The Harp of David
F r e e  R e v i e w  o f  H u m a n  S c i e n c e s

Distr.: 6.511 readers - II, n. 1 - January 08, 2004 - Dossier Anti-Semitism

In this issue:
* Carmine MONACO - Volti e simboli dell'antisemitismo (Italian)
* Mozione DEL TURCO, COMPAGNA su antisemitismo (Italian)
* Daniel PIPES - Europe's new anti-Semitism and its old reluctance to face it (English)
* www.a7fr.com, Le PMF, premier parti musulman et anti-juif de France (French)
* Luciano TAS, Sondaggi europei e fumi di antisemitismo (Italian)
* David FRANKFURTER, The Forgotten Christian Communities in the Holy Land (English)
DOCUMENTI. Werner BERGMANN, Juliane WETZEL, Manifestazioni di antisemitismo nell'Unione Europea - Primo semestre 2002 - Rapporto sintetico per conto dell'EUMC - Osservatorio Europeo dei Casi di Razzismo e Xenofobia - Traduzione di Anna BISSANTI (testo) e Abdul HADI PALAZZI (note). (Italian)
* Antonio POLITO (Il Riformista, 10-12-2003) - Israele in cerca di un nuovo inizio. Sharon prepara la mossa unilaterale (Italian)
* Lettere.
Kalonymos, Consigli per vivere meglio
Anonimo, Antisemiti noi?! Antisionisti, prego!

Volti e simboli dell'antisemitismo
Una sfida non ancora vinta dalle moderne democrazie europee?
 
di Carmine MONACO
(Coordinatore dell'Osservatorio sul razzismo e sull'antisemitismo promosso dalla L.I.D.U., Lega Italiana per i Diritti dell'Uomo - Associata F.I.D.H.)

1. L'immaginario antisemita

L'immaginario contribuisce in varia misura alla costruzione delle civiltà, favorendone la conservazione, la trasformazione o la loro distruzione. Va perciò esplorato, conosciuto e preso come riferimento necessario per la comprensione dei fenomeni che ci circondano e di quelli che riguardano noi stessi. La principale forma rappresentativa e comunicativa dell'immaginario è il simbolico, che, come ci ricorda l'etimo greco, è ciò che unisce, organizza nessi, relazioni con le cose, con se stessi e con gli altri, col mondo reale e quello non visibile. Muovendo dalle zone più recondite dell'inconscio, il simbolico tocca le più alte conquiste della ragione e della scienza, coprendo l'intera gamma delle attività e delle possibilità umane. L'uomo, del resto, è l'animale simbolico per eccellenza: fatto a immagine e somiglianza divina, nasce, per così dire, "artista", artefice del proprio destino e di quello altrui. Essendo una realtà universalmente presente in tutte le strutture e le dinamiche sociali, il simbolico affiora - forse in forma più immediata che altrove - nella politica e nella propaganda, dove spesso rischia di assumere connotati negativi.

Entrambe capaci di "gerarchizzare" il simbolico, politica e propaganda producono e si nutrono di miti che sono a loro volta proiezioni oggettivate ed elaborate dell'immaginazione simbolica. Le dittature totalitarie nazista, fascista e comunista elaborarono politiche e propaganda sulla base di un immaginario da esse stesse determinato, imposto come verità assoluta ai loro "credenti" e tenuto in massimo conto anche quando il puro bisogno materiale e la necessità si imponevano come scelte determinanti. La furia antisemita del regime nazista fece sì che, persino di fronte all'imminente catastrofe, si impegnassero uomini, mezzi e preziose risorse per sterminare gli ebrei, accecati da un odio atroce che non voleva perdere le sue valenze di riconoscimento, di aggregazione e di guida delle proprie aberranti azioni, costituite sulle dimensioni simboliche e mitiche del superuomo ariano interamente dedito a conquistare il mondo e a liberarlo dalla "razza ebraica". L'antisemitismo, dunque, anche come fenomeno esemplificativo per eccellenza dell'uso perverso dell'immaginario nella politica e nella propaganda, organizzato da maestri della menzogna che finiscono poi col credere ciecamente alle loro stesse invenzioni. Alcuni studiosi individuano i segni della sconfitta di quelle feroci dittature già nella disgregazione, nella corruzione, nella crisi di identità collettiva che segnò il decadimento delle società europee che accolsero come salvifiche le teorie e le illusioni dell'immaginario nazifascista, sottovalutandone così l'estrema pericolosità e dimenticando che la vittoria del fronte democratico fu tutt'altro che facile e scontata.

Alla fine della seconda guerra mondiale, le nazioni occidentali sono state quasi del tutto liberate dal male nazifascista e strenuamente difese dall'incombente minaccia del totalitarismo comunista sovietico. In democrazia i cittadini godono in varia misura dei diritti e delle libertà previste dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Ma, così come è un errore confondere democrazia e libertà, tanto più grave è pensare che queste siano conquiste ormai al riparo da qualsiasi minaccia esterna o interna. Purtroppo non è così: democrazia e libertà esisteranno fino a quando saremo capaci non soltanto di vigilare e difendere quanto conquistato a così caro prezzo, ma di ampliare e rafforzare sempre più la sfera delle libertà.

2. Antisemitismo e propaganda antidemocratica

L'antisemitismo odierno è, ieri come oggi, fortemente simbolico di una grave minaccia ai diritti umani, alla libertà e alla democrazia. Dopo la Shoah, l'antisemitismo è stato un tabù pressoché invincibile. Fino ad oggi. Dopo l'antisemitismo religioso medioevale e quello di stato dei regimi nazifascisti e comunisti, siamo costretti ora a fronteggiare un antisemitismo ibrido di propaganda nazionalista e religiosa elaborato soprattutto nell'ambito della società araba dalle sue componenti più pericolose e divulgato da predicatori, da organizzazioni terroristiche, da governanti e sudditi di tali regimi, sia all'interno sia all'esterno dei rispettivi paesi di appartenenza. Fin dalla sua nascita, l'antisemitismo arabo non nasconde le sue mire economiche e territoriali: assorbendo gli slogan e le parole d'ordine dei suoi omologhi nazifascista e comunista, accusa gli ebrei di aver inventato capitalismo, socialismo, democrazia e diritti umani allo scopo di dominare il mondo mediante l'occupazione dei posti chiave nelle società. Usando tale pretesto, ne confisca beni e proprietà, vieta loro di svolgere determinate professioni e di ricoprire qualsiasi carica pubblica o ruolo privato che sia, li caccia dalle sue terre e li uccide. Il tristemente celebre "Protocolli dei Savi Anziani di Sion", un falso storico elaborato oltre un secolo fa dalla polizia zarista per giustificare i pogrom, è uno dei pochi best-seller nel mondo arabo: un "successo" editoriale tale da essere addirittura inserito nel catalogo della biblioteca egiziana di Alessandria accanto alla Torah e al Talmud (e l'Egitto è uno dei pochi paesi arabi ad aver stipulato un trattato di pace con Israele). La stessa Lega Araba nasce in esplicita funzione anti-israeliana, con lo scopo dichiarato di distruggere "l'entità sionista". Dopo secoli di convivenza più o meno serena, comunque migliore di quella tra cristiani ed ebrei, a seguito delle violenze seguite alla nascita dello stato d'Israele sancita dall'ONU, quasi ogni stato arabo è oggi "Judenfrei" (come non era riuscito nemmeno alla Germania nazista).

La questione israelo-palestinese viene spesso additata tra le cause dell'antisemitismo odierno (anche in Europa), e sono ormai in molti ad ammettere che, al di là della legittima possibilità di criticare l'operato dei governi e delle autorità israeliane, in taluni casi esiste un forte pregiudizio di fondo che è stato capace di cambiare forma e di resistere ai mutamenti dei tempi. Cos'altro è, se non espressione del peggiore antisemitismo, l'appello rivolto dal primo ministro malese Mahatir a tutti i mussulmani del mondo (1 miliardo e 300 milioni di credenti) affinché si adoperino per apprendere la scienza e la tecnica occidentali, non al legittimo scopo di migliorare le loro spesso difficili condizioni di vita, afflitti come sono dai livelli di libertà e di reddito pro-capite più bassi del pianeta e da un analfabetismo che riguarda centinaia di milioni di adulti, bensì per prendere le armi contro i cinque milioni di ebrei israeliani, e finalmente sconfiggerli? Invito che peraltro gli è "costato" l'esplicita condanna degli USA, le critiche degli europei e una promozione ai vertici della Lega Araba. L'antisemitismo può essere un buon affare, tutto sommato.

L'immaginario antisemita e antioccidentale allestito dalla politica-propaganda araba per incitare all'odio antiebraico i fedeli di Allah, non si limita certo a diffondere i "Protocolli dei Savi Anziani di Sion", ma contempla ad esempio serial televisivi in cui i rabbini impastano gli azzimi di Pasqua con il sangue dei bambini cristiani e centinaia di simili rappresentazioni "artistico-didattiche". Abbiamo libri di scuola infarciti di odio e docenti di università arabe che, con i loro studi, confermano ogni assurda teoria antiebraica e antioccidentale escogitabile da mente umana; teorie che vengono tollerate, quando non condivise, anche da alcuni loro colleghi delle università francesi, italiane, britanniche e americane, e che si esprimono concretamente in boicottaggi di università, docenti e persino studenti israeliani ed ebrei. In Europa, oltre al caso limite della Francia, assistiamo a segnali davvero allarmanti in Belgio, Svezia, addirittura in Danimarca, uno dei pochissimi stati europei che si opposero fermamente alla Shoah (il re in persona uscì con la fascia gialla con la stella di Davide al braccio, quando i nazisti la imposero agli ebrei durante l'occupazione), dove pochi giorni fa un gruppo islamico ha offerto una taglia di 30.000 dollari per la vita di alcuni importanti rappresentanti dell'ebraismo danese.
 
3. L'approccio europeo alla questione dell'antisemitismo
 
Antisemitismo e violenza si intrecciano spesso in una forma di propaganda potente ed efficace perché estremamente dotata di mezzi finanziari e strumenti di pressione politica, in grado di condizionare pesantemente anche i lavori dell'ONU, come dimostrarono le pesanti intimidazioni rivolte a Durban ai rappresentanti israeliani, e qualche amara riflessione scaturisce anche dall'analisi dell'ormai prassi quotidiana di condannare Israele ancor prima di iniziare i lavori.
Una propaganda feconda di risultati concreti in particolare in Europa, come rivela il recente dossier dell'Osservatorio sui fenomeni xenofobi e razzisti, malamente insabbiato dalle autorità. Il 5 gennaio 2004 il quotidiano inglese Financial Times pubblica in prima pagina un intervento, "Il tradimento morale dell'Europa sull'antisemitismo", firmato dal Presidente del Congresso mondiale ebraico Edgar Bronfman e dal Presidente del Congresso europeo ebraico Cobi Benatoff, dove si accusa la Commissione Europea di antisemitismo "con l'azione e con l'inazione", in particolare su due fatti: sul sondaggio truccato di Eurobarometro, che pose Israele (e Stati Uniti) in cima alla classifica delle minacce alla pace mondiale, e sul Rapporto tenuto nascosto dell'Osservatorio Europeo dei fenomeni del razzismo e xenofobia (EUMC) dove si denunciava che l'odio antisemita é alimentato da gruppi islamici e filo-palestinesi operanti in Europa. Il Presidente della Commissione Romano Prodi risponde con una lettera ai rappresentanti delle due autorevoli organizzazioni ebraiche, annunciando la sospensione del Seminario sull'antisemitismo promosso dalla Commissione per il prossimo mese di Febbraio a Bruxelles. Ci chiediamo: perché sospendere (o annullare) un convegno che doveva trattare proprio gli argomenti evidenziati dalla lettera apparsa sul Financial Times? E' così che la Commissione intende rispondere alla mera enunciazione di fatti e circostanze  operata da due dei più autorevoli rappresentanti del mondo ebraico, europeo e mondiale? Ciò non è ammissibile. Di fronte al risorgere di un fenomeno che, proprio in Europa e appena mezzo secolo fa, ha causato 6 milioni di vittime innocenti, di fronte alle migliaia di famiglie francesi che stanno già abbandonando la "patria dei Lumi" e della Rivoluzione a causa delle violenze antisemite scatenate da fanatici ed estremisti, le autorità europee, capaci di esprimere spesso autorevoli pareri in materia di diritti umani all'estero, hanno il dovere di affrontare immediatamente il problema, non di insabbiarlo. Per fortuna, la forte e inequivocabile condanna dell'antisemitismo espressa nel documento conclusivo del semestre di Presidenza italiana dell'UE bilancia ancora, in qualche modo, questa temporanea defaillance; nel frattempo occorre incoraggiare altre iniziative sullo stesso argomento, come quella del Ministro Frattini presso i suoi colleghi Ministri degli Esteri europei, a cui chiederà di riprendere la questione qualora la Commissione non tornasse sui suoi passi.
Nel tentativo di giustificare o trovare una ragione plausibile all'insensato atto di nascondere la sporcizia sotto il tappeto, giorni fa un autorevole commentatore, Alain Finkielkraut, sulle pagine di Repubblica ha attribuito tale gesto all'incredulità europea di fronte al fenomeno antisemitismo che toccava "popolazioni vittime potenziali dell'esclusione e del razzismo". Siccome il rifiuto europeo dell'Altro poteva riguardare alternativamente neri, arabi e ebrei, secondo Finkielkraut, davanti all'antisemitismo arabo le autorità europee sarebbero state colpite da choc: "Ma come? Esistono vittime del razzismo che possono diventare antisemite?!" Come se le autorità europee, esprimendo una forma di razzismo più subdolo di quello che ispirava e giustificava il colonialismo, ritenessero i cittadini europei i soli "legittimati" a essere razzisti. Un simile ragionamento trascura il fatto che per secoli il pensiero arabo ha giustificato (e in alcune regioni giustifica tuttora) sia il commercio di esseri umani, in particolare dei neri, venduti per secoli come schiavi agli europei per le loro colonie, sia il vero apartheid praticato in Medio Oriente e nel mondo arabo, ovvero quello delle donne mussulmane, tenute in condizioni di subalternità rispetto all'uomo, spesso soggette a violenze domestiche di ogni tipo, mutilate nella persona, nella sessualità e nella dignità in base ad una tradizione terribilmente dura (una donna su due non sa leggere né scrivere, il tasso di mortalità per il parto è il doppio rispetto a quello dell’America latina e il quadruplo di quello dell’Asia orientale, il livello di partecipazione femminile alle attività lavorative è superiore solo ai Paesi dell’Africa sub–sahariana, la rappresentanza politica femminile è irrisoria, in alcuni casi inesistente, le donne occupano solo il 3,5 per cento di tutti i seggi disponibili nei parlamenti della regione: questo è apartheid).
 
La situazione è tale che un serio dibattito sui temi del razzismo e dell'antisemitismo non è più rimandabile. La realtà salta agli occhi di chi vuol vedere: l'antisemitismo odierno costituisce uno degli strumenti di propaganda essenziali nelle strategie adottate da un terrorismo internazionale ancora pericolosissimo, braccio armato di un progetto politico posto in essere da gruppi di interesse che mirano a destabilizzare quelle società e quelle nazioni individuate come soggetti deboli proprio in quanto aperte, libere e democratiche. Nel quadro di una più ampia e violenta lotta per il potere, le dinamiche più complesse e pericolose per l'ordinamento libero e democratico delle nostre nazioni sono messe in moto e finanziate da associazioni e gruppi ideologicamente vicini, con obiettivi politici affini a quelli degli strateghi dell'11 settembre. Anche in Gran Bretagna, Francia, Italia, Germania, Stati Uniti, Canada, Australia, ovunque gli input essenziali antiebraici, anti-israeliani e antioccidentali provengono dalle stesse organizzazioni che manovrano e finanziano la lotta e le violenze dei gruppi più estremisti: e non è solo questo il dato più fastidioso tra quelli emergenti dal rapporto dell'Osservatorio sui fenomeni xenobobi e razzisti che l'UE ha tentato di ignorare. L'analisi finisce con il coinvolgere alcune organizzazioni politiche europee culturalmente vicine, compiacenti o comunque  tolleranti riguardo al fenomeno del nuovo antisemitismo arabo, così contiguo all'antirazzismo "progressista" europeo che quest'ultimo finisce per assumere acriticamente le tesi e gli slogan del primo, accusando sempre e comunque Israele di essere uno stato razzista che pratica l'apartheid, la nuova Germania nazista o il nuovo Sudafrica. Forse alcuni leader europei credono sinceramente che il problema sia Israele, in accordo con l'aberrante indagine di Eurobarometro. Allora a maggior ragione bisogna parlarne, non insabbiare, e se qualcuno non vuole, parliamone ancora di più: in fondo, esplorare, comprendere e definire il punto di vista nostro e dell'interlocutore, qualunque esso sia, significa compiere in ogni caso un notevole passo in avanti, soprattutto in tempi in cui si fa un gran parlare di società multietnica e dialogo interculturale.
 
4. L'antisemitismo, pretesto e paravento
 
Temo che abbia pienamente ragione Finkielkraut quando conclude la sua analisi affermando che "l'antisemitismo resterà, qualunque sia la politica di Israele". L'antisemitismo arabo è infatti un efficace antidoto ai problemi di quei governi autoritari e teocratici, un rimedio alla loro incapacità, o meglio, all'assoluta mancanza di volontà di migliorare le condizioni di vita dei propri "sudditi". Il conflitto israelo–palestinese rappresenta per i leader arabi "una causa e un pretesto per rinviare le trasformazioni democratiche", come affermava il rapporto Onu sullo sviluppo umano dei Paesi arabi, commissionato dall’Ufficio regionale per gli Stati arabi dell’Undp (il programma dell’Onu per lo sviluppo) e dal Fondo arabo per lo sviluppo economico e sociale, e affidato ad una trentina di studiosi arabi che effettuarono una "analisi dall’interno" dei 22 Paesi della Lega Araba.
"Una causa e un pretesto" e soprattutto il paravento ideologico dietro cui una precisa classe dirigente conduce i suoi giochi di potere, allo scopo di rendere sempre più incontestabile la propria autorità sui popoli loro sottomessi; un paravento che, al tempo stesso, le consente di portare avanti i propri piani di espansione politica, economica e territoriale attraverso una efficace capitalizzazione del consenso e dello jihad; un paravento soprattutto al fatale scontro fra musulmani e cristiani che scuote l'intera fascia sub–sahariana, dall’Eritrea al Sudan alla Nigeria, all’Oceano Atlantico, e non solo. Laddove non ci sono ebrei, l'intolleranza araba colpisce profondamente le altre minoranze: in Sudan il governo del Nord perseguita i cristiani e gli animisti del Sud; ultimamente persino in Costa d’Avorio i musulmani del Nord hanno attaccato i cristiani al Sud. In un incredibile silenzio, nel gennaio 2000 sono stati decimati i cristiani copti in Egitto. In Nigeria i musulmani tentano di imporre una versione severa della Shar'ia, e ormai da tempo sono soprattutto i cristiani a morire e ad essere perseguitati, come dimostrano le stragi "provocate" anche da un semplice concorso di bellezza, come l'elezione di Miss Mondo.
L'Unione Europea ha il dovere morale e politico di intervenire di fronte alle ingiustizie, ha il diritto di presentare un suo progetto basato sulla sua visione del mondo, ma affinché sia degno della sua migliore cultura e tradizione, occorre che questo progetto escluda categoricamente la pratica di condannare sempre e comunque Israele per guadagnarsi il consenso arabo, così come qualunque tentazione di sacrificare i nostri fratelli e concittadini ebrei sull'altare di una pacifica quanto illusoria "immunità" dagli attacchi degli strateghi del terrorismo islamico (o, peggio, per ottenere qualche ulteriore privilegio nell'accesso alle risorse energetiche). Ieri la vile logica di Danzica distrusse ogni credibilità europea. La sua dignità e il suo ruolo guida andarono perduti a causa dell'orrore scatenato dai regimi nazifascisti, che avevano proprio l'antisemitismo tra i princìpi cardine del loro progetto di conquista del mondo. Oggi l'Europa democratica aspira nuovamente e legittimamente ad un ruolo nella storia, perciò deve oggi stesso avere la forza e il coraggio di promuovere la lotta all'antisemitismo quale battaglia fondamentale per il concetto stesso di civiltà e per la futura pacifica convivenza tra i popoli, nel quadro di una più ampia affermazione e diffusione dei diritti umani.
Una battaglia carica di significati e fortemente simbolica, non soltanto per lasciarci davvero alle spalle un orrendo passato, ma anche e soprattutto per rendere moralmente accettabili (e anche più gestibili sul piano pratico) le nostre relazioni sia con le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo, sia con le comunità arabe e islamiche presenti in misura sempre più numerosa sul nostro territorio. L'Europa deve dimostrare che una civile, pacifica e prospera convivenza tra le diverse anime della cosiddetta Casa comune europea e mediterranea è non soltanto possibile, ma necessaria, doverosa, obbligatoria. Si tratta, in ultima analisi, di accettare realmente i principi sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e di chiedere in maniera inequivocabile al mondo arabo e islamico di fare altrettanto, facendo sì che la concreta applicazione di tali principi costituisca un parametro fondamentale nei futuri rapporti tra Stati e nella stipula di accordi e trattati.
 
Copyright - Carmine Monaco
 

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Senato della Repubblica
 
MOZIONE DEL TURCO, COMPAGNA SU ANTISEMITISMO
 
Premesso che:
- si è fatta più intensa e forte la preoccupazione di tutte le aree politiche presenti nel Parlamento italiano per l'insorgere in varie parti del mondo di una nuova ondata di razzismo, di xenofobia e di antisemitismo;
- nel corso delle ultime settimane le voci che in Europa si sono levate per denunciare l'insorgere di questi fenomeni hanno trovato puntuale conferma da ricerche e indagini che danno la misura di un pericolo grave e di una tragica regressione verso periodi della storia che pensavamo superati nella coscienza civile del mondo;
- che molte comunità di ebrei hanno manifestato preoccupazioni gravi per la loro convivenza in città dell'Europa che hanno costituito la culla delle tradizioni ideali e culturali più innovative e liberali;
- che il rabbino capo di Parigi, leader religioso di una comunità che conta 700mila aderenti, ha invitato i membri della comunità a non indossare i segni della loro appartenenza alla tradizione ebraica rinunciando persino all'uso della kippah.
 
Il Senato impegna il governo a far adottare dall'Unione Europea nei confronti del movimento terrorista Hezbollah le scelte già operate riguardo al movimento Hamas;
- a richiamare la coscienza europea ad una considerazione meno superficiale delle tematiche riconducibili all'antisemitismo, facendo rivolgere dal Presidente del Consiglio, anche in forza delle attuali responsabilità del nostro Paese, un fermissimo appello alle tradizioni migliori delle democrazie europee contro il risorgere odioso del mostro dell'antisemitismo;
- ad affidare in nome e per conto dell'Unione Europea, all'Università di Gerusalemme, ed in particolare al suo Centro Vidal Sassoon per lo studio dell'antisemitismo, la redazione di un dizionario dell'antisemitismo, nelle sue manifestazioni antiche e moderne, nelle sue forme ideologiche, nei suoi contesti geografici.
 
Del Turco, Compagna, Petruccioli, Contestabile, Manieri, Del Pennino, Castellani, Valditara, C. Sodano, Zanda, Marini, Turci, Tessitore, Vicini, Tonini, Labellarte, L. Bobbio, Iervolino, Salzano, Zanoletti, Favaro, Castagnetti, Cicolani, Zorzoli, Gubetti, Callegaro, Ziccone, Malan, Pianetta, Maffioli, Tunis, Forlani, Morselli, Fabris, Debenedetti, Zancan, Fabbri, Righetti, Cherchi, Meleleo, Giuliano, Forte, Falcier, Tredese, Asciutti, Minardo, Manfredi, Cantoni, Basile, Iannuzzi, Greco, Brignone, Vanzo, Betta, Donati, Crema, Casillo, D'Andrea, D'Amico, Cortiana, Cossiga, Battisti, Crinò, Pace, Moncada Lo Giudice, Tarolli, Liguori, Morando
 

Europe's new anti-Semitism
and its old reluctance to face it  
by Daniel PIPES

Anti-Semitism in Europe was for nearly two millennia a Christian phenomenon; now it is basically a Muslim one. That is the basic message of an officially-commissioned study by the European Union (EU) which became notorious in recent weeks when the EU itself quashed the 104-page draft version. The Financial Times, which broke this story, reported that it did so "because the study concluded Muslims and pro-Palestinian groups were behind many of the incidents it examined." This focus on Muslim and pro-Palestinian perpetrators, the Financial Times went on, "was judged inflammatory."

One person familiar with the draft study concluded that "The decision not to publish was a political decision." But beyond the politics of this dispute, the draft study -- titled "Manifestations of anti-Semitism in the European Union" and now released by the EU itself, though with a disclaimer -- confirms the historic change in the locus of anti-Jewish sentiments and actions.

Focusing on a sample monitoring period one month in duration (May 15-June 15, 2002), the study hammers home the key role of Muslims in forwarding anti-Semitism:

From the perpetrators identified or at least identifiable with some certainty, it can be concluded that the anti-Semitic incidents in the monitoring period were committed above all either by right-wing extremists or radical Islamists or young Muslims mostly of Arab descent.

The problem includes violent attacks:

Physical attacks on Jews and the desecration and destruction of synagogues were acts often committed by young Muslim perpetrators in the monitoring period. Many of these attacks occurred either during or after pro-Palestinian demonstrations, which were also used by radical Islamists for hurling verbal abuse. In addition, radical Islamist circles were responsible for placing anti-Semitic propaganda on the Internet and in Arab-language media.

Observers point to an 'increasingly blatant anti-Semitic Arab and Muslim media' including audiotapes and sermons, in which the call is not only made to join the struggle against Israel but also against Jews across the world.

In many instances, this aggression is connected to anti-Zionism:

The threatening nature of the situation, in particular for the Jewish communities, arose because in most of the countries monitored the increasing number of anti-Semitic attacks, committed frequently by young Arabs/Muslims and by far-right extremists, was accompanied by a sharp criticism of Israeli politics across the entire political spectrum, a criticism that in some cases employed anti-Semitic stereotypes.

Of the EU's then-15 member states, four stand out for their deeper problems:

A group of countries was identified with rather severe anti-Semitic incidents. Here, France, Belgium, the Netherlands and the UK have to be mentioned. They witnessed numerous physical attacks and insults directed against Jews and vandalism of Jewish institutions (synagogues, shops, cemeteries). In these countries the violent attacks on Jews and/or synagogues were reported to be committed often by members of the Muslim-Arab minority, frequently youths.

The report recognizes what a major shift this entails:

That anti-Semitic offenders in some cases are drawn from Muslim minorities in Europe - whether they be radical Islamist groups or young males of North African descent - is certainly a new development for most [EU] Member States, one that offers reason for concern for European governments and also the great majority of its citizens.

This study and its attempted suppression point to two important facts: the unpleasant reality that exists on the streets of Europe and the EU's deep reluctance to face that reality.

Neither of these facts is new; this author wrote back in 1992 that for world Jewry, "Muslim anti-Semitism is an increasing problem, and in large part this has to do with the ever-growing population of Muslims in the West;" and the EU's unwillingness to confront the pattern of anti-Jewish hostility emerging from Muslim religious, media, and educational institutions is also decades old.

Unless Europeans find the strength forthrightly to address this problem -- and all indicators suggest that is unlikely -- there is reason to expect a general Jewish exodus from Europe, perhaps along the lines of the general Jewish exodus from Muslim countries a half century ago.


Le PMF, premier parti musulman et anti-juif de France

www.a7fr.com 4 gennaio 2004

Un groupuscule ouvertement anti-juif a appelé à manifester le 17 janvier prochain à Paris sous le slogan : «non à l'islamophobie laïque, oui à la laïcité de la liberté».
Le PMF (parti musulman de France), dirigé par Mohamed Latrèche, espère attirer tous les musulmans qui refusent en bloc une quelconque législation sur le port du voile en France.
Latrèche est le premier à avoir créé un parti confessionnel en France, il revendique 100 000 sympathisants. Il glane ses adhérents sur les braises du conflit israélo palestinien. Formé en Syrie, il souhaite récupérer les musulmans, traditionnellement fidèles au parti socialiste, un parti jugé trop sioniste. La droite a certes marqué des points à ses yeux car De Gaulle et Chirac «se sont libérés de la tutelle d’Israël», toutefois il incite les musulmans de France à rejoindre le PMF et à se libérer de l’emprise des partis laïcs, «trop souvent athées».
Au palmarès anti-juif de Mohamed Latrèche, de nombreuses manifestations où l’on entendra retentir les cris de «mort aux juifs» et où les activistes du Hezbollah et du Hamas pourront hurler toute leur haine d’Israël et des Juifs. Latrèche s’en prend nommément à des personnalités qui ne cachent pas leur judaïsme, comme BHL ou Alexandre Adler. L’homme n’hésite pas non plus à s’afficher avec des négationnistes (Serge Thion), et distribue des cartes du Proche-Orient où il n’est nul besoin de chercher Israël puisque «le pays des Juifs n’existe pas».
L’affaire du voile en France est donc un véritable tremplin pour le PMF, qui espère radicaliser le débat et retirer les marrons du feu au moment qu’il jugera opportun. Son programme pour les musulmans de France est tout tracé : « une nouvelle génération de professeurs, de fonctionnaires, de soldats musulmans et français (…) Il faut que la peur change de camp, qu'elle passe du camp des femmes voilées à celui des politiques qui vont voter cette loi».
Et si pour le moment, les médias n’ont pas encore relayé les théories de Mohamed Latrèche, l’explication est simple, «c’est parce qu’ils sont contrôlés par les Juifs.»
Une attitude, un discours, des arguments qui rappellent les heures les plus sombres de l’histoire contemporaine. DS


SONDAGGI EUROPEI E FUMI DI ANTISEMITISMO
I segnali non solo dalla vecchia destra
di Luciano Tas
 
I risultati di due sondaggi d'opinione europei che indicavano sul finire del 2003 un'alta percentuale di sentimenti antiebraici, hanno creato sconcerto e sorpresa, tanto da indurre l¹Unione Europea a nascondere la polvere sotto al tappeto. Ma non avrebbero dovuto sorprendere troppo. I motivi di questo risorgere dell'antisemitismo in Europa sono abbastanza chiari. Vediamo.
Si sta esaurendo l¹effetto del "vaccino di Auschwitz". La scritta graffita da un deportato rimasto ignoto in una pietra del campo di sterminio tedesco di Bergen Belsen ­ "Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia" ­ va impallidendosi, e se finora almeno qualche testimone del tempo ha provveduto a tramandarla, allo spegnersi di quella generazione il Racconto, divenuto di seconda o terza mano, sarà afono e un po¹ alla volta del tutto inaudibile. Nell¹appiattirsi nel passato storico, il racconto dello Sterminio perderà la sua vibrazione profetica e si scioglierà nelle vicende di altre epoche. Il Racconto diventerà materia di studio e non di riflessione, e si ridurrà ad essere la tessera di un puzzle dove tutto finisce per ricomporsi nell¹indifferenza dei tempi storici.
Prevarranno i distinguo, le spiegazioni, e forse un giorno persino qualche giustificazione. D'altronde qualcuno lo ha già detto, definendo lo Sterminio come un "dettaglio della storia". Non erano sei milioni, ma solo cinque milioni e mezzo. Il milione e mezzo di bambini morti (quelle quindici candele che oscurano il buio di Yad Vashem, il Memoriale di Gerusalemme) forse erano morti per qualche epidemia. E poi erano stati gli ebrei a dichiarare guerra a Hitler nel 1940, come scrive lo storico tedesco Nolte.
Ecco, di queste miserie si spegnerà il Racconto. E nello spegnersi, più lunghe si proietteranno le ombre. Come per la Resistenza. Come per i partigiani.
Era cominciato cosÏ, con il pensiero ormai indistinto e già quasi commosso ai "ragazzi di Salò", anche a quelli che cercando "la bella morte" trovarono invece i rastrellatori, i torturatori, i deportatori. E i partigiani? E le loro vendette private? E le efferatezze? E se da quelle icone leviamo la polvere non troveremo le macchie? Come per i "ragazzi di Salò"? Beh, no, però, ma, chissà.
Se si fa cadere anche questo racconto, o al meglio lo si diluisce in una indifferenziata "pace senza se e senza ma" che omologa nell'oblio vittime e carnefici, eccoci arrivare alla sindrome che concima anche il terreno dell'antisemitismo: la "sindrome di Monaco".
La sindrome di Monaco nel 1938 fece sacrificare la Cecoslovacchia, consegnandola a Hitler. Francia e Gran Bretagna per non onorare i trattati e la decenza morale giustificarono il loro tradimento dicendo che effettivamente i tre milioni di tedeschi della regione cèca dei Sudeti erano maltrattati dal governo di Praga, e dunque Hitler qualche ragione l'aveva.
In realtà Francia e Gran Bretagna non avevano voglia di combattere a causa di un principio e contro l'ingiustizia. (L'anno dopo francesi e inglesi avrebbero chiesto in piazza di non "morire per Danzica").
Sindrome di Monaco e sindrome della stanza 101, quella che nel libro di Orwell "1984" fa dire al protagonista rivolto ai suoi torturatori: "Non fatelo a me, fatelo a lei", intendendo la donna amata.
L'Occidente è sotto attacco. Si può ragionare sul perchè, ma il"quando", il "chi" e il "come" sono sotto gli occhi di tutti, forse a partire da quell'11 settembre 2001 quando è stato violato e varcato il limes dai terroristi islamici armati dell'arma assoluta, il suicidio come detonatore.
La "sindrome di Monaco" fa credere a molti che risolvendo il conflitto israelo-palestinese si risolverebbe il problema del terrorismo islamico. Ma se Israele fosse eliminato e venissero affogati i suoi abitanti, il delirio della "Reconquista" di ritorno ne trarrebbe ulteriore nutrimento. Ma, per esorcismo, "fatelo a lui", cioè a Israele, e risparmiateci. "Fatelo a loro" che se lo meritano. In fondo quegli imperialisti hanno ammazzato Gesù come oggi ammazzano i palestinesi.
E' chiaro che il conflitto tra Israele e palestinesi (e il mondo arabo-islamico) dovrà essere risolto con un compromesso che sarà tanto più efficace quanto più scontenterà gli uni e gli altri. Ma questo è un discorso diverso, come quello sulle ragioni e i torti. E sulle strumentalizzazioni.
C'è una grande confusione sotto il cielo della sinistra. Come ne "La fattoria degli animali", dove alla fine non si distinguevano più gli uomini dai maiali, perchè i secondi avevano preso tutti i vizi dei primi. L'antisemitismo, che è uno di questi vizi, non è solo una caratteristica specifica della destra estrema, ideologizzata e illiberale, ma è anche nella storia della sinistra dai tempi di Proudhon, di Fourier, di Carlo Marx, fino e oltre Stalin, e il veleno è entrato nel profondo.
Questo è andato emergendo un po' alla volta a partire dal 1955 quando l'URSS "cambiò cavallo" e puntò tutto, in chiave antioccidentale, sull¹inquieto mondo arabo e ponendosi contro Israele. Da noi sembrava impossibile, ma è stata proprio questa cinica scelta di campo dell'URSS che ha fatto rilevare le prime tracce di virus nel debole organismo della sinistra italiana. Nel corso della seconda guerra mondiale si sapeva con certezza che il Male (e il Male assoluto è stato lo sterminio degli ebrei d'Europa) era la Germania nazista, con l'Italia fascista sua complice. Le cose dunque erano semplici e questa semplice verità era scritta sulla bandiera dei partigiani, che in larga parte erano di sinistra.
Più tardi, dopo la seconda guerra mondiale, le cose sono diventate difficili con il venir meno delle "verità" del tempo di guerra, e con loro anche di molte speranze. Bisognava riprendere la grande fatica giornaliera di pensare e cercare di capire. Non sempre da noi la sinistra è riuscita a pensare e a capire. Non sempre si è accorta dei suoi errori, o se ne è accorta con grande ritardo, o non li ha riconosciuti. E' questo ritardo che l'ha portata a valutazioni scorrette in campo internazionale, continuando a fingere, proprio come ne "La Fattoria degli Animali", che "quattro gambe buono, due gambe cattivo". A volte anche "quattro gambe", come alcuni paesi del Terzo Mondo, tanto buono non è.
Nel conflitto israelo-palestinese una parte considerevole della sinistra si è schierata acriticamente contro Israele, vi fosse al potere la sinistra di Barak o la destra di Sharon. E vero, chi critica Sharon non è automaticamente antisemita, ma chi lo demonizza (e nessuno ricorda che i leader laburisti non sono mai stati oggetto di incensamenti) e altrettanto automaticamente si schiera dall'altra parte, beh, qualcosa più di un sospetto lo giustifica. Perchè a volte anche "due gambe" può non essere tanto cattivo.
Gli storici, nel rivisitare la Storia, hanno a volte delle irresistibili tentazioni, come per esempio mostrare Garibaldi nelle sue debolezze, i Mille nel loro lato avventuristico, i partigiani ("achtung banditen") non migliori dei "ragazzi di Salò", ragazzi d'onore.
Tutto può essere rivisto, e tutte le opinioni possono mutare. E' giusto, è razionale. Una immagine però è più difficile da cambiare: quella della Shoà, lo Sterminio degli ebrei. Non ci possono essere se e ma. E' questo che impedisce di chiudere il puzzle. La tessera non entra. La figura non si compone. E allora accusare gli ebrei di oggi di strumentalizzare i loro morti e di essersi calati nei panni dei loro persecutori di ieri, ecco, questo è il colpo giusto per incominciare a demolire l'immagine della Shoà.
Demonizzare lo Stato d'Israele rivolgendogli le stesse accuse, o quasi, che nei secoli sono state mosse agli ebrei, mette la coscienza a posto. Non siamo mica antisemiti, siamo solo contro Israele. Non vogliamo mica che sparisca, vogliamo solo che la smetta d¹impastare il pane azzimo con il sangue dei bambini palestinesi. Vogliamo che si riprenda i quattro milioni di profughi palestinesi figli e nipoti di quei 500000 fuggiti o cacciati nel 1948 e nel 1967. E i 500000 ebrei fuggiti o cacciati dai paesi arabi in quegli stessi anni? Non conosco. Contra Judeos? Ma per l¹amor del cielo, quandi mai. Contro gli israeliani imperialisti.
Contro i partigiani? Beh, no, solo un po' più dalla parte dei "repubblichini".

The Forgotten Christian Communities
in the Holy Land
 
by David FRANKFURTER
 
The spiritual and historical connection of Christian communities with the Holy Land is well documented. Possibly surprisingly, despite the current heated environment, some are sensing a revival in their fortunes.

The Christian communities in the Holy Land can be divided into two main groups, those living in the State of Israel, and those living under the control of the Palestinian Authority. United by a common history and religion, the conditions under which these two groups currently live is vastly different.

Christians in Israel have a well-established history of participation in the development of a pluralistic society. They enjoy the same rights common to all of the population, such as freedom of worship, movement, legal protection from persecution, equal opportunities to jobs, and religious autonomy.

Israel's Christian population is generally middle class and highly educated. Most own their homes, comparable to all sectors of the Israeli population, and are employed in a wide variety of professions ranging from academic and entrepreneurial to technical and judicial. Approximately half are high-school graduates. And the recently-accredited Mar Elias University is the first Christian university to open in the Middle East for decades. Located in the Galilee, one of the University's missions is to provide "an innovative model of academic excellence and research combined with pluralistic living, in which acknowledgement and respect for difference builds upon the resources and richness of diversity".

Israel's Ministry of Religious Affairs is responsible for meeting the ritual needs of the Christian communities. The Ministry's Department for Christian Communities offers a liaison to turn to for problems and requests. The Ministry also serves as a neutral arbitrator in ensuring the preservation of the established status quo in those holy places where more than one Christian community has rights and privileges. According to Israel's Central Bureau of Statistics, 137,000 people, or just over two percent, are Christian. The majority is affiliated with the Greek Catholic (42 percent), Greek Orthodox (32 percent) and Roman Catholic (16 percent) churches. Nazareth is Israel's largest Christian city, with Christians comprising one-third of the city's population. Christian communities are also concentrated in Haifa, Jerusalem, Shfaram, Tel Aviv-Jaffa, and a number of Christian-majority villages in the Galilee.

Pope John Paul II's 5-day visit to Israel in March 2000 marked a joyous and historic milestone for Israel's Christian communities. The Pope celebrated an open air mass attended by over 100,000 and was warmly received by Israel's Prime Minster, President, Jewish and Muslim religious leaders. The first visit by a Papal Pontiff for over three decades, it was seen as a major lift for the Christian family as a whole in the country.

Tragically, Christians living in Israel have also fallen victim to horrific terrorist attacks. In the October 5, 2003 suicide bombing of the Christian-Jewish co-owned Maxim's restaurant in Haifa, at least seven of the 21 people murdered in the attack were Christians. Four were members of the Matar family, co-owners of the establishment. And this was a not an isolated case. In March 2003, a suicide bomber blew himself up on a No. 37 bus in Haifa, murdering 17, mostly school children. The bus driver, a Christian from Shfaram, was among the injured. In March 2002, a suicide bomber murdered 15 people in Haifa's Matza restaurant, a popular meeting place among the city's Jewish, Christian and Muslim residents.

Despite these incidents and the general atmosphere of conflict during the last few years, the Christian communities continue to thrive. According to Israel's English-language daily, the Jerusalem Post (November 18, 1994), the number of Christians living in Israel has trebled since the re-establishment of the State in 1948. Whether they are praising political actions of the Israeli government or criticizing them, Israel's Christian population continues to experience freedom of speech, religion and movement.

Sadly, the same cannot be said about Christian communities living under Palestinian Authority (PA) rule. Here, they struggle for a place and a voice in a largely Moslem, non-democratic society. While Christians may be found in several Palestinian cities, the majority remains in Bethlehem, Beit Jala and Beit Sahour. These three cities once boasted overwhelmingly Christian majorities. However, many young, well-educated Christians are now choosing to emigrate to the US, Canada, England and Australia, due in part to the shattered economy and on-going violence.

The Christian population of Bethlehem, a town synonymous with Christ and Christianity, has dwindled from over 60% in 1990 to just 20% in 2001. Amazingly, there are now more Beit Jala Christians reportedly living in the small Caribbean nation of Belize than in the entire city of Beit Jala itself.

Christian emigration has grown to such an alarming rate that some local churches have held conferences to find ways to stem the emigration flood. Holy Land Christian Ecumenical Foundation, Catholic Relief Services, the Holy Land Christians Cooperative Society, and other agencies have sponsored programs to encourage Christians to remain in the area.

Some Christians have cast their lot publicly with their Muslim compatriots. Prominent figures, such as Canon Naim Ateek and Archimandrite Atallah Hanna are noted for their support of the Palestinians' resistance, and the latter has come close to promoting the notion of armed struggle. At the same time, these church officials are exploiting the open composition of Israel's society as they export their overt hostility into the diplomatic arena.

Nevertheless, many other worshippers privately they express fears about their future. Christians continue to be suspect in Muslim eyes, and have been subjected to harassment, physical attacks, and property destruction, due in part to Muslim identification of Christianity with the West and Western values.

A particular case in point is the "Talitakoumi" school in Beit Jala, which is financed by the Protestant Church in Berlin. The head of the German Liaison Office to the Palestinian Authority protested against the use of the school for terror activities against Israel.

In an incident about Christmas celebrations in Bethlehem, Israeli Prime Ministerial Spokesperson Ra'anan Gissin stated that "a 10 percent tax ('jizya') was levied on the Christians to help finance the Intifada" (International Christian Embassy web site, December 2002).

It appears that the Israel army has been sensitive to the needs of the Christian population, by lowering the visibility of troops immediately prior to and during the Christian festivities and by allowing secure transport during holidays for Christians from the surrounding areas to holy sites. Conversely, the PA leadership has, over the past several years, politicised the celebrations. Much attention was garnered during the Intifada by its forbidding public Christmas celebrations in Bethlehem, citing 'Palestinian suffering' as the reason and by choosing this sensitive period to turn public attention to Chairman Arafat's confinement in Ramallah.

As the population continues to dwindle in Palestinian areas, the remaining community is becoming an uncertain minority. While Christians living under the PA can praise the actions of the Palestinian leadership, they are unable to openly or vocally criticize the PA for fear of physical or economic harm.

Ultimately, if Christians are to maintain a presence in the Holy Land, the status of Christians in both Israel and the Palestinian Authority will need to be given more attention and the trend towards emigration reversed. What we can see is that if Christians are allowed to practice their faith freely and with full social rights, as in Israel, the community has demonstrated the clear ability to flourish.

http://www.israelmybeloved.com/today/israels_minorities/christians_in_the_holyland.htm
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Documenti

MANIFESTAZIONI DI ANTISEMITISMO NELL'UNIONE EUROPEA

Primo semestre 2002 - Rapporto sintetico per conto dell'EUMC - Osservatorio Europeo dei Casi di Razzismo e Xenofobia

di Werner Bergmann e Juliane Wetzel
Traduzione di Anna Bissanti (testo) e Abdul Hadi Palazzi (note)

Centro per la Ricerca sull'Antisemitismo - Technische Universität - Berlino
Wien, March 2003

PARTE L: L'ANTISEMITISMO IN ITALIA (253)

I 35.000 ebrei, 25.000 dei quali appartengono a varie comunità ebraiche, sono del tutto integrati nella popolazione italiana (totale della popolazione: 56,3 milioni). A partire dalla Seconda Guerra mondiale il pregiudizio antisemita ha raramente assunto delle forme aggressive in Italia: gli attacchi violenti sono stati rari. Tuttavia, con l'incremento del numero dei gruppi di estrema destra dagli inizi degli anni '90 in poi, il quadro si è alterato. Sebbene le manifestazioni tipiche dell'antisemitismo siano difficilmente violente nella società italiana, il collegamento con lo scenario internazionale di estrema destra, che utilizza l'antisemitismo per creare simili collegamenti, ha altresì condotto ad una forte propensione antisemita nello spettro italiano dell'estrema destra. Nel 1995 gli incidenti antisemiti da 30 all'anno arrivarono a 50; a partire dalla metà del 2000 (aumento del 30-40%) al periodo marzo-aprile 2002 si è registrato un considerevole picco del 100% (254). Di primo acchito questo è dovuto al conflitto in Medio Oriente, tuttavia a parte questo fattore, nella popolazione è riscontrabile un alto livello di opinioni e di atteggiamenti xenofobi, che sono a loro volta supportati da osservazioni razziste presenti nel dibattito pubblico (politici e carta stampata) (255). Ne sono colpiti prima di tutti i lavoratori immigrati socialmente emarginati, che assommano a circa 700mila unità (510mila immigranti essenzialmente provenienti dal Marocco, dalla Tunisia e dall'Albania. Negli anni '90, in Italia riscossero un certo successo non soltanto la cultura ebraica in sé, ma anche la storia di Israele, la sua letteratura e il cinema, uno sviluppo sorprendente per coloro che avevano avuto l'esperienza dei difficili anni '70 e '80 nei quali era ancora forte il risentimento anti-israeliano, particolarmente a sinistra. La crisi che ebbe inizio agli esordi del 2001 ha innescato un imprevedibile e imprevisto processo che in altri paesi, specialmente in Francia, è già evidente. In Italia la seconda Intifada ha messo in moto un meccanismo inatteso, nel quale i tradizionali pregiudizi antiebraici si mescolano a stereotipi di matrice politica. E' importante tenere presente che il cosiddetto "antisemitismo spirituale (o psicologico)" ha avuto un maggiore impatto sul fenomeno complessivo della storia culturale italiana nel corso del XX° secolo (vedi Julius Evola). (256)
A differenza di quanto accaduto in Francia e in Belgio, in Italia le aggressioni antisemite si sono per ora limitate all'insulto verbale, ai graffiti e così via. Ma a partire dalla seconda Intifada, gli incidenti hanno iniziato ad includere anche minacce di morte contro ebrei, e a contenere sia gli stereotipi antisemiti che quelli anti-israeliani, spesso utilizzati come sinonimo nello stesso contesto. Gli aggressori sono cittadini italiani e, finora, quasi nessuno appartiene all'ambiente degli immigrati musulmani, come accaduto invece in Belgio, in Francia e nei Paesi Bassi. A differenza di altri paesi in Italia vi è piuttosto un revival di topoi anti-giudaici associati agli tradizionali stereotipi antisemiti e antisionisti radicati nella sinistra. Ciò è stato particolarmente palese durante gli eventi che hanno avuto luogo nella Chiesa della Natività di Betlemme. Il peggiorare del conflitto arabo-israeliano e in particolare la questione di Betlemme (257) e della Chiesa della Natività in alcuni contesti hanno portato ancora una volta ad assumere delle posizioni ambigue e si è assistito all'uso di un linguaggio potenzialmente molto pericoloso.

1. Atti fisici di violenza
Ci sono stati pochi attacchi all'inizio dell'anno. A gennaio, per esempio, un avvocato ebreo è stato aggredito nel suo studio da due teppisti che lo hanno colpito alla testa e alle spalle con una mazza. Pare che responsabili di questa aggressione siano estremisti di destra (258). Un certo numero di incidenti si è registrato ad aprile, ma nei mesi successivi si è avuto un calo. Gli incidenti riportati hanno coinciso con il riacutizzarsi della tensione internazionale, che ha pertanto creato dei prevedibili picchi. I commentatori italiani ritengono che l'incremento dell'intensità degli episodi di antisemitismo sia il risultato della politica del governo di Israele nei confronti degli arabi a partire dallo scoppio dell'Intifada (259).
Vi sono tuttavia alcune eccezioni, che possono essere messe in relazione a specifiche situazioni italiane. Sussiste sempre la sensazione che la mancanza di attenzione pubblica o l'oscillare dell'interesse dell'opinione pubblica in relazione a tali incidenti sia il risultato della situazione politica della nazione, delle sue crisi interne e delle forti divergenze politiche tra governo e partiti di opposizione, un fatto che esercita un grave impatto su diversi ambiti della vita pubblica. Dimostrazioni, marce e altre azioni politiche si sono registrate alla fine di marzo, ma senza alcun dubbio l'acme è stato raggiunto nel periodo che ha avuto inizio con l'occupazione israeliana di Betlemme, con lo stallo alla Chiesa della Natività (2 aprile) e con l'attacco contro il campo profughi di Jenin (10 aprile). Alla fine di aprile la tensione, così come l'attenzione prestata dai media, era nuovamente calata, lasciando dietro di sé poche conseguenze e qualche flebile polemica.
4 aprile: distruzione del lavoro di ricerca e degli archivi sull'Olocausto e sulla Resistenza creati dagli studenti del Liceo Galileo Ferraris di Varese, dove sono andati distrutti i pannelli per le affissioni e i muri della scuola sono stati riempiti di graffiti di vernice rossa, riportanti scritte quali "Ebrei al rogo". (260) Varese si trova in una delle roccaforti italiane dei gruppi di estrema destra, particolarmente gli skinheads di estrema destra. (261) [Durante le perquisizioni vengono sequestrate armi e una mappa di Venezia coi confini del ghetto marcati a penna]
2 giugno: alcuni giornali riportano l'arresto di due estremisti di destra che avrebbero complottato un attacco nel ghetto di Venezia. (262) Inoltre sono trovate delle armi di grosso calibro e una cartina con ben evidenziati i confini del ghetto di Venezia.

2. Aggressioni verbali/linguaggio ostile

Politica (263)
Il 2 aprile alcuni ebrei di Roma inscenano una protesta di fronte al quartiere generale del partito politico Rifondazione Comunista. Sebbene pacifica, la protesta tuttavia ha causato qualche problema tra i passanti: alcune auto di passaggio hanno reagito all'imbottigliamento del traffico in Corso Italia gridando degli slogan antisemiti ai manifestanti. Durante un evento organizzato al Social Forum di Bologna a sostegno dei palestinesi, le parole ricorrenti nei confronti di Israele sono state "genocidio", "deportazione," "sionisti fanatici e razzisti". Tali ingiurie sono state accompagnate dalla proposta di boicottare su vasta scala i prodotti di Israele, che "potrebbero essere associati al genocidio." Il periodo in questione è stato contrassegnato da una lunga e accesa disputa tra i sindacati e il governo su una proposta di revisione di un decreto che intendeva cancellare l'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. La crisi è sfociata in uno sciopero generale (16 aprile) che si è sovrapposto esattamente alla settimana in cui la crisi mediorientale ha raggiungo il suo acme. Durante lo sciopero e le relative dimostrazioni di piazza, nelle celebrazioni del Giorno della Liberazione (25 aprile), l'empatia generata dai sentimenti filopalestinesi ha avuto il sopravvento sulle questioni sindacali o sulle affiliazioni storiche che avevano radunato migliaia di persone per protestare nelle piazze, in alcuni casi - anche se non in tutti - trasformando quegli eventi in forme di esplicita propaganda anti-israeliana.
4 aprile: Rifondazione Comunista ha inaugurato il suo congresso nazionale. Alcuni osservatori sono colpiti dall'apertura della conferenza: un video mostra immagini di un bambino palestinese invano protetto dal padre nel corso di una sparatoria (fermi immagine di quel video sono stati collocati su tutta una serie di siti Web internazionali di estrema destra, lasciando intuire che il bambino è stato ucciso dai soldati israeliani), proiettato insieme ad una scena del film Roma città aperta. La scena del film mostra un soldato nazista che spara all'attrice Anna Magnani con la mitragliatrice. Il segretario generale del partito, preoccupato per le reazioni alla politica palesemente filopalestinese del partito, ha chiuso il congresso tre giorni dopo dichiarando che il partito supporta tutte le minoranze, ed ha proclamato: "Noi siamo ebrei." Durante il congresso si sono notati degli oggetti esplicitamente riconducibili alla Palestina: la bandiera palestinese, un libro del rappresentante dell'Autorità Nazionale Palestinese in Italia, "Diario segreto" (con prefazione di un ex presidente della Repubblica italiana), così come altri testi, opere di leader palestinesi, e la kefiah, il tradizionale copricapo arabo. Durante lo sciopero generale del 16 aprile a Torino molti dimostranti hanno indossato la kefiah. La kefiah è altresì presente nei movimenti politici europei e italiani di estrema destra. Alcuni partecipanti alle dimostrazioni filopalestinesi hanno apertamente mostrato il loro atteggiamento radicale: si sono vestiti da attentatori suicidi, con tanto di bardature.
6 aprile: un'imponente folla di manifestanti no-global ha marciato per le strade di Roma e i giovani erano vestiti da kamikaze e urlavano slogan contro Israele. La leadership del partito politico dei Democratici di Sinistra e della Margherita si è dissociata dalle proteste, che erano state promosse da tutti i sindacati e dai partiti di opposizione: per la prima volta i partiti politici della sinistra si sono divisi su questioni inerenti il Medio Oriente. Un buon numero di striscioni indirizzati ad Israele e al primo Ministro israeliano Sharon riportava i seguenti slogan: "Stato di Israele = Stato di assassini"; "Sharon boia" (scritto con la "S" delle SS naziste); "Bush, Sharon, Peres" (con le "S" disegnate con la svastica); "Sionisti e fascisti siete terroristi"; "Contro il terrorismo razzista di Usa, Europa e Israele, dalla parte del popolo palestinese," "Olocausto? No grazie. Palestina Libera." "Olocausto palestinese. Europa, dove sei?" (264).

Dibattito pubblico
25 aprile: il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) è stato informato che durante la dimostrazione di Milano che ha festeggiato l'anniversario della liberazione dell'Italia dal Nazismo, sono stati esibiti molti cartelloni filopalestinesi, nei quali per esempio si leggeva: "Assassino, Sharon Nazista, Intifada fino alla vittoria." Altri hanno invece assimilato la Stella di David alla svastica o hanno circondato la stella con filo spinato, sovrapponendovi un pugno chiuso (265).

Graffiti
31 marzo: dei graffiti antisemiti e una svastica sono stati trovati sulle pareti di una sinagoga di Modena. (266)
7 aprile: dei graffiti antisemiti sono stati rinvenuti in molti edifici del ghetto di Venezia. (267)
6 maggio: nel passaggio sotterraneo della città di Prato (Italia centrale) sono stati notati dei graffiti a caratteri molto grandi con la scritta "Ebrei assassini". Quello stesso giorno il Cdec di Milano ha ricevuto una telefonata anonima nella quale qualcuno ha intimato: "Andrete tutti al rogo." (268)
22 maggio: degli slogan antisemiti sono stati scritti sui muri della città di Marrucini in Abruzzo. Inoltre a Milano sono riapparsi su muri della città (Via Venini) dei messaggi quali "Ebrei fuori dal nostro quartiere."

Media
Pare esservi un ritorno del linguaggio offensivo nei confronti degli ebrei: (269) un esempio di ciò è l'utilizzo dell'aggettivo "perfido" in relazione al governo israeliano, termine che era solito essere utilizzato nelle preghiere del Venerdì Santo cattolico e che fu condannato dal Papa Giovanni XXIII. (270) Vi è un rifiorire di dichiarazioni anti-israeliane alla radio e alla televisione ed anche in alcuni ambienti cattolici, nei quali si deplora la morte dei palestinesi mentre si sorvola sulle morti degli israeliani. (271) E' assolutamente necessario distinguere accuratamente il linguaggio utilizzato dal Papa e questo che compare nei media e nelle dichiarazioni di alcuni cattolici. Anche in alcuni degli organi di stampa politicamente moderati vi sono vaghi accenni all'assassinio di Cristo, prova che a distanza di parecchi decenni, gli stereotipi tornano a circolare in alcuni ambiti secolari.
3 aprile: la prima pagina del giornale nazionale La Stampa riportava una vignetta di Giorgio Forattini a commento dell'occupazione di Betlemme. In essa Gesù Bambino alla vista di un tank israeliano si chiede "Mi uccideranno una seconda volta?" (272) La vignetta innesca un acceso dibattito sui giornali. Molte lettere risentite sono spedite all'editore e numerosi lettori cattolici reclamano. Il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche, Amos Luzzatto, stigmatizza veementemente il ritorno dell'accusa di deicidio, cancellata dal Secondo Concilio Vaticano. Il direttore della Stampa prende le distanze dall'autore della vignetta. Quello stesso giorno qualcuno scrive sui muri della sinagoga di Siena "Israeliani assassini."
5 aprile: una delle principali autorità dello Stato - il Presidente del Senato - denuncia quello che egli definisce lo "squilibrio dell'opinione pubblica a favore unicamente della causa dei palestinesi, con il rischio di alimentare una campagna di antisemitismo, di cui già vi sono pericolosi e gravi esempi." Quel medesimo giorno qualcuno scrive sulla facciata della sinagoga di Cuneo "Palestina libera." 2 maggio: il quotidiano La Nazione di Firenze riporta che alcuni messaggi antisemiti sono stati scritti su una chiesa cattolica, nella cittadina di Gavinana alle porte di Firenze, nei quali si inneggia all'Olocausto e ai venti anni di dominazione fascista in Italia. (273) Il capo della Comunità Ebraica di Roma, Leone Paserman, dichiara. " I mass media italiani hanno dato inizio ad una campagna di disinformazione che alimenta l'odio anti-israeliano e antiebraico. (274)
Il 12 aprile la famosa giornalista e scrittrice Oriana Fallaci pubblica la sua condanna dei media, della Chiesa, della sinistra e del loro antisemitismo sul settimanale Panorama: "Considero vergognoso (...) che le reti televisive controllate dal governo contribuiscano al revival dell'antisemitismo deplorando unicamente le morti palestinesi, sminuendo l'importanza delle morti israeliane, parlando in toni bruschi e sbrigativi di loro."275 La condanna e la fiera accusa della Fallaci furono seguite da discussioni essenzialmente controverse, in considerazione specialmente del fatto che lei è una controversa giornalista incline alla sinistra.

Minacce dirette
Anche alcuni illustri giornalisti ebrei ricevono lettere minatorie, alcuni arrivano nel periodo di osservazione a ricevere fino a cinquanta messaggi email di questo tenore. Vi sono attacchi contro studenti ebrei da parte di qualche ragazzino nelle scuole, nei giardinetti e durante le competizioni sportive, quali ingiurie e l'uso di parole come "Ebreo," Sporco ebreo," "Rabbi" utilizzate come insulti. Tutto ciò continua insieme all'esibizione
di cartelloni e striscioni negli stadi contenenti slogan antisemiti. (276)

Minacce indirette
Sebbene negli ultimi, recenti mesi non siano aumentate, rimangono comunque ad un livello molto elevato, specialmente in relazione al club calcistico Lazio di Roma. (277)

Dibattito pubblico
Particolarmente interessante è la comparsa, nel mese di aprile, di slogan e di commenti in relazione all'attuale persecuzione del popolo palestinese nei quali il conflitto arabo-israeliano è descritto con un'inversione dei ruoli vittima/persecutore, con chiaro riferimento allo sterminio degli ebrei. Il ricorso alla terminologia presa dal vocabolario nazista, con termini quali deportazione, sterminio, genocidio, è una pratica costante e talora tali termini sono riportati sui giornali a grandi caratteri, oppure sono utilizzati in modo sprezzante nei commenti. (278)

Internet
Il sito Web che può vantare il maggior numero di partecipanti alle liste di discussione è quello del gruppo militante di estrema destra di Forza Nuova. Alcuni di questi siti - dell'ala destra o filo arabi, o filopalestinesi ("Lo straniero senza nome," "Holy War," "Radio Islam," "Associazione Italia-Iraq", "Oltre la verità ufficiale") (279) - fanno uso dell'intera gamma di stereotipi antisemiti e hanno immesso sul Web l'intero testo dei "Protocolli degli Anziani di Sion," una falsificazione della Russia zarista. Il sito Web del Fronte Sociale Nazionale riporta un appello filopalestinese all'Intifada che fa uso del linguaggio tradizionale antisemita, antisionista e antiamericano, con riferimenti ostili al "Giudaismo talmudico," alla "cupola plutocratica globale," (280) e ad una Stella di David insanguinata. (281) Molti altri siti toccano il tema del cosiddetto omicidio rituale e l'accusa di spargimento di sangue; in altri invece il punto centrale è l'Olocausto. Il sito Web "Che fare", appartenente ai gruppi dell'estrema sinistra, riporta elementi antisionisti, del fondamentalismo filoarabo e antiamercani, oltre a ricorrenti stereotipi contro gli ebrei, utilizzati in passato e attualmente: le lobby ebraiche, il rapporto con la Massoneria, il complotto internazionale, il potere economico mondiale in mano agli ebrei, ebrei circoncisi con il marchio del dollaro sono tutti esempi di slogan più e più volte ripetuti. E' difficile appurare quante persone visitino questi siti Web, in quanto le cifre riportate appaiono ingigantite rispetto alla realtà, e in quanto esse aumentano significativamente in periodi troppo brevi per essere credibili. Tra il 20 e il 29 luglio, Alfred Olsen, membro della fratellanza cattolica fondamentalista, che nega l'Olocausto ed è responsabile del sito Web antisemita "Holy War/Tradizione Cattolica" ha fornito dei contributi al forum online del giornale La Stampa in nove diverse occasioni, con teorie che comprendono le tesi anti-giudaiche, quelle tradizionali antisemite globali, e gli stereotipi antisionisti. (282)

3. Studi e ricerche
Tra i vari sondaggi effettuati negli ultimi mesi, (283) è interessante fare riferimento a quello condotto dalla Ispo/ACNielsen CRA tra il 13 aprile e il 13 maggio, parte del quale è stato pubblicato dal "Corriere della Sera." (284) Il sondaggio concerneva il fatto che le rigide posizioni assunte in merito a "chi ha ragione" e "chi ha torto" nel conflitto arabo-israeliano non facessero riferimento alcuno alle circostanze che hanno scatenato il conflitto. Per esempio, meno della metà della popolazione italiana conosce la storia della fondazione dello Stato di Israele. Soltanto il 4% ha qualche conoscenza degli eventi storici che hanno preceduto e che in qualche misura spiegano l'evoluzione del conflitto. Il livello di conoscenza non cambia significativamente cambiando il campione politico, in quanto un numero maggiore di entrambi i sostenitori dell'estrema sinistra e dell'estrema destra risultano meno informati di coloro che propendono per il centrodestra e il centrosinistra.
Esattamente un mese dopo tale sondaggio, il "Corriere della Sera" ha pubblicato i risultati di un sondaggio d'opinione condotto all'inizio di aprile. Questo secondo sondaggio ha rivelato che il numero delle persone che avevano dichiarato di non avere alcuna idea sulla situazione era diminuito, mentre l'opinione della maggioranza della popolazione che biasimava "entrambe le parti" per il conflitto era rimasta stabile e si era consolidata, sebbene alcune persone del centrosinistra politico (l'11% contro il 6% complessivo) tendevano essenzialmente a stigmatizzare Israele per il conflitto. Inoltre, durante il medesimo periodo è parsa essere cresciuta la "simpatia" per lo Stato ebraico, e ancora una volta questo è da collegarsi all'orientamento politico di coloro che sono stati consultati per il sondaggio.
Tra il 12 e il 14 aprile, un ulteriore sondaggio è stato condotto da Ispo/ACNielsen CRA su un campione di 5000 interviste telefoniche. I dati devono ancora essere completamente processati. Questo sondaggio ha chiesto a chi è stato interrogato se gli ebrei italiani hanno delle caratteristiche comuni che li distinguono dal resto della popolazione: il 54% degli intervistati ancora ritiene che gli ebrei italiani abbiano delle caratteristiche distintive, e il 68% ha citato come prova il rapporto particolare con il denaro, una mentalità e uno stile di vita diversi da quelli degli altri italiani. Inoltre vi è un incremento del numero di persone che ritengono che gli ebrei italiani non siano davvero italiani e che dovrebbero smettere di giocare il ruolo di vittime di una persecuzione che risale a cinquanta anni fa. In particolare, essi hanno elencato: la necessità di parlare meno frequentemente dell'Olocausto; il passaggio dall'essere state vittime in passato all'essere i persecutori odierni del conflitto arabo-israeliano; e infine che il Giorno della Memoria (27 gennaio) non dovrebbe essere dedicato al solo ricordo delle vittime della Shoah, ma anche a tutte le altre vittime delle persecuzioni del XX° secolo. (285)
Il sondaggio commissionato dalla ADL tra il 9 e il 29 settembre 2002 e riguardante "I comportamenti europei verso gli ebrei, Israele e il conflitto israelo-palestinese" (Vedi Tabella nel Rapporto del Belgio) ha assodato che gli intervistati italiani si collocano al secondo posto dietro gli spagnoli nella condivisione di alcune dichiarazioni antisemite. Tallonando la Spagna, (72%) gli italiano hanno evidenziato di essere i secondi a condividere la dichiarazione secondo cui "gli ebrei sono più fedeli ad Israele di quanto non siano a questo paese " (58%), ed il 42% ritiene che "gli ebrei hanno troppo potere nel mondo degli affari," posizione che colloca l'Italia al terzo posto con la Francia dietro la Spagna e il Belgio. (286)

4. Good practice per la riduzione dei pregiudizi, della violenza e delle aggressioni
Nei mesi precedenti il maggio 2002 pratiche efficaci a combattere l'antisemitismo includevano numerose iniziative, volte a stimolare una spesso fragile e stentata memoria storica in tutto il paese, concentrate sul 27 gennaio per ricordare il Giorno della Memoria, istituito da un decreto legislativo tre anni fa. I sindacati hanno organizzato dibattiti pubblici e iniziative in molte regioni e province, dimostrando interesse per un dibattito che negli anni precedenti non aveva lo aveva destato all'interno del movimento dei sindacati. A cominciare dall'autunno del 2002 ha avuto inizio nella regione lombarda un programma di training che continuerà per tutto il 2003 e che coinvolge le scuole superiori di Lecco e i delegati sindacali delle imprese attive nell'area. Verranno trattati temi inerenti l'antisemitismo, la Shoah e la dignità dell'uomo. Il titolo provvisorio è "Considerate se questo è un uomo", che riprende la famosa frase di Primo Levi. Cosa piuttosto innovativa in Italia, verranno organizzate delle visite ad alcuni luoghi simbolici dell'Europa, da Praga ad Aushwitz a Mostar, compreso l'ex campo di concentramento nazista della Risiera di San Sabba di Trieste. Il video "Promesse" con storie di bambini israeliani e palestinesi in guerra, le loro paure e le loro speranze al di là degli stereotipi tradizionali ha avuto un forte impatto sull'opinione pubblica: il video si è rivelato utile per una comprensione equilibrata
della drammatica situazione in Medio Oriente. Significativamente il video è stato distribuito insieme ad uno dei principali settimanali italiani, l'Espresso, e questo ha consentito la circolazione di molte più copie rispetto a quelle che sarebbero state vendute altrimenti.
Un'altra iniziativa volta alla riconciliazione dopo la divisione che si è verificata nei partiti di sinistra a seguito del raduno del 6 aprile (vedi cronologia) è stata il concerto del 19 aprile organizzato al Colosseo dal Sindaco di Roma, durante il quale alcuni cantanti israeliani e palestinesi si sono avvicendati sul palco. La proposta del Partito Radicale di includere lo Stato di Israele nell'Unione Europa non pare aver sollevato l'interesse degli altri partiti politici. Questa proposta è stata altresì sottomessa a tutti i Consigli Regionali, ma anche lì non ha raccolto molto consenso, né ha destato l'attenzione dei media.
Sia in Europa che in Italia vi è un certo numero di siti Web che toccano le questioni dell'antisemitismo da una prospettiva storica, con una particolare attenzione alle leggi razziali in Italia e alle loro conseguenze. Vi sono anche siti Web creati allo scopo precipuo di contrastare l'ondata di malintesi e di reazione agli attacchi sui media contro Israele, talora con un certo spirito partigiano, ma nell'insieme imparziali nel giudizio. Un esempio di tale website è http://www.informazionecorretta.com che fornisce una vasta gamma di fonti. Un altro interessante sito che merita ricordare è il sito del sindacato confederato della UIL (287) che a partire dal 23 maggio 2002 presenta un documento redatto dal dipartimento educativo del segretariato nazionale del sindacato intitolato "Scuole e prevenzione dell'antisemitismo."

5. Reazioni da parte dei politici e di altri opinion leader
Un appello dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua mirante a definire chiaramente il confine tra Israele e Palestina, e quindi ad incoraggiare il ritiro unilaterale di Israele, è stato firmato da illustri scrittori italiani di tutto il panorama politico. (288) Leader politici hanno condannato il tono antisemita delle manifestazioni volte a promuovere la pace o i diritti dei palestinesi. (289) L'Imam della comunità islamica italiana Abdul Hadi Palazzi mantiene i contatti con la Comunità Ebraica Italiana e auspica messaggi di moderazione e persino di amicizia nei confronti di Israele. (290)
15 aprile: alcuni politici di entrambi i partiti di governo e dell'opposizione hanno auspicato a Roma l'istituzione di una "Giornata per Israele"; il direttore del quotidiano filogovernativo "Il Foglio" si è fatto promotore dell'evento. Circa 3000 persone hanno marciato nel centro della capitale portando bandiere israeliane. I partecipanti includevano militanti di una vasta gamma dei partiti politici, che agivano per loro conto e a prescindere dalle loro affiliazioni politiche.
25 aprile: durante le manifestazioni per la giornata della Liberazione a Milano, cui hanno preso parte circa 200mila persone, il segretario generale della principale organizzazione sindacale italiana, Sergio Cofferati, ha insistito sulla necessità di "combattere ogni revisionismo storico." (291)
Nel settembre 2002 Gianfranco Fini, vice Primo Ministro e leader di Alleanza Nazionale, l'ex partito fascista, in una intervista al quotidiano israeliano "Haaretz" concessa durante la sua visita in Israele si è scusato per le leggi razziali antiebraiche italiane. Egli ha detto di volersi assumere la responsabilità storica dei crimini del Fascismo e di voler chiedere perdono al popolo ebreo. (292)

Note:
252) Jewish News Worldwide, list server, "Anti-Jewish Incidents in France Resume", 10 gennaio 2003.
253) Questo rapporto si basa sul compendio del NFP "Cooperazione per lo sviluppo dei paesi emergenti" (COSPE), scritto da Alberto Cavaglion e Marcella Filippa. Le opinioni espresse nel rapporto sono responsabilità esclusiva degli autori e non rappresentano il punto di vista ufficiale del COSPE sugli argomenti trattati. Riferimenti bibliografici: Alberto Cavaglion, Ebrei senza saperlo, Napoli 2002; Giorgio Israel, La questione ebraica oggi. I nostri conti con il razzismo, Bologna 2002; Elena Loewenthal, L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Torino 2002; Gerald Messadie, Storia dell'antisemitismo. 2500 anni di odio e persecuzione, Casale Monferrato 2002; numero monografico di "Limes. Rivista italiana di
geopolitica". Guerra santa in terra santa, n. 2, 2002; Rapporto sull'antisemitismo in Italia, a cura di Adriana Goldstaub, giugno 2002. Il rapporto è stato presentato al Congresso nazionale dell'UCEI (Unione delle Comunita' Ebraiche Italiane, 20-23 giugno 2002); Pierre-André Taguieff, La nouvelle judéophobie, Paris 2002 ; B.Z. Goldberg, J. Shapiro, C. Bolado, Promesse, (Promises) USA, 2000, 102' (Oscar 2002 per il miglior documentario, presentato in anteprima in Italia, in "L'Espresso", 6 giugno 2002).
254) Adriana Goldstaub (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), relazione al Congresso dell'UCEI, Roma 23 giugno 2002. Gli autori ringraziano Adriana Goldstaub per le informazioni ricevute.
255) Cfr. La Commissione Europea su razzismo e intolleranza, secondo rapporto sull'Italia, adottato il 22 giugno 2001, Strasburgo 2002.
256) Cfr. Juliane Wetzel, Rechtsextremismus in Italien zwischen ausserparlamentarischer Opposition und politischem Establishment, in: Joachim Born, Marion Steinbach (ed..), Geistige Brandstifter und Kollaborateure. Schriftkulturuand Faschismus in der Romania, Dresden 1998 pp. 285-301; cfr. inoltre Franco Ferraresi (ed.), La destra radicale, Milano 1984.
257) L'accusa di deicidio è nuovamente circolata sulla stampa nazionale, persino su quella moderata, cfr. JTA Global News Service of the Jewish People, 30 aprile 2002 (see <http://jata.org>http://jata.org); cfr. inoltre New York Post, 2 maggio 2002.
258) The Coordination Forum for Countering Antisemitism, online, 14 gennaio 2002 (see
<http://www.antisemitism.org.ii/showArticle.asp?/ID=736>http://www.antisemitism.org.ii/showArticle.asp?/ID=736).
259) The Coordination Forum for Countering Antisemitism. online, 24 gennaio 2002 ( see
<http://www.antisemitism.org.il/showArticle.asp? ID=799>http://www.antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=799).
260) Informazione fornita dal CDEC.
261) Cfr. Rapporto mondiale sull'antisemitismo, 1999ff.
262) La Stampa, 2 giugno 2002.
263) Cfr. Adriana Goldstaub (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), relazione al Congresso dell'UCEI, Roma 23 giugno 2002, citazioni in "La Stampa", "Corriere delle sera", "La Repubblica", "L'Espresso".
264) La Repubblica online, 6 aprile 2002.
265) Informazione forntia dal CDEC.
266) ADL-online, Antisemitic incidents (see: <http://www.adl.org/Anti_semitism/anti-semitism_global_incidents.asp#Italy> The Coordination Forum for Countering Antisemitism, online, 31 marzo 2002 (see<http://antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=1189>http://antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=118 ).
267) ANSA, 8/4/2002 (see http://www.ansa.it/notiziari/mae.html>
268) Informazione fornita dal CDEC.
269) L'Espresso, 25 aprile 2002 (articolo sui cattolici e l'antisemitismo di Sandro Magister).
270) Nell'edizione del 2 aprile i l quotidiano vaticano L'Osservatore Romano ha parlato di aggressione mutatasi in sterminio del popolo palestinese; ha anche fatto riferimento alla cospirazione e al sacrilegio
di coloro che trattano come fosse loro una terra che appartiene a Cristo. Cfr. Osservatore Romano, 5 aprile 2002.
271) Murray Gordon, The New Anti-Semitism in Western Europe, American Jewish Committee, pubblicazione online, p. 3 (cfr. http://www.ajc.org/InTheMedia/Publications.asp 

272) La Stampa, 3 aprilel 2002; cfr. The Boston Globe, 28 aprile 2002; Israele gli antisemiti di Gabriel Schoenfeld, giugno 2002 (see <http://www.cdn-friends-icej.ca/antiholo/israel_and.html> http://www.cdn-friends-icej.ca/antiholo/israel_and.html).
273) La Nazione, 2 maggio 2002.
274) Ruth E. Gruber, European Jews on high alert, Roma 18 ottobre 2002, JTA
(see <http://www.cdn-friends-icej.ca/antiholo/hihalert.html> http://www.cdn-friends-icej.ca/antiholo/hihalert.html).
275) Panorama, 12 aprile 2002; cfr. Murray Gordon, The New Anti-Semitism in Western Europe, American Jewish Committee, pubblicazione online, p. 3 276) Cfr. Adriana Goldstaub (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), relazione al Congresso dell'UCEI, Roma 23 giugno 2002
277) Nel novembre 2001 Haaretz ha accusato le tifoserie calcistiche italiane di essere le più antisemite d'Europa, La Repubblica online, 4 novembre 2001; cfr. inoltre Expressonline, 5 settembre 2001. In generale cfr. EITMC, Razismo, calcio e Internet, Vienna 2002.
278) Cfr. il Manifesto, 2 aprile 2002.
279) Ibid; ricerca sul relativo sito web.
280) Questa parola viene tradizionalmente applicata all'organo decisionale supremo della mafia.
281) Ricerca sul relativo sito web.
282) La Stampa online, forum del 20-29 giugno 2002; cfr. inoltre L'Espressonline, 29 luglio 2002: l'autore si chiede per quale motivo La Stampa abbia accettato di pubblicare articolo propagandistici così pieni di odio contro gli ebrei.
283) Per quanto riguarda il 2001, un sondaggio condotto dal Corriere della sera nel gennaio 2002 rivela un forte incremento dell'odio antiebraico rispetto alle rilevazioni del 2000. Secondo il sondaggio il 23% degli interpellati ritiene che "gli ebrei non sono graditi e non ispirano fiducia" (valore del 2000: 14%). Il 75% degli Italiani ritengono che le opinioni, la mentalità e lo stile di vita degli ebrei sinao differenti da quelli del resto della popolazione (valore del 2000: 50%), The Coordination Forum for Countering Anti-Semitism, online (cfr. <http://www.antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=799>http://www.antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=799); cfr. inoltre Murray Gordon, The New Anti-Semitism in Western Europe, American Jewish Committee, pubblicazione online, p. 8
284) L'autore dell'inchiesta e il direttore dell'organizzazione sopra menzionata hanno gentilmente concesso all'NFP Italia di utilizzarla; cfr. "Gli ebrei? Non sono dei veri Italiani",
<http://moise.sefarad.org/belsef.php/id/369/>http://moise.sefarad.org/belsef.php/id/369/.
285) Si vedano i commenti nel Chicago Tribune online, 7 aprile 2002
286) Inchiesta dell'ADL "European Attitudes Toward Jews", ottobre 2002,
<http://www.adl.org/anti_semitism/EuropeanAttitudesPoll-10-02.pdf>http://www.adl.org/anti_semitism/EuropeanAttitudesPoll-10-02.pdf.
287) www.uil.it/uilscuola.
288) Ebrei-palestinesi: creare un confine, in La Stampa, 31 maggio 2002.
289) Gli ebrei d'Europa tremano mente gli attacci antisemiti aumentano, AP 4 maggio 2002
290) World Jewish Congress, documento politico n. 83, settembre 2002
291) La Repubblica online, 25 aprile 2002.
292) La Repubblica online, 13 settembre 2002; cfr. inoltre
<http://www.antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=2874>http://www.antisemitism.org.il/showArticle.asp?ID=2874.



Israele in cerca di un nuovo inizio. Sharon prepara la mossa unilaterale

di Antonio POLITO* (Il Riformista, 10-12-2003) 

GERUSALEMME. Andare in Israele fa bene. Fa bene agli israeliani, innanzitutto, che ne hanno bisogno. Si può alzare la testa, di fronte al terrorismo; riempire ristoranti e bar il sabato sera, mettere i figli sullo scuola-bus, indaffararsi nella normalità di una vita a prova di bomba, come gli israeliani stanno facendo, e la considerano già una vittoria. Ma non si smette di sentirsi isolati, e un po' ghettizzati, quando il turismo dall'estero raggiunge in un anno il numero di presenze che prima della seconda intifada faceva in un mese. La ragazza del kibbutz Kfar Giladi, proprio al confine con il Libano, che ti sorride grata per averla raggiunta lassù, in cima a Eretz Israel; o il custode greco ortodosso della cappella del Santo Sepolcro, che prima di lasciarti entrare a toccare la tomba di Gesù ti snocciola prosaicamente e con orgoglio le formazioni dell'Inter e della Juve campioni d'Europa, più una dotta dissertazione sulla qualità tecnica della scuola di Coverciano, sono piccoli premi, per così dire «umanitari», che non si dimenticano.
Ma andare in Israele fa bene anche a chi ci va. I bianchi e i neri con cui leggiamo e guardiamo l'intrico mediorientale diventano grigi. La verità cambia lato a ogni cambio di prospettiva. La barriera (come la chiamano là), o muro (come lo chiamano qua), è diversa se la si guarda dal versante palestinese, unica immagine fotografica fornita dalla stampa occidentale, o se la si guarda dal versante israeliano. Bene e male si mescolano, destra e sinistra giocano a scambiarsi di ruolo.
Facciamo due esempi: il «ritiro unilaterale» è una formula magica che evoca con la forza delle parole (ritiro, unilaterale) voglia di pace, irenismo, dialogo e trattativa. La «barriera» (o «muro») è una formula magica che evoca con la forza delle parole (barriera, muro) divisione, separazione, apartheid, e Berlino. Né l'una né l'altra formula sono quello che sembrano.
In Israele qualcosa si sta muovendo. Qualcosa di importante. E' come se il governo Sharon sentisse la necessità di un nuovo inizio. Crede di aver trovato in se stesso la forza di ridurre manu militari la minaccia dei kamikaze, e questo lo rafforza. Ma sente anche di non potersi accontentare di una vittoria militare, perché questo lo indebolisce, dentro e fuori dai confini patrii. I likudisti (abbiamo incontrato Gideon Saar, giovane in ascesa, il Letta - Gianni o Enrico, fate voi - del premier) ripetono il mantra: ci avevate detto che la sicurezza di Israele si raggiungeva attraverso la pace con Arafat, ci abbiamo provato e non ha funzionato, oggi pensiamo prima alla sicurezza e poi alla pace. Ma c'è politico che possa credere fino in fondo a questo assioma? C'è qualcuno che pensa davvero di poter garantire la sicurezza di Israele senza la pace, o una tregua, o un cessate-il-fuoco, o una qualsiasi forma di intesa col nemico?
Da questo dilemma viene fuori la grande novità di queste ore: l'uscita di Ehud Olmert, che oggi è il vice primo ministro, che è stato alla destra nel Likud da sindaco di Gerusalemme e poi alla sinistra, sorprendendo sempre tutti per la sua alta qualità acrobatica. Nel fine settimana Olmert ha detto che Israele deve considerare il ritiro unilaterale «da gran parte della Cisgiordania e della striscia di Gaza». Che cosa lascerebbe ai palestinesi non si sa. Si sa però che questo è il punto, si sa che la ultra-destra si è infuriata, e si sa anche che Olmert non sta straparlando. L'ex ambasciatore Avi Pazner ci ha confermato che Olmert dissoda la terra che Sharon sta per seminare. Tempo una, due settimane, e il primo ministro israeliano proporrà un nuovo inizio: con o senza una nuova proposta negoziale, nella formula sarà compresa una qualche forma di ritiro unilaterale da una parte consistente dei territori occupati, e il conseguente smantellamento di alcuni insediamenti dei coloni israeliani.
Sembra un programma da sogno. Ma attenzione: così facendo, il governo israeliano dichiarerà di fatto morta la «road map», e la mappa se la farà da solo. L'azione unilaterale è la conseguenza di una perdita di fiducia nella credibilità dell'interlocutore. Vuol dire creare un fatto compiuto in una situazione in cui i fatti compiuti tendono a diventare irreversibili. Il fatto è che Israele non può aspettare. Lo stallo attuale, anche a terrorismo ridotto, contiene il pericolo che Olmert ha indicato con chiarezza: la bomba demografica al posto della bomba umana. Già adesso, con i territori occupati, Israele comprende una popolazione in cui gli ebrei sono appena il 55% della popolazione, e questo nonostante che negli ultimi dieci anni abbia accolto un'impressionante ondata di emigrati russi (più di un milione), che difficilmente si ripeterà nel futuro prevedibile. Senza i territori, gli ebrei sono l'80% della popolazione. Questa è considerata da Olmert, ma anche dalla sinistra sionista, la proporzione minima necessaria a mantenere l'ebraicità e la democraticità, allo stesso tempo, dello stato di Israele. Se Israele lascia le cose come stanno, la popolazione ebrea scenderà - lo dice Sergio Della Pergola, demografo dell'università di Gerusalemme - al 51% nel 2010, al 47% nel 2020, al 37% del 2050; ritornando così, a cent'anni dalla fondazione dello stato, alla stessa percentuale di quando è nato.
Ecco uno dei paradossi di Israele: noi tendiamo a vederla espansionista, annessionista, avida di territori: e invece per la sua sopravvivenza ha bisogno di restringersi, rimpicciolirsi, tornare all'ambizione originaria (e al compromesso di Ben Gurion) che la guerra, portatale da altri, ha corrotto e trasfigurato. L'altro paradosso è la barriera.
Abbiamo deciso di chiamarla barriera, e non muro, dopo aver visto il muro. Il cemento si alza infatti solo in due tratti di quattro chilometri l'uno (al momento, anche se il piano prevede un chilometraggio ben maggiore). Entrambi quei tratti costeggiano il pendio in fondo al quale, come un fiume nel suo letto, corre l'autostrada A6 verso Gerusalemme. Non sembra limitare nessuna libertà fondamentale dell'individuo, palestinese e non, se non la libertà di sparare sulle auto che vi sfrecciano sotto, circostanza questa non del tutto sgradita a chi si sia trovato - come noi - in una di quelle auto. Il muro, allo stato, è poco più di quei muri acustici che costeggiano tanti tratti delle autostrade di casa nostra. Poi però c'è la barriera. Il suo merito è di essere un serio intoppo nelle passeggiate dei kamikaze verso le città israeliane della costa. Già più di un attentato è stato sventato, o perché l'attentatore non è passato al check point o perché per evitarlo ha dovuto allungare il percorso concedendo una mezz'ora di tempo preziosa ai militari sempre a caccia. L'ultima cintura esplosiva è stata disinnescata ieri, ma gli attentati evitati non fanno notizia, solo le bombe fanno rumore. Badate bene: questo lo dice anche la sinistra israeliana, come ci ha confermato Colette Avital, pugnace deputata laburista alla Knesset, e lo pensa la grande maggioranza degli israeliani. Un'Europa che pattuglia con la flotta militare le sue coste per fermare un molto meno pericoloso reato di immigrazione clandestina, non dovrebbe scandalizzarsi troppo se i 140 chilometri di barriera già costruiti sono riusciti a fermare anche un solo attentatore, hanno salvato la vita anche di un solo bambino, impedendo che si aggiungesse alla lista delle «850 buone ragioni» che gli israeliani elencano per la barriera, con riferimento al numero delle vittime in tre anni di terrorismo suicida.
Il però, però c'è; è lo stesso però che mette in allarme Powell e Bush (ma nell'anno di campagna elettorale potrà Bush alzare troppo la voce?). Il però consiste nel tracciato. Più la barriera si allontanerà - già si allontana spesso - dalla «linea verde» che definisce l'Israele di prima della guerra del 1967, più si incuneerà nei territori palestinesi per andare a comprendere e a difendere insediamenti ebraici spintisi a est, più sarà vista e combattuta come un altro fatto compiuto. Dice Saar, parlando del ritiro unilaterale: «In questa fase bisogna essere molto cauti nelle concessioni, perché possono diventare irreversibili». Ecco, Abu Ala ha il diritto di pensarla nello stesso modo a proposito della barriera. Sharon è chiaramente pronto ad abbandonare i più insensati geograficamente e i più fanatici ideologicamente degli insediamenti, e per far questo già dovrà sfidare l'ira dei coloni e di tutti coloro che pensano di trovare nella Bibbia la mappa dell'Israele del Terzo Millennio. E' anche pronto - crediamo - a considerare la barriera mobile: oggi è lì, domani si può spostare. Ma la tentazione di ritirare unilateralmente le truppe dietro quella barriera, facendola così diventare un confine definitivo, per quanto generoso comunque non trattato con la controparte, sarà forte. Così la combinazione di un presunto bene (il ritiro) con un presunto male (la barriera) può dare varianti infinite di bene e di male. Dipenderà anche dalla controparte: perché si può fare la pace se non c'è neanche un cessate-il-fuoco?
Questo è un punto decisivo. Abbiamo fin qui raccontato come discute una democrazia, un popolo, una società aperta, dei modi migliori per raggiungere la sicurezza e la pace. Il dibattito è vivace, in tv ci vanno i pazzi e i savi, in parlamento ci sono i giusti e gli ingiusti, i sinistri e i destri, gli statisti e i politicanti. Come in ogni democrazia. Ma mentre Israele discute di questo, le fazioni terroristiche riunite al Cairo hanno discusso se smettere di uccidere solo i civili ebrei, o anche i soldati ebrei; se smettere solo in Israele o anche nei territori. E hanno finito con il non accordarsi, col dire no ad Abu Ala, che come il suo sfortunato predecessore Abu Mazen spera di fermare la mano degli assassini «by consensus» e non con la forza che Arafat non gli dà, come non l'aveva data ad Abu Mazen. Il presidente della Repubblica d'Israele, Moshe Katzav, ci ha detto che la barriera può aiutare Abu Ala. Altro apparente paradosso: se si riduce il terrorismo, c'è più spazio per il negoziatore onesto palestinese; e se non ci riesce lui, dice Israele, lasciate che ci proviamo noi.
Il torto e la ragione, in Terra Santa, sono difficili da assegnare anche solo guardando agli ultimi sei mesi di storia: figurarsi se uno tenta di tenere la contabilità di tremila anni. Però una cosa è chiara: torti e ragioni si possono dividere in base alla razionalità del giudizio politico, e il governo democraticamente eletto dagli israeliani merita la razionalità e la serenità di un giudizio politico, non il manicheismo di un giudizio universale. Ciò che non può essere in discussione è il diritto degli ebrei alla loro soggettività statuale, a essere attori della loro storia nella forma, e nella sicurezza, che è garantita a ogni altro stato nazione. E questo a prescindere dalla memoria e dall'Olocausto. Non come risarcimento, ma come diritto nazionale. Anche i palestinesi devono godere dello stesso diritto, e la comunità internazionale lo riconosce, e il governo di Israele - oggi - lo riconosce. Il problema è che nel mondo arabo c'è chi quel diritto non lo riconosce agli ebrei. Dal '47 a oggi è questo l'ostacolo principale alla pace in Medio Oriente.

* L'autore ha visitato Israele insieme con la delegazione di «Appuntamento a Gerusalemme», iniziativa di solidarietà civile con le vittime del terrorismo.


 
Lettere
 
Consigli per vivere meglio
Accadde circa 15 anni fa, mentre sfogliavo uno dei mensili della comunita' Ebraica,  dopo una pagina sui pogrom, una su scritte murali antisemite, qualcuna sulla Shoà ed un'altra sull'Inquisizione - per la prima volta mi baleno' in mente uno struggente dubbio: Ma non sara' che niente niente ci attacchiamo un po' la scalogna?!
Potevo forse a fine lettura del mensile, considerare in attivo il bilancio del morale, rilevando che in quasi 30 pagine di ecatombe e cronache di vessazioni, l'unico genere di conforto risultava "E' stato piantato un bosco in Israele in memoria di Odoacre Bonfiglioli" ?
Contagiato dalla scia delle letture satiriche del tempo, iniziai a disegnare delle vignette di carattere ebraico, delle nanOperette a zero pretese, tenuto soprattutto conto del modesto target di pubblico in grado di coniugare cose ebraiche e in italiano (se non addirittura in giudaico-romanesco).
Schizzi, però, che proposti ad alcuni amici puntualmente riscuotevano successo: insomma tra le mura di un negozio sarei una belva in gabbia, ma comicamente, ho sempre avuto qualche coniglio nascosto sotto la papalina. L'iniziativa di fondare con alcuni amici la compagnia teatrale giudaico-romanesca, aveva sortito un ottimo effetto e alla serata della 'prima' avevo ottenuto la riprova di cui ero alla ricerca, e cioè che tra una sinagoga incendiata e un'accusa di deicidio anche noi Ebrei ogni tanto non disdegniamo due sane risate.
Il passaggio al CARTOON politico.
La scelta di questo particolare mezzo di espressione nasce dall'amara costatazione che in Italia l'80 % del merito nella sconfitta dell'analfabetismo e da attribuire alla diffusione della Gazzetta e del Corriere dello sport. (il restante 20% se lo spartiscono Settimana enigmistica e Topolino).
Ho riscontrato infatti che nella maggioranza dei casi, un eccellente articolo, pur di 2 colonne, che incorpori lucidamente fatti antefatti rischi e soluzioni di un problema, viene solitamente scavalcato da tante/troppe menti pigre o distratte, la vignetta no!
La vignetta, favorita dalla fame di ridere comune un po' a tutti, e' diffusamente avvertita come un rapido snack che con un solo morso si comincia e finisce.  La sua brevita'  ha certamente piu' speranze di favorire l'Apriti Sesamo e venire assimilata da un numero di persone certamente maggiore.
La societa' odierna difatti si differenzia dalle trascorse, soprattutto per l'immane valanga di informazioni/dati con i quali ciascuno di noi viene bombardato (o si rivolge volontariamente per farsi bombardare), il 3° millennio tecnologico ha ingolfato la domanda aggiungendo ai giornali: avveniristici servizi telefoninici, Tv via cavo, televideo e sua maesta' Internet.
In questo quadro, pigrizia a parte, ciascuno anche la mente piu ricettiva ed affamata di news, come una verginella smaliziata non puo' esimersi dal selezionare ben bene a chi concedere i propri neuroni.
Io vedo la vignetta come una barzelletta distillata, o se preferite winzippata.
Cosi' come il Dr. Kildare, sintetizzando in laboratorio: un po' di comicita'/vasellina con la ferma convinzione di una giusta causa millenaria ed un'innata facolta' di sintesi....
Et voila', il cavaluccio a dondolo di Troia e' pronto.
Potra' essere innestato sotto forma di concetto liofilizzato in special modo nelle teste indecise o  disinformate, una specie di capsula-educativa che come un Alka-seltzer ridiviene concetto una volta dissolta in materia grigia.
E tacito che non me ne sento l'inventore assoluto, gia' nelle due guerre le caricature dei potenti girando clandestinamente contribuirono a dare le loro spallatine alle panzone dei totalitarismi.
Di personale, c'e solo la convinzione che i 3/400 anni di ghetto e sordomutismo dell'Ebraismo Italiano (leggi sporatutto quello romano sotto il pesante tallone prima Imperiale, poi Papalino poi Mussolino) come in una pentola a pressione, hanno macerato fino a liberare sapori e concetti a volte amari, ma di provate saggezza e moralita', che non hanno niente da invidiare a prodotti culturali di altre tribu' italiche .
Un singolare esempio di quanto affermato potrebbe essere una delle gustose frasi citate da mio nonno quando vedeva qualcuno fare una cosa che lui avrebbe fatto certamente meglio:
Arda cos'ajo da vede', i'spadi appesi e i foderi a commatte!
(Guarda che mi tocca vedere: le spade appese e i foderi a combattere).
Per avere un'idea di cosa sto' parlando da 10 minuti, in Italiano e giudaico-romanesco ho radunato alcune delle mie vignette in un libricino intitolato:
"Ghibbori e Pasti da veludde, Heroes and Losers". Chi fosse interessato lo potra' trovare a Roma alla libreria Menora' in via del Tempio e a Milano alla libreria Davar di V. San Gimignano.
Potrete vedere alcuni esempi di cartoons al link www.italya.net/zarko e anche ordinare il libro al sito www.italya.net  il piu' antico portale dell'Ebraismo Italiano nel Net. Li' potrete anche acquistare delle fantasmagoriche lettere del Sacro alfabeto Ebraico realizzate magistralmente in ceramica, metallo e vetro realizzate da un mio amico di 2000 anni fa. Forse con questa prima modesta fatica non saro' riuscito a far uscire all'esterno un granche' di quest'ebraismo fermentato nel ghetto per quasi mezzo millennio, ma almeno mi sono rimboccato le maniche per provarci.
In tempi piu' recenti, spinto dall'esigenza di aumentare il bacino utenti, con il cervello in fuga, ho iniziato a produrre quasi solo in Inglese.
A voi una benedizione,  la linea e l'ardua sentenza.
Kalonymos

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Antisemiti noi?!? Antisionisti, prego!

Come dite? Antisemiti? Chi, noi antisionisti? Noi? Noi non abbiamo nulla contro gli ebrei in quanto tali. Noi odiamo semplicemente il Sionismo ed i sionisti. Pensiamo che Israele non abbia il diritto ad esistere, ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali. Siamo umanisti, progressisti ed amanti della pace. L'antisemitismo è l'odio nei confronti degli ebrei. L'antisionismo è l'opposizione al sionismo ed alla politica di Israele. Le due cose non sono correlate. Come Venere e Marte o il giorno e la notte. Credeteci.
Certo, noi riteniamo che l'unico paese che deve essere distrutto sia Israele. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Certo, noi pensiamo che gli unici bambini al mondo che meritino di saltare per aria - se questo giova ad una giusta causa - siano i bambini ebrei. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Certo, noi pensiamo che se i palestinesi provano un risentimento legittimo, questo li autorizzi ad attuare uno sterminio di massa degli ebrei. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Naturalmente, pensiamo che l'unico popolo al mondo che non ha il diritto ad esercitare l'autodifesa siano gli ebrei. Gli ebrei dovrebbero risolvere il problema delle aggressioni contro di loro solo attraverso la resa, mai attraverso l'autodifesa. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi rifiutiamo di riconoscere gli ebrei in quanto popolo e pensiamo che siano solamente una religione. Non sappiamo come mai chi non pratica la religione ebraica possa essere comunque considerato ebreo. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi riteniamo che tutti i popoli abbiano diritto all'autodeterminazione, a parte gli ebrei. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Odiamo la gente che incolpa le vittime, naturalmente a parte quando la gente incolpa gli ebrei per la jihad e le campagne terroristiche contro di loro. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi riteniamo che il solo paese anti-democratico del Medio Oriente sia l'unico paese che ha libere elezioni. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi vogliamo che l'unico paese del Medio Oriente con libertà di parola, di stampa e di giurisdizione venga distrutto. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi ci opponiamo ad ogni aggressione militare, a parte quando viene diretta contro Israele. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi comprendiamo profondamente gli attentatori suicidi che uccidono gruppi di bambini ebrei ed insistiamo perché le loro aspettative siano soddisfatte in pieno. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi pensiamo che il solo conflitto sulla Terra che possa essere risolto con la distruzione di una delle parti in causa sia quello in cui è coinvolto Israele. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi pensiamo che gli ebrei non abbiano alcun diritto umano che debba essere rispettato e specialmente che non abbiano il diritto di prendere un autobus senza essere ammazzati. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Ci sono ebrei di sinistra antisionisti che noi consideriamo la prova vivente che gli antisionisti non possono essere antisemiti, neanche coloro che si rallegrano quando gli ebrei sono uccisi in massa. Questi sono i soli ebrei che noi crediamo meritino rispetto e riconoscimento. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi non pensiamo che l'omicidio dimostri quanto sia giusta e legittima la causa dell'assassino, tranne quando si tratta dell'omicidio di ebrei. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi riteniamo che gli ebrei non abbiano diritto ad un loro stato e che debbano sottomettersi e diventare una minoranza in stile ruandese, in uno "stato bi-nazionale", sebbene da nessun'altra Nazione delle Terra, compresi i 22 Paesi Arabi, ci si aspetta una simile privazione di sovranità. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi pensiamo che Israele a maggioranza ebraica e con una stella sulla bandiera sia uno stato razzista praticante l'apartheid. Noi non crediamo che altri paesi con maggioranze etniche o religiose, o con croci o mezzelune o "Allah Ak-bar" sulle loro bandiere siano razzisti o meritino di essere distrutti. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi condanniamo il "maltrattamento" delle donne nell'unico paese del Medio Oriente dove non vengono maltrattate. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Noi condanniamo il "maltrattamento" delle minoranze nel solo paese del Medio Oriente dove le minoranze non vengono brutalmente sterminate. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
A noi non dà fastidio il fatto che non ci sia libertà religiosa nei paesi Arabi. Ma siamo furiosi per il fatto che Israele violi la libertà religiosa, e non importa se non sappiamo bene quando e dove questo avvenga. Ma questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
Quindi, come potete affermare che siamo antisemiti? