del razzismo in chiave globale: il risultato fu l'ennesima condanna di Israele, mentre i suoi rappresentanti venivano intimiditi e minacciati fisicamente e all'esterno si distibuivano gadget e testi di ispirazione nazionalsocialista. Il vertice fallì, per certi aspetti, per il rifiuto degli USA di continuare a prendervi parte (gli europei "naturalmente" restarono, pur criticando più o meno blandamente l'iniziativa), ma l'evento colpisce per la sua assurdità e per il tremendo significato di fondo: la bestia è ancora viva e feconda?
R. Vorrei rinviare alla risposta alla prima domanda. Se oggi, dopo più di due anni, si fanno riflessioni sulla conferenza di Durban del tenore che ho esemplificato - e cioè mascherandolo da momento di riflessione, sia pure molto "difficile", anziché da drammatica manifestazione del razzismo dilagante nel mondo in cui viviamo - è facile capire come la bestia trovi alimento per sopravvivere e persino per ingrassare. Con quella vicenda, l'ONU ha raggiunto uno dei vertici del discredito, si è comportato come se fosse una centrale di diffusione di ideologie criminali, ovvero nel contrario esatto di ciò che si proponeva di fare. Ma non si sono sentite condanne di questa terribile vicenda, se non da parte di coloro che ne sono state le vittime - oltre che dei "soliti" americani, naturalmente.
D. Passiamo ora ad un argomento molto delicato. Il leader terrorista Yassin, sostiene che Israele non durerà oltre i prossimi 25 anni. Non specifica se pensa di ottenere questo risultato con la guerra. C'è però da dire che i dati statistici parlano chiaro: in base all'attuale andamento demografico, per quella data la popolazione araba sarà più che raddoppiata, mentre quella israeliana rimarrà più o meno invariata. Alcuni individuano una soluzione nell'incremento dell'immigrazione ebraica verso Israele (certo non favorita dalle "tensioni" e dalla crisi economica di questi ultimi anni), altri ritengono necessario avviare una seria politica della famiglia, poco propensa in genere a mettere al mondo più di uno-due figli: ma come stanno realmente le cose?
R. In primo luogo, occorre osservare che la prolificità israeliana è più alta di quella europea, anche se il differenziale con il tasso di prolificità della popolazione araba è certamente a sfavore della popolazione israeliana. Tuttavia, il problema centrale è di stabilire di quale popolazione araba stiamo parlando: se parliamo soltanto di quella arabo-israeliana, la prospettiva di un sorpasso demografico è lontana. Le cose stanno diversamente se si considera l'insieme della popolazione araba, quella compresa nei confini del 1967 e che ha la cittadinanza israeliana più la popolazione palestinese dei "territori". In tal caso, le proiezioni demografiche prevedono, in effetti, un sorpasso. Ecco perché la questione politica è centrale: un Israele che delimita i suoi confini sostanzialmente entro quelli del 1967 ha maggiori garanzie di mantenere la propria identità ebraica, mentre può rischiare di perderla se tende a includere la popolazione palestinese dei territori, o parte di essa. Inoltre, la questione del "diritto al ritorno" dei profughi palestinesi deve essere definitivamente chiusa in senso negativo, per motivi di principio - di cui parlo nel mio libro - ma anche perché essa è inquinata da dati assolutamente privi di fondamento. La stima più attendibile della popolazione dei "profughi" del 1948 (i quali erano peraltro un prodotto del comportamento dei paesi arabi confinanti) era di 635.000. Per quanto prolifici essi siano stati, questa cifra è levitata in modo quasi ridicolo: fino a poco tempo fa si parlava addirittura di 4 milioni e mezzo, il che implicherebbe un tasso di crescita che non esiste in alcuna popolazione del mondo. Di recente, ho sentito in televisione un professore dell'Università di Bir Zeit parlare di più di 7 milioni di profughi attuali... Un tasso di crescita da formiche... Ci sarebbe da ridere se non si trattasse di una questione tragica.
Non sono un esperto di demografia ma, per la mia esperienza nella matematica applicata, penso che si possa dire che la demografia non è una scienza esatta. Le previsioni si basano sulle condizioni attuali, ma i fattori che influenzano il trend di crescita sono talmente tanti e complessi che è avventato dire: "sarà così". Si può al più dire: a condizioni invariate, avverrà questo, ma niente di più. E quell'"a condizioni invariate" può contenere un mondo. Va anche osservato che ogni politica demografica prescrittiva è generalmente condannata all'insuccesso, almeno secondo l'esperienza. Non a caso il più celebre demografo israeliano, Roberto Bachi - emigrato dall'Italia in Israele per le leggi razziali - raccomandava di non fare il minimo intervento restrittivo nei confronti della natalità araba, perché ciò avrebbe potuto determinare l'effetto opposto. Il fallimento delle politiche di contenimento demografico in Cina è la migliore prova che è meglio lasciar perdere... Esistono studi che dimostrano che la popolazione araba è cresciuta nei primi decenni del secolo scorso proprio a causa della crescita della popolazione ebraica, e del miglioramento delle condizioni di vita determinate dalla trasformazione dell'economia da parte della zone: ma è cresciuta per un fattore di immigrazione. Anche questo è un fatto su cui bisognerebbe riflettere molto. Il famoso "muro" dovrebbe servire anche a contenere un nuovo fenomeno di immigrazione (clandestina) che tende a modificare artificiosamente i rapporti demografici.
