1. L'immaginario antisemita
L'immaginario contribuisce in varia misura alla costruzione delle civiltà, favorendone la conservazione, la trasformazione o la loro distruzione. Va perciò esplorato, conosciuto e preso come riferimento necessario per la comprensione dei fenomeni che ci circondano e di quelli che riguardano noi stessi. La principale forma rappresentativa e comunicativa dell'immaginario è il simbolico, che, come ci ricorda l'etimo greco, è ciò che unisce, organizza nessi, relazioni con le cose, con se stessi e con gli altri, col mondo reale e quello non visibile. Muovendo dalle zone più recondite dell'inconscio, il simbolico tocca le più alte conquiste della ragione e della scienza, coprendo l'intera gamma delle attività e delle possibilità umane. L'uomo, del resto, è l'animale simbolico per eccellenza: fatto a immagine e somiglianza divina, nasce, per così dire, "artista", artefice del proprio destino e di quello altrui. Essendo una realtà universalmente presente in tutte le strutture e le dinamiche sociali, il simbolico affiora - forse in forma più immediata che altrove - nella politica e nella propaganda, dove spesso rischia di assumere connotati negativi.
Entrambe capaci di "gerarchizzare" il simbolico, politica e propaganda producono e si nutrono di miti che sono a loro volta proiezioni oggettivate ed elaborate dell'immaginazione simbolica. Le dittature totalitarie nazista, fascista e comunista elaborarono politiche e propaganda sulla base di un immaginario da esse stesse determinato, imposto come verità assoluta ai loro "credenti" e tenuto in massimo conto anche quando il puro bisogno materiale e la necessità si imponevano come scelte determinanti. La furia antisemita del regime nazista fece sì che, persino di fronte all'imminente catastrofe, si impegnassero uomini, mezzi e preziose risorse per sterminare gli ebrei, accecati da un odio atroce che non voleva perdere le sue valenze di riconoscimento, di aggregazione e di guida delle proprie aberranti azioni, costituite sulle dimensioni simboliche e mitiche del superuomo ariano interamente dedito a conquistare il mondo e a liberarlo dalla "razza ebraica". L'antisemitismo, dunque, anche come fenomeno esemplificativo per eccellenza dell'uso perverso dell'immaginario nella politica e nella propaganda, organizzato da maestri della menzogna che finiscono poi col credere ciecamente alle loro stesse invenzioni. Alcuni studiosi individuano i segni della sconfitta di quelle feroci dittature già nella disgregazione, nella corruzione, nella crisi di identità collettiva che segnò il decadimento delle società europee che accolsero come salvifiche le teorie e le illusioni dell'immaginario nazifascista, sottovalutandone così l'estrema pericolosità e dimenticando che la vittoria del fronte democratico fu tutt'altro che facile e scontata.
Alla fine della seconda guerra mondiale, le nazioni occidentali sono state quasi del tutto liberate dal male nazifascista e strenuamente difese dall'incombente minaccia del totalitarismo comunista sovietico. In democrazia i cittadini godono in varia misura dei diritti e delle libertà previste dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Ma, così come è un errore confondere democrazia e libertà, tanto più grave è pensare che queste siano conquiste ormai al riparo da qualsiasi minaccia esterna o interna. Purtroppo non è così: democrazia e libertà esisteranno fino a quando saremo capaci non soltanto di vigilare e difendere quanto conquistato a così caro prezzo, ma di ampliare e rafforzare sempre più la sfera delle libertà.
2. Antisemitismo e propaganda antidemocratica
L'antisemitismo odierno è, ieri come oggi, fortemente simbolico di una grave minaccia ai diritti umani, alla libertà e alla democrazia. Dopo la Shoah, l'antisemitismo è stato un tabù pressoché invincibile. Fino ad oggi. Dopo l'antisemitismo religioso medioevale e quello di stato dei regimi nazifascisti e comunisti, siamo costretti ora a fronteggiare un antisemitismo ibrido di propaganda nazionalista e religiosa elaborato soprattutto nell'ambito della società araba dalle sue componenti più pericolose e divulgato da predicatori, da organizzazioni terroristiche, da governanti e sudditi di tali regimi, sia all'interno sia all'esterno dei rispettivi paesi di appartenenza. Fin dalla sua nascita, l'antisemitismo arabo non nasconde le sue mire economiche e territoriali: assorbendo gli slogan e le parole d'ordine dei suoi omologhi nazifascista e comunista, accusa gli ebrei di aver inventato capitalismo, socialismo, democrazia e diritti umani allo scopo di dominare il mondo mediante l'occupazione dei posti chiave nelle società. Usando tale pretesto, ne confisca beni e proprietà, vieta loro di svolgere determinate professioni e di ricoprire qualsiasi carica pubblica o ruolo privato che sia, li caccia dalle sue terre e li uccide. Il tristemente celebre "Protocolli dei Savi Anziani di Sion", un falso storico elaborato oltre un secolo fa dalla polizia zarista per giustificare i pogrom, è uno dei pochi best-seller nel mondo arabo: un "successo" editoriale tale da essere addirittura inserito nel catalogo della biblioteca egiziana di Alessandria accanto alla Torah e al Talmud (e l'Egitto è uno dei pochi paesi arabi ad aver stipulato un trattato di pace con Israele). La stessa Lega Araba nasce in esplicita funzione anti-israeliana, con lo scopo dichiarato di distruggere "l'entità sionista". Dopo secoli di convivenza più o meno serena, comunque migliore di quella tra cristiani ed ebrei, a seguito delle violenze seguite alla nascita dello stato d'Israele sancita dall'ONU, quasi ogni stato arabo è oggi "Judenfrei" (come non era riuscito nemmeno alla Germania nazista).
La questione israelo-palestinese viene spesso additata tra le cause dell'antisemitismo odierno (anche in Europa), e sono ormai in molti ad ammettere che, al di là della legittima possibilità di criticare l'operato dei governi e delle autorità israeliane, in taluni casi esiste un forte pregiudizio di fondo che è stato capace di cambiare forma e di resistere ai mutamenti dei tempi. Cos'altro è, se non espressione del peggiore antisemitismo, l'appello rivolto dal primo ministro malese Mahatir a tutti i mussulmani del mondo (1 miliardo e 300 milioni di credenti) affinché si adoperino per apprendere la scienza e la tecnica occidentali, non al legittimo scopo di migliorare le loro spesso difficili condizioni di vita, afflitti come sono dai livelli di libertà e di reddito pro-capite più bassi del pianeta e da un analfabetismo che riguarda centinaia di milioni di adulti, bensì per prendere le armi contro i cinque milioni di ebrei israeliani, e finalmente sconfiggerli? Invito che peraltro gli è "costato" l'esplicita condanna degli USA, le critiche degli europei e una promozione ai vertici della Lega Araba. L'antisemitismo può essere un buon affare, tutto sommato.
Anti-Semitism in Europe was for nearly two millennia a Christian phenomenon; now it is basically a Muslim one. That is the basic message of an officially-commissioned study by the European Union (EU) which became notorious in recent weeks when the EU itself quashed the 104-page draft version. The Financial Times, which broke this story, reported that it did so "because the study concluded Muslims and pro-Palestinian groups were behind many of the incidents it examined." This focus on Muslim and pro-Palestinian perpetrators, the Financial Times went on, "was judged inflammatory."
One person familiar with the draft study concluded that "The decision not to publish was a political decision." But beyond the politics of this dispute, the draft study -- titled "Manifestations of anti-Semitism in the European Union" and now released by the EU itself, though with a disclaimer -- confirms the historic change in the locus of anti-Jewish sentiments and actions.
Focusing on a sample monitoring period one month in duration (May 15-June 15, 2002), the study hammers home the key role of Muslims in forwarding anti-Semitism:
From the perpetrators identified or at least identifiable with some certainty, it can be concluded that the anti-Semitic incidents in the monitoring period were committed above all either by right-wing extremists or radical Islamists or young Muslims mostly of Arab descent.
The problem includes violent attacks:
Physical attacks on Jews and the desecration and destruction of synagogues were acts often committed by young Muslim perpetrators in the monitoring period. Many of these attacks occurred either during or after pro-Palestinian demonstrations, which were also used by radical Islamists for hurling verbal abuse. In addition, radical Islamist circles were responsible for placing anti-Semitic propaganda on the Internet and in Arab-language media.Observers point to an 'increasingly blatant anti-Semitic Arab and Muslim media' including audiotapes and sermons, in which the call is not only made to join the struggle against Israel but also against Jews across the world.
In many instances, this aggression is connected to anti-Zionism:
The threatening nature of the situation, in particular for the Jewish communities, arose because in most of the countries monitored the increasing number of anti-Semitic attacks, committed frequently by young Arabs/Muslims and by far-right extremists, was accompanied by a sharp criticism of Israeli politics across the entire political spectrum, a criticism that in some cases employed anti-Semitic stereotypes.
Of the EU's then-15 member states, four stand out for their deeper problems:
A group of countries was identified with rather severe anti-Semitic incidents. Here, France, Belgium, the Netherlands and the UK have to be mentioned. They witnessed numerous physical attacks and insults directed against Jews and vandalism of Jewish institutions (synagogues, shops, cemeteries). In these countries the violent attacks on Jews and/or synagogues were reported to be committed often by members of the Muslim-Arab minority, frequently youths.
The report recognizes what a major shift this entails:
That anti-Semitic offenders in some cases are drawn from Muslim minorities in Europe - whether they be radical Islamist groups or young males of North African descent - is certainly a new development for most [EU] Member States, one that offers reason for concern for European governments and also the great majority of its citizens.
This study and its attempted suppression point to two important facts: the unpleasant reality that exists on the streets of Europe and the EU's deep reluctance to face that reality.
Neither of these facts is new; this author wrote back in 1992 that for world Jewry, "Muslim anti-Semitism is an increasing problem, and in large part this has to do with the ever-growing population of Muslims in the West;" and the EU's unwillingness to confront the pattern of anti-Jewish hostility emerging from Muslim religious, media, and educational institutions is also decades old.
Unless Europeans find the strength forthrightly to address this problem -- and all indicators suggest that is unlikely -- there is reason to expect a general Jewish exodus from Europe, perhaps along the lines of the general Jewish exodus from Muslim countries a half century ago.
Le PMF, premier parti musulman et anti-juif de France
www.a7fr.com 4 gennaio 2004
Un groupuscule
ouvertement anti-juif a appelé à manifester le 17 janvier prochain à Paris sous
le slogan : «non à l'islamophobie laïque, oui à la laïcité de la liberté».
Le PMF (parti musulman de France), dirigé par Mohamed Latrèche, espère
attirer tous les musulmans qui refusent en bloc une quelconque législation sur
le port du voile en France.
Latrèche est le premier à avoir créé un parti
confessionnel en France, il revendique 100 000 sympathisants. Il glane ses
adhérents sur les braises du conflit israélo palestinien. Formé en Syrie, il
souhaite récupérer les musulmans, traditionnellement fidèles au parti
socialiste, un parti jugé trop sioniste. La droite a certes marqué des points à
ses yeux car De Gaulle et Chirac «se sont libérés de la tutelle d’Israël»,
toutefois il incite les musulmans de France à rejoindre le PMF et à se libérer
de l’emprise des partis laïcs, «trop souvent athées».
Au palmarès anti-juif
de Mohamed Latrèche, de nombreuses manifestations où l’on entendra retentir les
cris de «mort aux juifs» et où les activistes du Hezbollah et du Hamas pourront
hurler toute leur haine d’Israël et des Juifs. Latrèche s’en prend nommément à
des personnalités qui ne cachent pas leur judaïsme, comme BHL ou Alexandre
Adler. L’homme n’hésite pas non plus à s’afficher avec des négationnistes (Serge
Thion), et distribue des cartes du Proche-Orient où il n’est nul besoin de
chercher Israël puisque «le pays des Juifs n’existe pas».
L’affaire du voile
en France est donc un véritable tremplin pour le PMF, qui espère radicaliser le
débat et retirer les marrons du feu au moment qu’il jugera opportun. Son
programme pour les musulmans de France est tout tracé : « une nouvelle
génération de professeurs, de fonctionnaires, de soldats musulmans et français
(…) Il faut que la peur change de camp, qu'elle passe du camp des femmes voilées
à celui des politiques qui vont voter cette loi».
Et si pour le moment, les
médias n’ont pas encore relayé les théories de Mohamed Latrèche, l’explication
est simple, «c’est parce qu’ils sont contrôlés par les Juifs.»
Une attitude,
un discours, des arguments qui rappellent les heures les plus sombres de
l’histoire contemporaine. DS
Si sta esaurendo l¹effetto del "vaccino
di Auschwitz". La scritta graffita da un deportato rimasto ignoto in una pietra
del campo di sterminio tedesco di Bergen Belsen "Io sono stato qui e
nessuno racconterà la mia storia" va impallidendosi, e se finora
almeno qualche testimone del tempo ha provveduto a tramandarla, allo spegnersi
di quella generazione il Racconto, divenuto di seconda o terza mano, sarà afono
e un po¹ alla volta del tutto inaudibile. Nell¹appiattirsi nel passato storico,
il racconto dello Sterminio perderà la sua vibrazione profetica e si scioglierà
nelle vicende di altre epoche. Il Racconto diventerà materia di studio e non di
riflessione, e si ridurrà ad essere la tessera di un puzzle dove tutto finisce
per ricomporsi nell¹indifferenza dei tempi storici.
The Christian communities in the Holy Land can be divided into two main groups, those living in the State of Israel, and those living under the control of the Palestinian Authority. United by a common history and religion, the conditions under which these two groups currently live is vastly different.
Christians in Israel have a well-established history of participation in the development of a pluralistic society. They enjoy the same rights common to all of the population, such as freedom of worship, movement, legal protection from persecution, equal opportunities to jobs, and religious autonomy.
Israel's Christian population is generally middle class and highly educated. Most own their homes, comparable to all sectors of the Israeli population, and are employed in a wide variety of professions ranging from academic and entrepreneurial to technical and judicial. Approximately half are high-school graduates. And the recently-accredited Mar Elias University is the first Christian university to open in the Middle East for decades. Located in the Galilee, one of the University's missions is to provide "an innovative model of academic excellence and research combined with pluralistic living, in which acknowledgement and respect for difference builds upon the resources and richness of diversity".
Israel's Ministry of Religious Affairs is responsible for meeting the ritual needs of the Christian communities. The Ministry's Department for Christian Communities offers a liaison to turn to for problems and requests. The Ministry also serves as a neutral arbitrator in ensuring the preservation of the established status quo in those holy places where more than one Christian community has rights and privileges. According to Israel's Central Bureau of Statistics, 137,000 people, or just over two percent, are Christian. The majority is affiliated with the Greek Catholic (42 percent), Greek Orthodox (32 percent) and Roman Catholic (16 percent) churches. Nazareth is Israel's largest Christian city, with Christians comprising one-third of the city's population. Christian communities are also concentrated in Haifa, Jerusalem, Shfaram, Tel Aviv-Jaffa, and a number of Christian-majority villages in the Galilee.
Pope John Paul II's 5-day visit to Israel in March 2000 marked a joyous and historic milestone for Israel's Christian communities. The Pope celebrated an open air mass attended by over 100,000 and was warmly received by Israel's Prime Minster, President, Jewish and Muslim religious leaders. The first visit by a Papal Pontiff for over three decades, it was seen as a major lift for the Christian family as a whole in the country.
Tragically, Christians living in Israel have also fallen victim to horrific terrorist attacks. In the October 5, 2003 suicide bombing of the Christian-Jewish co-owned Maxim's restaurant in Haifa, at least seven of the 21 people murdered in the attack were Christians. Four were members of the Matar family, co-owners of the establishment. And this was a not an isolated case. In March 2003, a suicide bomber blew himself up on a No. 37 bus in Haifa, murdering 17, mostly school children. The bus driver, a Christian from Shfaram, was among the injured. In March 2002, a suicide bomber murdered 15 people in Haifa's Matza restaurant, a popular meeting place among the city's Jewish, Christian and Muslim residents.
Despite these incidents and the general atmosphere of conflict during the last few years, the Christian communities continue to thrive. According to Israel's English-language daily, the Jerusalem Post (November 18, 1994), the number of Christians living in Israel has trebled since the re-establishment of the State in 1948. Whether they are praising political actions of the Israeli government or criticizing them, Israel's Christian population continues to experience freedom of speech, religion and movement.
Sadly, the same cannot be said about Christian communities living under Palestinian Authority (PA) rule. Here, they struggle for a place and a voice in a largely Moslem, non-democratic society. While Christians may be found in several Palestinian cities, the majority remains in Bethlehem, Beit Jala and Beit Sahour. These three cities once boasted overwhelmingly Christian majorities. However, many young, well-educated Christians are now choosing to emigrate to the US, Canada, England and Australia, due in part to the shattered economy and on-going violence.
The Christian population of Bethlehem, a town synonymous with Christ and Christianity, has dwindled from over 60% in 1990 to just 20% in 2001. Amazingly, there are now more Beit Jala Christians reportedly living in the small Caribbean nation of Belize than in the entire city of Beit Jala itself.
Christian emigration has grown to such an alarming rate that some local churches have held conferences to find ways to stem the emigration flood. Holy Land Christian Ecumenical Foundation, Catholic Relief Services, the Holy Land Christians Cooperative Society, and other agencies have sponsored programs to encourage Christians to remain in the area.
Some Christians have cast their lot publicly with their Muslim compatriots. Prominent figures, such as Canon Naim Ateek and Archimandrite Atallah Hanna are noted for their support of the Palestinians' resistance, and the latter has come close to promoting the notion of armed struggle. At the same time, these church officials are exploiting the open composition of Israel's society as they export their overt hostility into the diplomatic arena.
Nevertheless, many other worshippers privately they express fears about their future. Christians continue to be suspect in Muslim eyes, and have been subjected to harassment, physical attacks, and property destruction, due in part to Muslim identification of Christianity with the West and Western values.
A particular case in point is the "Talitakoumi" school in Beit Jala, which is financed by the Protestant Church in Berlin. The head of the German Liaison Office to the Palestinian Authority protested against the use of the school for terror activities against Israel.
In an incident about Christmas celebrations in Bethlehem, Israeli Prime Ministerial Spokesperson Ra'anan Gissin stated that "a 10 percent tax ('jizya') was levied on the Christians to help finance the Intifada" (International Christian Embassy web site, December 2002).
It appears that the Israel army has been sensitive to the needs of the Christian population, by lowering the visibility of troops immediately prior to and during the Christian festivities and by allowing secure transport during holidays for Christians from the surrounding areas to holy sites. Conversely, the PA leadership has, over the past several years, politicised the celebrations. Much attention was garnered during the Intifada by its forbidding public Christmas celebrations in Bethlehem, citing 'Palestinian suffering' as the reason and by choosing this sensitive period to turn public attention to Chairman Arafat's confinement in Ramallah.
As the population continues to dwindle in Palestinian areas, the remaining community is becoming an uncertain minority. While Christians living under the PA can praise the actions of the Palestinian leadership, they are unable to openly or vocally criticize the PA for fear of physical or economic harm.
Ultimately, if Christians are to maintain a presence in the Holy Land, the status of Christians in both Israel and the Palestinian Authority will need to be given more attention and the trend towards emigration reversed. What we can see is that if Christians are allowed to practice their faith freely and with full social rights, as in Israel, the community has demonstrated the clear ability to flourish.
Documenti
MANIFESTAZIONI DI ANTISEMITISMO NELL'UNIONE
EUROPEA
Primo semestre 2002 - Rapporto sintetico per conto dell'EUMC - Osservatorio Europeo dei Casi di Razzismo e Xenofobia
di Werner Bergmann e
Juliane Wetzel
Traduzione di Anna
Bissanti (testo) e Abdul Hadi
Palazzi (note)
Centro per la Ricerca sull'Antisemitismo -
Technische Universität - Berlino
Wien, March 2003
PARTE L:
L'ANTISEMITISMO IN ITALIA (253)
I 35.000 ebrei, 25.000 dei quali
appartengono a varie comunità ebraiche, sono del tutto integrati nella
popolazione italiana (totale della popolazione: 56,3 milioni). A partire dalla
Seconda Guerra mondiale il pregiudizio antisemita ha raramente assunto delle
forme aggressive in Italia: gli attacchi violenti sono stati rari. Tuttavia, con
l'incremento del numero dei gruppi di estrema destra dagli inizi degli anni '90
in poi, il quadro si è alterato. Sebbene le manifestazioni tipiche
dell'antisemitismo siano difficilmente violente nella società italiana, il
collegamento con lo scenario internazionale di estrema destra, che utilizza
l'antisemitismo per creare simili collegamenti, ha altresì condotto ad una forte
propensione antisemita nello spettro italiano dell'estrema destra. Nel 1995 gli
incidenti antisemiti da 30 all'anno arrivarono a 50; a partire dalla metà del
2000 (aumento del 30-40%) al periodo marzo-aprile 2002 si è registrato un
considerevole picco del 100% (254). Di primo acchito questo è dovuto al
conflitto in Medio Oriente, tuttavia a parte questo fattore, nella popolazione è
riscontrabile un alto livello di opinioni e di atteggiamenti xenofobi, che sono
a loro volta supportati da osservazioni razziste presenti nel dibattito pubblico
(politici e carta stampata) (255). Ne sono colpiti prima di tutti i lavoratori
immigrati socialmente emarginati, che assommano a circa 700mila unità (510mila
immigranti essenzialmente provenienti dal Marocco, dalla Tunisia e dall'Albania.
Negli anni '90, in Italia riscossero un certo successo non soltanto la cultura
ebraica in sé, ma anche la storia di Israele, la sua letteratura e il cinema,
uno sviluppo sorprendente per coloro che avevano avuto l'esperienza dei
difficili anni '70 e '80 nei quali era ancora forte il risentimento
anti-israeliano, particolarmente a sinistra. La crisi che ebbe inizio agli
esordi del 2001 ha innescato un imprevedibile e imprevisto processo che in altri
paesi, specialmente in Francia, è già evidente. In Italia la seconda Intifada ha
messo in moto un meccanismo inatteso, nel quale i tradizionali pregiudizi
antiebraici si mescolano a stereotipi di matrice politica. E' importante tenere
presente che il cosiddetto "antisemitismo spirituale (o psicologico)" ha avuto
un maggiore impatto sul fenomeno complessivo della storia culturale italiana nel
corso del XX° secolo (vedi Julius Evola). (256)
A differenza di quanto
accaduto in Francia e in Belgio, in Italia le aggressioni antisemite si sono per
ora limitate all'insulto verbale, ai graffiti e così via. Ma a partire dalla
seconda Intifada, gli incidenti hanno iniziato ad includere anche minacce di
morte contro ebrei, e a contenere sia gli stereotipi antisemiti che quelli
anti-israeliani, spesso utilizzati come sinonimo nello stesso contesto. Gli
aggressori sono cittadini italiani e, finora, quasi nessuno appartiene
all'ambiente degli immigrati musulmani, come accaduto invece in Belgio, in
Francia e nei Paesi Bassi. A differenza di altri paesi in Italia vi è piuttosto
un revival di topoi anti-giudaici associati agli tradizionali stereotipi
antisemiti e antisionisti radicati nella sinistra. Ciò è stato particolarmente
palese durante gli eventi che hanno avuto luogo nella Chiesa della Natività di
Betlemme. Il peggiorare del conflitto arabo-israeliano e in particolare la
questione di Betlemme (257) e della Chiesa della Natività in alcuni contesti
hanno portato ancora una volta ad assumere delle posizioni ambigue e si è
assistito all'uso di un linguaggio potenzialmente molto pericoloso.
1.
Atti fisici di violenza
Ci sono stati pochi attacchi all'inizio dell'anno. A
gennaio, per esempio, un avvocato ebreo è stato aggredito nel suo studio da due
teppisti che lo hanno colpito alla testa e alle spalle con una mazza. Pare che
responsabili di questa aggressione siano estremisti di destra (258). Un certo
numero di incidenti si è registrato ad aprile, ma nei mesi successivi si è avuto
un calo. Gli incidenti riportati hanno coinciso con il riacutizzarsi della
tensione internazionale, che ha pertanto creato dei prevedibili picchi. I
commentatori italiani ritengono che l'incremento dell'intensità degli episodi di
antisemitismo sia il risultato della politica del governo di Israele nei
confronti degli arabi a partire dallo scoppio dell'Intifada (259).
Vi sono
tuttavia alcune eccezioni, che possono essere messe in relazione a specifiche
situazioni italiane. Sussiste sempre la sensazione che la mancanza di attenzione
pubblica o l'oscillare dell'interesse dell'opinione pubblica in relazione a tali
incidenti sia il risultato della situazione politica della nazione, delle sue
crisi interne e delle forti divergenze politiche tra governo e partiti di
opposizione, un fatto che esercita un grave impatto su diversi ambiti della vita
pubblica. Dimostrazioni, marce e altre azioni politiche si sono registrate alla
fine di marzo, ma senza alcun dubbio l'acme è stato raggiunto nel periodo che ha
avuto inizio con l'occupazione israeliana di Betlemme, con lo stallo alla Chiesa
della Natività (2 aprile) e con l'attacco contro il campo profughi di Jenin (10
aprile). Alla fine di aprile la tensione, così come l'attenzione prestata dai
media, era nuovamente calata, lasciando dietro di sé poche conseguenze e qualche
flebile polemica.
4 aprile: distruzione del lavoro di ricerca e degli archivi
sull'Olocausto e sulla Resistenza creati dagli studenti del Liceo Galileo
Ferraris di Varese, dove sono andati distrutti i pannelli per le affissioni e i
muri della scuola sono stati riempiti di graffiti di vernice rossa, riportanti
scritte quali "Ebrei al rogo". (260) Varese si trova in una delle roccaforti
italiane dei gruppi di estrema destra, particolarmente gli skinheads di estrema
destra. (261) [Durante le perquisizioni vengono sequestrate armi e una mappa di
Venezia coi confini del ghetto marcati a penna]
2 giugno: alcuni giornali
riportano l'arresto di due estremisti di destra che avrebbero complottato un
attacco nel ghetto di Venezia. (262) Inoltre sono trovate delle armi di grosso
calibro e una cartina con ben evidenziati i confini del ghetto di
Venezia.
2. Aggressioni verbali/linguaggio ostile
Politica
(263)
Il 2 aprile alcuni ebrei di Roma inscenano una protesta di fronte al
quartiere generale del partito politico Rifondazione Comunista. Sebbene
pacifica, la protesta tuttavia ha causato qualche problema tra i passanti:
alcune auto di passaggio hanno reagito all'imbottigliamento del traffico in
Corso Italia gridando degli slogan antisemiti ai manifestanti. Durante un evento
organizzato al Social Forum di Bologna a sostegno dei palestinesi, le parole
ricorrenti nei confronti di Israele sono state "genocidio", "deportazione,"
"sionisti fanatici e razzisti". Tali ingiurie sono state accompagnate dalla
proposta di boicottare su vasta scala i prodotti di Israele, che "potrebbero
essere associati al genocidio." Il periodo in questione è stato contrassegnato
da una lunga e accesa disputa tra i sindacati e il governo su una proposta di
revisione di un decreto che intendeva cancellare l'Articolo 18 dello Statuto dei
Lavoratori. La crisi è sfociata in uno sciopero generale (16 aprile) che si è
sovrapposto esattamente alla settimana in cui la crisi mediorientale ha
raggiungo il suo acme. Durante lo sciopero e le relative dimostrazioni di
piazza, nelle celebrazioni del Giorno della Liberazione (25 aprile), l'empatia
generata dai sentimenti filopalestinesi ha avuto il sopravvento sulle questioni
sindacali o sulle affiliazioni storiche che avevano radunato migliaia di persone
per protestare nelle piazze, in alcuni casi - anche se non in tutti -
trasformando quegli eventi in forme di esplicita propaganda
anti-israeliana.
4 aprile: Rifondazione Comunista ha inaugurato il suo
congresso nazionale. Alcuni osservatori sono colpiti dall'apertura della
conferenza: un video mostra immagini di un bambino palestinese invano protetto
dal padre nel corso di una sparatoria (fermi immagine di quel video sono stati
collocati su tutta una serie di siti Web internazionali di estrema destra,
lasciando intuire che il bambino è stato ucciso dai soldati israeliani),
proiettato insieme ad una scena del film Roma città aperta. La scena del film
mostra un soldato nazista che spara all'attrice Anna Magnani con la
mitragliatrice. Il segretario generale del partito, preoccupato per le reazioni
alla politica palesemente filopalestinese del partito, ha chiuso il congresso
tre giorni dopo dichiarando che il partito supporta tutte le minoranze, ed ha
proclamato: "Noi siamo ebrei." Durante il congresso si sono notati degli oggetti
esplicitamente riconducibili alla Palestina: la bandiera palestinese, un libro
del rappresentante dell'Autorità Nazionale Palestinese in Italia, "Diario
segreto" (con prefazione di un ex presidente della Repubblica italiana), così
come altri testi, opere di leader palestinesi, e la kefiah, il tradizionale
copricapo arabo. Durante lo sciopero generale del 16 aprile a Torino molti
dimostranti hanno indossato la kefiah. La kefiah è altresì presente nei
movimenti politici europei e italiani di estrema destra. Alcuni partecipanti
alle dimostrazioni filopalestinesi hanno apertamente mostrato il loro
atteggiamento radicale: si sono vestiti da attentatori suicidi, con tanto di
bardature.
6 aprile: un'imponente folla di manifestanti no-global ha marciato
per le strade di Roma e i giovani erano vestiti da kamikaze e urlavano slogan
contro Israele. La leadership del partito politico dei Democratici di Sinistra e
della Margherita si è dissociata dalle proteste, che erano state promosse da
tutti i sindacati e dai partiti di opposizione: per la prima volta i partiti
politici della sinistra si sono divisi su questioni inerenti il Medio Oriente.
Un buon numero di striscioni indirizzati ad Israele e al primo Ministro
israeliano Sharon riportava i seguenti slogan: "Stato di Israele = Stato di
assassini"; "Sharon boia" (scritto con la "S" delle SS naziste); "Bush, Sharon,
Peres" (con le "S" disegnate con la svastica); "Sionisti e fascisti siete
terroristi"; "Contro il terrorismo razzista di Usa, Europa e Israele, dalla
parte del popolo palestinese," "Olocausto? No grazie. Palestina Libera."
"Olocausto palestinese. Europa, dove sei?" (264).
Dibattito
pubblico
25 aprile: il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC)
è stato informato che durante la dimostrazione di Milano che ha festeggiato
l'anniversario della liberazione dell'Italia dal Nazismo, sono stati esibiti
molti cartelloni filopalestinesi, nei quali per esempio si leggeva: "Assassino,
Sharon Nazista, Intifada fino alla vittoria." Altri hanno invece assimilato la
Stella di David alla svastica o hanno circondato la stella con filo spinato,
sovrapponendovi un pugno chiuso (265).
Graffiti
31 marzo: dei graffiti
antisemiti e una svastica sono stati trovati sulle pareti di una sinagoga di
Modena. (266)
7 aprile: dei graffiti antisemiti sono stati rinvenuti in molti
edifici del ghetto di Venezia. (267)
6 maggio: nel passaggio sotterraneo
della città di Prato (Italia centrale) sono stati notati dei graffiti a
caratteri molto grandi con la scritta "Ebrei assassini". Quello stesso giorno il
Cdec di Milano ha ricevuto una telefonata anonima nella quale qualcuno ha
intimato: "Andrete tutti al rogo." (268)
22 maggio: degli slogan antisemiti
sono stati scritti sui muri della città di Marrucini in Abruzzo. Inoltre a
Milano sono riapparsi su muri della città (Via Venini) dei messaggi quali "Ebrei
fuori dal nostro quartiere."
Media
Pare esservi un ritorno del
linguaggio offensivo nei confronti degli ebrei: (269) un esempio di ciò è
l'utilizzo dell'aggettivo "perfido" in relazione al governo israeliano, termine
che era solito essere utilizzato nelle preghiere del Venerdì Santo cattolico e
che fu condannato dal Papa Giovanni XXIII. (270) Vi è un rifiorire di
dichiarazioni anti-israeliane alla radio e alla televisione ed anche in alcuni
ambienti cattolici, nei quali si deplora la morte dei palestinesi mentre si
sorvola sulle morti degli israeliani. (271) E' assolutamente necessario
distinguere accuratamente il linguaggio utilizzato dal Papa e questo che compare
nei media e nelle dichiarazioni di alcuni cattolici. Anche in alcuni degli
organi di stampa politicamente moderati vi sono vaghi accenni all'assassinio di
Cristo, prova che a distanza di parecchi decenni, gli stereotipi tornano a
circolare in alcuni ambiti secolari.
3 aprile: la prima pagina del giornale
nazionale La Stampa riportava una vignetta di Giorgio Forattini a commento
dell'occupazione di Betlemme. In essa Gesù Bambino alla vista di un tank
israeliano si chiede "Mi uccideranno una seconda volta?" (272) La vignetta
innesca un acceso dibattito sui giornali. Molte lettere risentite sono spedite
all'editore e numerosi lettori cattolici reclamano. Il presidente dell'Unione
delle Comunità Ebraiche, Amos Luzzatto, stigmatizza veementemente il ritorno
dell'accusa di deicidio, cancellata dal Secondo Concilio Vaticano. Il direttore
della Stampa prende le distanze dall'autore della vignetta. Quello stesso giorno
qualcuno scrive sui muri della sinagoga di Siena "Israeliani assassini."
5
aprile: una delle principali autorità dello Stato - il Presidente del Senato -
denuncia quello che egli definisce lo "squilibrio dell'opinione pubblica a
favore unicamente della causa dei palestinesi, con il rischio di alimentare una
campagna di antisemitismo, di cui già vi sono pericolosi e gravi esempi." Quel
medesimo giorno qualcuno scrive sulla facciata della sinagoga di Cuneo
"Palestina libera." 2 maggio: il quotidiano La Nazione di Firenze riporta che
alcuni messaggi antisemiti sono stati scritti su una chiesa cattolica, nella
cittadina di Gavinana alle porte di Firenze, nei quali si inneggia all'Olocausto
e ai venti anni di dominazione fascista in Italia. (273) Il capo della Comunità
Ebraica di Roma, Leone Paserman, dichiara. " I mass media italiani hanno dato
inizio ad una campagna di disinformazione che alimenta l'odio anti-israeliano e
antiebraico. (274)
Il 12 aprile la famosa giornalista e scrittrice Oriana
Fallaci pubblica la sua condanna dei media, della Chiesa, della sinistra e del
loro antisemitismo sul settimanale Panorama: "Considero vergognoso (...) che le
reti televisive controllate dal governo contribuiscano al revival
dell'antisemitismo deplorando unicamente le morti palestinesi, sminuendo
l'importanza delle morti israeliane, parlando in toni bruschi e sbrigativi di
loro."275 La condanna e la fiera accusa della Fallaci furono seguite da
discussioni essenzialmente controverse, in considerazione specialmente del fatto
che lei è una controversa giornalista incline alla sinistra.
Minacce
dirette
Anche alcuni illustri giornalisti ebrei ricevono lettere minatorie,
alcuni arrivano nel periodo di osservazione a ricevere fino a cinquanta messaggi
email di questo tenore. Vi sono attacchi contro studenti ebrei da parte di
qualche ragazzino nelle scuole, nei giardinetti e durante le competizioni
sportive, quali ingiurie e l'uso di parole come "Ebreo," Sporco ebreo," "Rabbi"
utilizzate come insulti. Tutto ciò continua insieme all'esibizione
di
cartelloni e striscioni negli stadi contenenti slogan antisemiti.
(276)
Minacce indirette
Sebbene negli ultimi, recenti mesi non siano
aumentate, rimangono comunque ad un livello molto elevato, specialmente in
relazione al club calcistico Lazio di Roma. (277)
Dibattito
pubblico
Particolarmente interessante è la comparsa, nel mese di aprile, di
slogan e di commenti in relazione all'attuale persecuzione del popolo
palestinese nei quali il conflitto arabo-israeliano è descritto con
un'inversione dei ruoli vittima/persecutore, con chiaro riferimento allo
sterminio degli ebrei. Il ricorso alla terminologia presa dal vocabolario
nazista, con termini quali deportazione, sterminio, genocidio, è una pratica
costante e talora tali termini sono riportati sui giornali a grandi caratteri,
oppure sono utilizzati in modo sprezzante nei commenti.
(278)
Internet
Il sito Web che può vantare il maggior numero di
partecipanti alle liste di discussione è quello del gruppo militante di estrema
destra di Forza Nuova. Alcuni di questi siti - dell'ala destra o filo arabi, o
filopalestinesi ("Lo straniero senza nome," "Holy War," "Radio Islam,"
"Associazione Italia-Iraq", "Oltre la verità ufficiale") (279) - fanno uso
dell'intera gamma di stereotipi antisemiti e hanno immesso sul Web l'intero
testo dei "Protocolli degli Anziani di Sion," una falsificazione della Russia
zarista. Il sito Web del Fronte Sociale Nazionale riporta un appello
filopalestinese all'Intifada che fa uso del linguaggio tradizionale antisemita,
antisionista e antiamericano, con riferimenti ostili al "Giudaismo talmudico,"
alla "cupola plutocratica globale," (280) e ad una Stella di David insanguinata.
(281) Molti altri siti toccano il tema del cosiddetto omicidio rituale e
l'accusa di spargimento di sangue; in altri invece il punto centrale è
l'Olocausto. Il sito Web "Che fare", appartenente ai gruppi dell'estrema
sinistra, riporta elementi antisionisti, del fondamentalismo filoarabo e
antiamercani, oltre a ricorrenti stereotipi contro gli ebrei, utilizzati in
passato e attualmente: le lobby ebraiche, il rapporto con la Massoneria, il
complotto internazionale, il potere economico mondiale in mano agli ebrei, ebrei
circoncisi con il marchio del dollaro sono tutti esempi di slogan più e più
volte ripetuti. E' difficile appurare quante persone visitino questi siti Web,
in quanto le cifre riportate appaiono ingigantite rispetto alla realtà, e in
quanto esse aumentano significativamente in periodi troppo brevi per essere
credibili. Tra il 20 e il 29 luglio, Alfred Olsen, membro della fratellanza
cattolica fondamentalista, che nega l'Olocausto ed è responsabile del sito Web
antisemita "Holy War/Tradizione Cattolica" ha fornito dei contributi al forum
online del giornale La Stampa in nove diverse occasioni, con teorie che
comprendono le tesi anti-giudaiche, quelle tradizionali antisemite globali, e
gli stereotipi antisionisti. (282)
3. Studi e ricerche
Tra i vari
sondaggi effettuati negli ultimi mesi, (283) è interessante fare riferimento a
quello condotto dalla Ispo/ACNielsen CRA tra il 13 aprile e il 13 maggio, parte
del quale è stato pubblicato dal "Corriere della Sera." (284) Il sondaggio
concerneva il fatto che le rigide posizioni assunte in merito a "chi ha ragione"
e "chi ha torto" nel conflitto arabo-israeliano non facessero riferimento alcuno
alle circostanze che hanno scatenato il conflitto. Per esempio, meno della metà
della popolazione italiana conosce la storia della fondazione dello Stato di
Israele. Soltanto il 4% ha qualche conoscenza degli eventi storici che hanno
preceduto e che in qualche misura spiegano l'evoluzione del conflitto. Il
livello di conoscenza non cambia significativamente cambiando il campione
politico, in quanto un numero maggiore di entrambi i sostenitori dell'estrema
sinistra e dell'estrema destra risultano meno informati di coloro che propendono
per il centrodestra e il centrosinistra.
Esattamente un mese dopo tale
sondaggio, il "Corriere della Sera" ha pubblicato i risultati di un sondaggio
d'opinione condotto all'inizio di aprile. Questo secondo sondaggio ha rivelato
che il numero delle persone che avevano dichiarato di non avere alcuna idea
sulla situazione era diminuito, mentre l'opinione della maggioranza della
popolazione che biasimava "entrambe le parti" per il conflitto era rimasta
stabile e si era consolidata, sebbene alcune persone del centrosinistra politico
(l'11% contro il 6% complessivo) tendevano essenzialmente a stigmatizzare
Israele per il conflitto. Inoltre, durante il medesimo periodo è parsa essere
cresciuta la "simpatia" per lo Stato ebraico, e ancora una volta questo è da
collegarsi all'orientamento politico di coloro che sono stati consultati per il
sondaggio.
Tra il 12 e il 14 aprile, un ulteriore sondaggio è stato condotto
da Ispo/ACNielsen CRA su un campione di 5000 interviste telefoniche. I dati
devono ancora essere completamente processati. Questo sondaggio ha chiesto a chi
è stato interrogato se gli ebrei italiani hanno delle caratteristiche comuni che
li distinguono dal resto della popolazione: il 54% degli intervistati ancora
ritiene che gli ebrei italiani abbiano delle caratteristiche distintive, e il
68% ha citato come prova il rapporto particolare con il denaro, una mentalità e
uno stile di vita diversi da quelli degli altri italiani. Inoltre vi è un
incremento del numero di persone che ritengono che gli ebrei italiani non siano
davvero italiani e che dovrebbero smettere di giocare il ruolo di vittime di una
persecuzione che risale a cinquanta anni fa. In particolare, essi hanno
elencato: la necessità di parlare meno frequentemente dell'Olocausto; il
passaggio dall'essere state vittime in passato all'essere i persecutori odierni
del conflitto arabo-israeliano; e infine che il Giorno della Memoria (27
gennaio) non dovrebbe essere dedicato al solo ricordo delle vittime della Shoah,
ma anche a tutte le altre vittime delle persecuzioni del XX° secolo. (285)
Il
sondaggio commissionato dalla ADL tra il 9 e il 29 settembre 2002 e riguardante
"I comportamenti europei verso gli ebrei, Israele e il conflitto
israelo-palestinese" (Vedi Tabella nel Rapporto del Belgio) ha assodato che gli
intervistati italiani si collocano al secondo posto dietro gli spagnoli nella
condivisione di alcune dichiarazioni antisemite. Tallonando la Spagna, (72%) gli
italiano hanno evidenziato di essere i secondi a condividere la dichiarazione
secondo cui "gli ebrei sono più fedeli ad Israele di quanto non siano a questo
paese " (58%), ed il 42% ritiene che "gli ebrei hanno troppo potere nel mondo
degli affari," posizione che colloca l'Italia al terzo posto con la Francia
dietro la Spagna e il Belgio. (286)
4. Good practice per la riduzione dei
pregiudizi, della violenza e delle aggressioni
Nei mesi precedenti il maggio
2002 pratiche efficaci a combattere l'antisemitismo includevano numerose
iniziative, volte a stimolare una spesso fragile e stentata memoria storica in
tutto il paese, concentrate sul 27 gennaio per ricordare il Giorno della
Memoria, istituito da un decreto legislativo tre anni fa. I sindacati hanno
organizzato dibattiti pubblici e iniziative in molte regioni e province,
dimostrando interesse per un dibattito che negli anni precedenti non aveva lo
aveva destato all'interno del movimento dei sindacati. A cominciare dall'autunno
del 2002 ha avuto inizio nella regione lombarda un programma di training che
continuerà per tutto il 2003 e che coinvolge le scuole superiori di Lecco e i
delegati sindacali delle imprese attive nell'area. Verranno trattati temi
inerenti l'antisemitismo, la Shoah e la dignità dell'uomo. Il titolo provvisorio
è "Considerate se questo è un uomo", che riprende la famosa frase di Primo Levi.
Cosa piuttosto innovativa in Italia, verranno organizzate delle visite ad alcuni
luoghi simbolici dell'Europa, da Praga ad Aushwitz a Mostar, compreso l'ex campo
di concentramento nazista della Risiera di San Sabba di Trieste. Il video
"Promesse" con storie di bambini israeliani e palestinesi in guerra, le loro
paure e le loro speranze al di là degli stereotipi tradizionali ha avuto un
forte impatto sull'opinione pubblica: il video si è rivelato utile per una
comprensione equilibrata
della drammatica situazione in Medio Oriente.
Significativamente il video è stato distribuito insieme ad uno dei principali
settimanali italiani, l'Espresso, e questo ha consentito la circolazione di
molte più copie rispetto a quelle che sarebbero state vendute
altrimenti.
Un'altra iniziativa volta alla riconciliazione dopo la divisione
che si è verificata nei partiti di sinistra a seguito del raduno del 6 aprile
(vedi cronologia) è stata il concerto del 19 aprile organizzato al Colosseo dal
Sindaco di Roma, durante il quale alcuni cantanti israeliani e palestinesi si
sono avvicendati sul palco. La proposta del Partito Radicale di includere lo
Stato di Israele nell'Unione Europa non pare aver sollevato l'interesse degli
altri partiti politici. Questa proposta è stata altresì sottomessa a tutti i
Consigli Regionali, ma anche lì non ha raccolto molto consenso, né ha destato
l'attenzione dei media.
Sia in Europa che in Italia vi è un certo numero di
siti Web che toccano le questioni dell'antisemitismo da una prospettiva storica,
con una particolare attenzione alle leggi razziali in Italia e alle loro
conseguenze. Vi sono anche siti Web creati allo scopo precipuo di contrastare
l'ondata di malintesi e di reazione agli attacchi sui media contro Israele,
talora con un certo spirito partigiano, ma nell'insieme imparziali nel giudizio.
Un esempio di tale website è http://www.informazionecorretta.com
che fornisce una vasta gamma di fonti. Un altro interessante sito che merita
ricordare è il sito del sindacato confederato della UIL (287) che a partire dal
23 maggio 2002 presenta un documento redatto dal dipartimento educativo del
segretariato nazionale del sindacato intitolato "Scuole e prevenzione
dell'antisemitismo."
5. Reazioni da parte dei politici e di altri opinion
leader
Un appello dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua mirante a
definire chiaramente il confine tra Israele e Palestina, e quindi ad
incoraggiare il ritiro unilaterale di Israele, è stato firmato da illustri
scrittori italiani di tutto il panorama politico. (288) Leader politici hanno
condannato il tono antisemita delle manifestazioni volte a promuovere la pace o
i diritti dei palestinesi. (289) L'Imam della comunità islamica italiana Abdul
Hadi Palazzi mantiene i contatti con la Comunità Ebraica Italiana e auspica
messaggi di moderazione e persino di amicizia nei confronti di Israele.
(290)
15 aprile: alcuni politici di entrambi i partiti di governo e
dell'opposizione hanno auspicato a Roma l'istituzione di una "Giornata per
Israele"; il direttore del quotidiano filogovernativo "Il Foglio" si è fatto
promotore dell'evento. Circa 3000 persone hanno marciato nel centro della
capitale portando bandiere israeliane. I partecipanti includevano militanti di
una vasta gamma dei partiti politici, che agivano per loro conto e a prescindere
dalle loro affiliazioni politiche.
25 aprile: durante le manifestazioni per
la giornata della Liberazione a Milano, cui hanno preso parte circa 200mila
persone, il segretario generale della principale organizzazione sindacale
italiana, Sergio Cofferati, ha insistito sulla necessità di "combattere ogni
revisionismo storico." (291)
Nel settembre 2002 Gianfranco Fini, vice Primo
Ministro e leader di Alleanza Nazionale, l'ex partito fascista, in una
intervista al quotidiano israeliano "Haaretz" concessa durante la sua visita in
Israele si è scusato per le leggi razziali antiebraiche italiane. Egli ha detto
di volersi assumere la responsabilità storica dei crimini del Fascismo e di
voler chiedere perdono al popolo ebreo. (292)
Note:
252) Jewish News Worldwide, list server,
"Anti-Jewish Incidents in France Resume", 10 gennaio 2003.
253) Questo
rapporto si basa sul compendio del NFP "Cooperazione per lo sviluppo dei paesi
emergenti" (COSPE), scritto da Alberto Cavaglion e Marcella Filippa. Le opinioni
espresse nel rapporto sono responsabilità esclusiva degli autori e non
rappresentano il punto di vista ufficiale del COSPE sugli argomenti trattati.
Riferimenti bibliografici: Alberto Cavaglion, Ebrei senza saperlo, Napoli 2002;
Giorgio Israel, La questione ebraica oggi. I nostri conti con il razzismo,
Bologna 2002; Elena Loewenthal, L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Torino 2002;
Gerald Messadie, Storia dell'antisemitismo. 2500 anni di odio e persecuzione,
Casale Monferrato 2002; numero monografico di "Limes. Rivista italiana di
geopolitica". Guerra santa in terra santa, n. 2, 2002; Rapporto
sull'antisemitismo in Italia, a cura di Adriana Goldstaub, giugno 2002. Il
rapporto è stato presentato al Congresso nazionale dell'UCEI (Unione delle
Comunita' Ebraiche Italiane, 20-23 giugno 2002); Pierre-André Taguieff, La
nouvelle judéophobie, Paris 2002 ; B.Z. Goldberg, J. Shapiro, C. Bolado,
Promesse, (Promises) USA, 2000, 102' (Oscar 2002 per il miglior documentario,
presentato in anteprima in Italia, in "L'Espresso", 6 giugno 2002).
254)
Adriana Goldstaub (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), relazione al
Congresso dell'UCEI, Roma 23 giugno 2002. Gli autori ringraziano Adriana
Goldstaub per le informazioni ricevute.
255) Cfr. La Commissione Europea su
razzismo e intolleranza, secondo rapporto sull'Italia, adottato il 22 giugno
2001, Strasburgo 2002.
256) Cfr. Juliane Wetzel, Rechtsextremismus in Italien
zwischen ausserparlamentarischer Opposition und politischem Establishment, in:
Joachim Born, Marion Steinbach (ed..), Geistige Brandstifter und Kollaborateure.
Schriftkulturuand Faschismus in der Romania, Dresden 1998 pp. 285-301; cfr.
inoltre Franco Ferraresi (ed.), La destra radicale, Milano 1984.
257)
L'accusa di deicidio è nuovamente circolata sulla stampa nazionale, persino su
quella moderata, cfr. JTA Global News Service of the Jewish People, 30 aprile
2002 (see <http://jata.org>http://jata.org); cfr. inoltre New York Post, 2
maggio 2002.
258) The Coordination Forum for Countering Antisemitism, online,
14 gennaio 2002 (see
<http://www.antisemitism.org.ii/showArticle.asp?/ID=736>http://www.antisemitism.org.ii/showArticle.asp?/ID=736).
259) The Coordination Forum for Countering Antisemitism. online, 24 gennaio
2002 ( see
<http://www.antisemitism.org.il/showArticle.asp?
ID=799>http://www.antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=799).
260)
Informazione fornita dal CDEC.
261) Cfr. Rapporto mondiale
sull'antisemitismo, 1999ff.
262) La Stampa, 2 giugno 2002.
263) Cfr.
Adriana Goldstaub (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), relazione al
Congresso dell'UCEI, Roma 23 giugno 2002, citazioni in "La Stampa", "Corriere
delle sera", "La Repubblica", "L'Espresso".
264) La Repubblica online, 6
aprile 2002.
265) Informazione forntia dal CDEC.
266) ADL-online,
Antisemitic incidents (see: <http://www.adl.org/Anti_semitism/anti-semitism_global_incidents.asp#Italy>
The Coordination Forum for Countering Antisemitism, online, 31 marzo 2002
(see<http://antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=1189>http://antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=118
).
267) ANSA, 8/4/2002 (see http://www.ansa.it/notiziari/mae.html>
268) Informazione fornita dal CDEC.
269) L'Espresso, 25 aprile 2002
(articolo sui cattolici e l'antisemitismo di Sandro Magister).
270)
Nell'edizione del 2 aprile i l quotidiano vaticano L'Osservatore Romano ha
parlato di aggressione mutatasi in sterminio del popolo palestinese; ha anche
fatto riferimento alla cospirazione e al sacrilegio
di coloro che trattano
come fosse loro una terra che appartiene a Cristo. Cfr. Osservatore Romano, 5
aprile 2002.
271) Murray Gordon, The New Anti-Semitism in Western Europe,
American Jewish Committee, pubblicazione online, p. 3 (cfr. http://www.ajc.org/InTheMedia/Publications.asp
272) La Stampa, 3 aprilel 2002; cfr. The Boston Globe, 28 aprile 2002;
Israele gli antisemiti di Gabriel Schoenfeld, giugno 2002 (see <http://www.cdn-friends-icej.ca/antiholo/israel_and.html>
http://www.cdn-friends-icej.ca/antiholo/israel_and.html).
273) La Nazione, 2 maggio 2002.
274) Ruth E. Gruber, European Jews on
high alert, Roma 18 ottobre 2002, JTA
(see <http://www.cdn-friends-icej.ca/antiholo/hihalert.html>
http://www.cdn-friends-icej.ca/antiholo/hihalert.html).
275)
Panorama, 12 aprile 2002; cfr. Murray Gordon, The New Anti-Semitism in Western
Europe, American Jewish Committee, pubblicazione online, p. 3 276) Cfr. Adriana
Goldstaub (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), relazione al
Congresso dell'UCEI, Roma 23 giugno 2002
277) Nel novembre 2001 Haaretz ha
accusato le tifoserie calcistiche italiane di essere le più antisemite d'Europa,
La Repubblica online, 4 novembre 2001; cfr. inoltre Expressonline, 5 settembre
2001. In generale cfr. EITMC, Razismo, calcio e Internet, Vienna 2002.
278)
Cfr. il Manifesto, 2 aprile 2002.
279) Ibid; ricerca sul relativo sito
web.
280) Questa parola viene tradizionalmente applicata all'organo
decisionale supremo della mafia.
281) Ricerca sul relativo sito web.
282)
La Stampa online, forum del 20-29 giugno 2002; cfr. inoltre L'Espressonline, 29
luglio 2002: l'autore si chiede per quale motivo La Stampa abbia accettato di
pubblicare articolo propagandistici così pieni di odio contro gli ebrei.
283)
Per quanto riguarda il 2001, un sondaggio condotto dal Corriere della sera nel
gennaio 2002 rivela un forte incremento dell'odio antiebraico rispetto alle
rilevazioni del 2000. Secondo il sondaggio il 23% degli interpellati ritiene che
"gli ebrei non sono graditi e non ispirano fiducia" (valore del 2000: 14%). Il
75% degli Italiani ritengono che le opinioni, la mentalità e lo stile di vita
degli ebrei sinao differenti da quelli del resto della popolazione (valore del
2000: 50%), The Coordination Forum for Countering Anti-Semitism, online (cfr.
<http://www.antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=799>http://www.antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=799);
cfr. inoltre Murray Gordon, The New Anti-Semitism in Western Europe, American
Jewish Committee, pubblicazione online, p. 8
284) L'autore dell'inchiesta e
il direttore dell'organizzazione sopra menzionata hanno gentilmente concesso
all'NFP Italia di utilizzarla; cfr. "Gli ebrei? Non sono dei veri Italiani",
<http://moise.sefarad.org/belsef.php/id/369/>http://moise.sefarad.org/belsef.php/id/369/.
285) Si vedano i commenti nel Chicago Tribune online, 7 aprile 2002
286)
Inchiesta dell'ADL "European Attitudes Toward Jews", ottobre 2002,
<http://www.adl.org/anti_semitism/EuropeanAttitudesPoll-10-02.pdf>http://www.adl.org/anti_semitism/EuropeanAttitudesPoll-10-02.pdf.
287)
www.uil.it/uilscuola.
288)
Ebrei-palestinesi: creare un confine, in La Stampa, 31 maggio 2002.
289) Gli
ebrei d'Europa tremano mente gli attacci antisemiti aumentano, AP 4 maggio
2002
290) World Jewish Congress, documento politico n. 83, settembre
2002
291) La Repubblica online, 25 aprile 2002.
292) La Repubblica online,
13 settembre 2002; cfr. inoltre
<http://www.antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=2874>http://www.antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=2874.
Israele in cerca di un nuovo inizio. Sharon prepara la mossa unilaterale
di Antonio POLITO* (Il Riformista, 10-12-2003)
GERUSALEMME. Andare in Israele fa
bene. Fa bene agli israeliani, innanzitutto, che ne hanno bisogno. Si può alzare
la testa, di fronte al terrorismo; riempire ristoranti e bar il sabato sera,
mettere i figli sullo scuola-bus, indaffararsi nella normalità di una vita a
prova di bomba, come gli israeliani stanno facendo, e la considerano già una
vittoria. Ma non si smette di sentirsi isolati, e un po' ghettizzati, quando il
turismo dall'estero raggiunge in un anno il numero di presenze che prima della
seconda intifada faceva in un mese. La ragazza del kibbutz Kfar Giladi, proprio
al confine con il Libano, che ti sorride grata per averla raggiunta lassù, in
cima a Eretz Israel; o il custode greco ortodosso della cappella del Santo
Sepolcro, che prima di lasciarti entrare a toccare la tomba di Gesù ti snocciola
prosaicamente e con orgoglio le formazioni dell'Inter e della Juve campioni
d'Europa, più una dotta dissertazione sulla qualità tecnica della scuola di
Coverciano, sono piccoli premi, per così dire «umanitari», che non si
dimenticano.
Ma andare in Israele fa bene anche a chi ci va. I bianchi e i
neri con cui leggiamo e guardiamo l'intrico mediorientale diventano grigi. La
verità cambia lato a ogni cambio di prospettiva. La barriera (come la chiamano
là), o muro (come lo chiamano qua), è diversa se la si guarda dal versante
palestinese, unica immagine fotografica fornita dalla stampa occidentale, o se
la si guarda dal versante israeliano. Bene e male si mescolano, destra e
sinistra giocano a scambiarsi di ruolo.
Facciamo due esempi: il «ritiro
unilaterale» è una formula magica che evoca con la forza delle parole (ritiro,
unilaterale) voglia di pace, irenismo, dialogo e trattativa. La «barriera» (o
«muro») è una formula magica che evoca con la forza delle parole (barriera,
muro) divisione, separazione, apartheid, e Berlino. Né l'una né l'altra formula
sono quello che sembrano.
In Israele qualcosa si sta muovendo. Qualcosa di
importante. E' come se il governo Sharon sentisse la necessità di un nuovo
inizio. Crede di aver trovato in se stesso la forza di ridurre manu militari la
minaccia dei kamikaze, e questo lo rafforza. Ma sente anche di non potersi
accontentare di una vittoria militare, perché questo lo indebolisce, dentro e
fuori dai confini patrii. I likudisti (abbiamo incontrato Gideon Saar, giovane
in ascesa, il Letta - Gianni o Enrico, fate voi - del premier) ripetono il
mantra: ci avevate detto che la sicurezza di Israele si raggiungeva attraverso
la pace con Arafat, ci abbiamo provato e non ha funzionato, oggi pensiamo prima
alla sicurezza e poi alla pace. Ma c'è politico che possa credere fino in fondo
a questo assioma? C'è qualcuno che pensa davvero di poter garantire la sicurezza
di Israele senza la pace, o una tregua, o un cessate-il-fuoco, o una qualsiasi
forma di intesa col nemico?
Da questo dilemma viene fuori la grande novità
di queste ore: l'uscita di Ehud Olmert, che oggi è il vice primo ministro, che è
stato alla destra nel Likud da sindaco di Gerusalemme e poi alla sinistra,
sorprendendo sempre tutti per la sua alta qualità acrobatica. Nel fine settimana
Olmert ha detto che Israele deve considerare il ritiro unilaterale «da gran
parte della Cisgiordania e della striscia di Gaza». Che cosa lascerebbe ai
palestinesi non si sa. Si sa però che questo è il punto, si sa che la
ultra-destra si è infuriata, e si sa anche che Olmert non sta straparlando. L'ex
ambasciatore Avi Pazner ci ha confermato che Olmert dissoda la terra che Sharon
sta per seminare. Tempo una, due settimane, e il primo ministro israeliano
proporrà un nuovo inizio: con o senza una nuova proposta negoziale, nella
formula sarà compresa una qualche forma di ritiro unilaterale da una parte
consistente dei territori occupati, e il conseguente smantellamento di alcuni
insediamenti dei coloni israeliani.
Sembra un programma da sogno. Ma
attenzione: così facendo, il governo israeliano dichiarerà di fatto morta la
«road map», e la mappa se la farà da solo. L'azione unilaterale è la conseguenza
di una perdita di fiducia nella credibilità dell'interlocutore. Vuol dire creare
un fatto compiuto in una situazione in cui i fatti compiuti tendono a diventare
irreversibili. Il fatto è che Israele non può aspettare. Lo stallo attuale,
anche a terrorismo ridotto, contiene il pericolo che Olmert ha indicato con
chiarezza: la bomba demografica al posto della bomba umana. Già adesso, con i
territori occupati, Israele comprende una popolazione in cui gli ebrei sono
appena il 55% della popolazione, e questo nonostante che negli ultimi dieci anni
abbia accolto un'impressionante ondata di emigrati russi (più di un milione),
che difficilmente si ripeterà nel futuro prevedibile. Senza i territori, gli
ebrei sono l'80% della popolazione. Questa è considerata da Olmert, ma anche
dalla sinistra sionista, la proporzione minima necessaria a mantenere
l'ebraicità e la democraticità, allo stesso tempo, dello stato di Israele. Se
Israele lascia le cose come stanno, la popolazione ebrea scenderà - lo dice
Sergio Della Pergola, demografo dell'università di Gerusalemme - al 51% nel
2010, al 47% nel 2020, al 37% del 2050; ritornando così, a cent'anni dalla
fondazione dello stato, alla stessa percentuale di quando è nato.
Ecco uno
dei paradossi di Israele: noi tendiamo a vederla espansionista, annessionista,
avida di territori: e invece per la sua sopravvivenza ha bisogno di
restringersi, rimpicciolirsi, tornare all'ambizione originaria (e al compromesso
di Ben Gurion) che la guerra, portatale da altri, ha corrotto e trasfigurato.
L'altro paradosso è la barriera.
Abbiamo deciso di chiamarla barriera, e non
muro, dopo aver visto il muro. Il cemento si alza infatti solo in due tratti di
quattro chilometri l'uno (al momento, anche se il piano prevede un
chilometraggio ben maggiore). Entrambi quei tratti costeggiano il pendio in
fondo al quale, come un fiume nel suo letto, corre l'autostrada A6 verso
Gerusalemme. Non sembra limitare nessuna libertà fondamentale dell'individuo,
palestinese e non, se non la libertà di sparare sulle auto che vi sfrecciano
sotto, circostanza questa non del tutto sgradita a chi si sia trovato - come noi
- in una di quelle auto. Il muro, allo stato, è poco più di quei muri acustici
che costeggiano tanti tratti delle autostrade di casa nostra. Poi però c'è la
barriera. Il suo merito è di essere un serio intoppo nelle passeggiate dei
kamikaze verso le città israeliane della costa. Già più di un attentato è stato
sventato, o perché l'attentatore non è passato al check point o perché per
evitarlo ha dovuto allungare il percorso concedendo una mezz'ora di tempo
preziosa ai militari sempre a caccia. L'ultima cintura esplosiva è stata
disinnescata ieri, ma gli attentati evitati non fanno notizia, solo le bombe
fanno rumore. Badate bene: questo lo dice anche la sinistra israeliana, come ci
ha confermato Colette Avital, pugnace deputata laburista alla Knesset, e lo
pensa la grande maggioranza degli israeliani. Un'Europa che pattuglia con la
flotta militare le sue coste per fermare un molto meno pericoloso reato di
immigrazione clandestina, non dovrebbe scandalizzarsi troppo se i 140 chilometri
di barriera già costruiti sono riusciti a fermare anche un solo attentatore,
hanno salvato la vita anche di un solo bambino, impedendo che si aggiungesse
alla lista delle «850 buone ragioni» che gli israeliani elencano per la
barriera, con riferimento al numero delle vittime in tre anni di terrorismo
suicida.
Il però, però c'è; è lo stesso però che mette in allarme Powell e
Bush (ma nell'anno di campagna elettorale potrà Bush alzare troppo la voce?). Il
però consiste nel tracciato. Più la barriera si allontanerà - già si allontana
spesso - dalla «linea verde» che definisce l'Israele di prima della guerra del
1967, più si incuneerà nei territori palestinesi per andare a comprendere e a
difendere insediamenti ebraici spintisi a est, più sarà vista e combattuta come
un altro fatto compiuto. Dice Saar, parlando del ritiro unilaterale: «In questa
fase bisogna essere molto cauti nelle concessioni, perché possono diventare
irreversibili». Ecco, Abu Ala ha il diritto di pensarla nello stesso modo a
proposito della barriera. Sharon è chiaramente pronto ad abbandonare i più
insensati geograficamente e i più fanatici ideologicamente degli insediamenti, e
per far questo già dovrà sfidare l'ira dei coloni e di tutti coloro che pensano
di trovare nella Bibbia la mappa dell'Israele del Terzo Millennio. E' anche
pronto - crediamo - a considerare la barriera mobile: oggi è lì, domani si può
spostare. Ma la tentazione di ritirare unilateralmente le truppe dietro quella
barriera, facendola così diventare un confine definitivo, per quanto generoso
comunque non trattato con la controparte, sarà forte. Così la combinazione di un
presunto bene (il ritiro) con un presunto male (la barriera) può dare varianti
infinite di bene e di male. Dipenderà anche dalla controparte: perché si può
fare la pace se non c'è neanche un cessate-il-fuoco?
Questo è un punto
decisivo. Abbiamo fin qui raccontato come discute una democrazia, un popolo, una
società aperta, dei modi migliori per raggiungere la sicurezza e la pace. Il
dibattito è vivace, in tv ci vanno i pazzi e i savi, in parlamento ci sono i
giusti e gli ingiusti, i sinistri e i destri, gli statisti e i politicanti. Come
in ogni democrazia. Ma mentre Israele discute di questo, le fazioni
terroristiche riunite al Cairo hanno discusso se smettere di uccidere solo i
civili ebrei, o anche i soldati ebrei; se smettere solo in Israele o anche nei
territori. E hanno finito con il non accordarsi, col dire no ad Abu Ala, che
come il suo sfortunato predecessore Abu Mazen spera di fermare la mano degli
assassini «by consensus» e non con la forza che Arafat non gli dà, come non
l'aveva data ad Abu Mazen. Il presidente della Repubblica d'Israele, Moshe
Katzav, ci ha detto che la barriera può aiutare Abu Ala. Altro apparente
paradosso: se si riduce il terrorismo, c'è più spazio per il negoziatore onesto
palestinese; e se non ci riesce lui, dice Israele, lasciate che ci proviamo noi.
Il torto e la ragione, in Terra Santa, sono difficili da assegnare anche
solo guardando agli ultimi sei mesi di storia: figurarsi se uno tenta di tenere
la contabilità di tremila anni. Però una cosa è chiara: torti e ragioni si
possono dividere in base alla razionalità del giudizio politico, e il governo
democraticamente eletto dagli israeliani merita la razionalità e la serenità di
un giudizio politico, non il manicheismo di un giudizio universale. Ciò che non
può essere in discussione è il diritto degli ebrei alla loro soggettività
statuale, a essere attori della loro storia nella forma, e nella sicurezza, che
è garantita a ogni altro stato nazione. E questo a prescindere dalla memoria e
dall'Olocausto. Non come risarcimento, ma come diritto nazionale. Anche i
palestinesi devono godere dello stesso diritto, e la comunità internazionale lo
riconosce, e il governo di Israele - oggi - lo riconosce. Il problema è che nel
mondo arabo c'è chi quel diritto non lo riconosce agli ebrei. Dal '47 a oggi è
questo l'ostacolo principale alla pace in Medio Oriente.
* L'autore ha visitato Israele insieme con la delegazione di «Appuntamento a Gerusalemme», iniziativa di solidarietà civile con le vittime del terrorismo.