D. L'ebraismo da tanti secoli ormai non fa proselitismo, anzi, tende a scoraggiare in molti casi le conversioni. Eppure non è sempre stato così, la storia racconta di di intere tribù e nazioni che si convertirono all'ebraismo . "Storicamente", infatti, la nazione ebraica è "la casa del profetismo e la fonte dell'apostolato", come sosteneva il cronista arabo ibn Sa'id di Andalusia. La profezia che vedeva il ricostituirsi della Casa d'Israele sulla sua patria storica si è oggi avverata. Non vi sono ragioni sufficienti (e non solo morali, etiche e religiose, ma anche politiche, sociali e demografiche) a che una qualche forma di "apostolato" riprenda? Non è tempo per l'Ebreo finalmente non più "errante" di riappropriarsi della sua missione/visione etica e universalistica alla base del sogno dei Patriarchi e dei Profeti? Un sogno che ha comunque influito sull'intera storia dell'Umanità...
R. Sono d'accordo. Non è stato sempre così. Ritengo che l'ebraismo si sia ripiegato su sé stesso a causa delle persecuzioni e abbia eretto una barriera difensiva consistente nel rafforzamento delle regole e dei precetti capaci di preservare l'identità. Peraltro, questa tendenza ha avuto movimenti contraddittori, perché la vitalità dell'ebraismo si spiega anche con la sua capacità di portare un messaggio universale e di contribuire allo sviluppo del pensiero generale. Uno dei motori fondamentali della visione etica e spirituale ebraica è racchiuso nella frase del profeta Isaia: "È troppo poco che tu sia mio servo per ristabilire le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele! Voglio fare di te la luce delle genti onde tu porti la mia salvezza fino all'estremità della terra" (Isaia, 49.6). Un messaggio universalistico, quindi. Pertanto, nell'ebraismo convivono due tendenze, l'una proiettata verso l'esterno e che attribuisce a questa proiezione la funzione di dare un senso e mantenere viva la presenza ebraica; mentre l'altra ritiene, al contrario, che la forza dell'ebraismo risieda nell'adesione scrupolosa e assoluta ai precetti (mizvòth), a costo di limitare la consistenza dell'ebraismo a un nucleo ristrettissimo, ma saldo nei principi e nelle opere e capace così di superare le tormente della storia. E' quasi superfluo che dica che aderisco al primo punto di vista: risulta in modo chiaro dal mio libro, e in questo sono stato influenzato dall'insegnamento di mio padre Saul, che era uomo di profonda coscienza ebraica e grande dottrina. Sono convinto che l'ebraismo debba aprirsi e accogliere in modo aperto chi voglia unirsi ad esso.
Oggi l'ebraismo è articolato in diverse correnti che si distinguono proprio per il punto di vista che assumono su tali questioni: ebraismo ortodosso, ebraismo riformato ed ebraismo "conservative". Quel che è indubbio è che la coesistenza di questi diversi punti di vista è proprio ciò che può rappresentare la vitalità dell'ebraismo per il futuro e mantenere viva la sua presenza nel mondo, anche in termini di espansione. Quel che occorre è che si accetti ovunque il principio che queste diverse correnti debbono coesistere tranquillamente e sulla base di un reciproco rispetto, sia in Israele che nella diaspora, dove dovrebbero trovare tutte una rappresentanza nelle istituzioni comunitarie. Ciò accade in molti paesi, soprattutto in quelli anglosassoni, ma non in tutti, e questo, a mio avviso, è un limite. Come lo è il fatto che, in Israele, vi sia un predominio quasi esclusivo delle correnti ortodosse, il che ha determinato una reazione da parte di una fascia consistente dell'elettorato, che ha portato al consistente successo del nuovo partito laico "Shinui". Il che dimostra - se ve ne fosse bisogno - che Israele è un paese democratico che vive in una perpetua vivace dialettica di opinioni.
*Giorgio Israel. Dipartimento di Matematica. Università di Roma "La Sapienza"
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Libri in primo piano
Giorgio Israel, La questione ebraica oggi. I nostri conti con il razzismo
Bologna, Il Mulino (Contemporanea), 2002 - pp. 168 - € 11.50
Il pregiudizio antiebraico è una delle più antiche e persistenti manifestazioni di intolleranza, che ha assunto la forma del razzismo nell’epoca moderna. Manifestazione fra le più virulente ed emblematiche: poiché l’essenza del razzismo consiste nel passare dalla critica (o dall’esaltazione) di aspetti contingenti o legati a singoli individui a un giudizio generale su un intero popolo, esso ha trovato alimento nell’imponente eredità di pregiudizi antiebraici accumulatisi nel corso dei secoli. All’accusa di deicidio rivolta al popolo ebraico si è sostituita quella di voler dominare il mondo attraverso il denaro, fino alla demonizzazione dello Stato di Israele. Oggi, il conflitto medio-orientale rappresenta la forma contemporanea in cui si ripropone una questione ebraica tuttora irrisolta. Essa ci riguarda tutti come pietra di paragone dell’intolleranza circolante nella società.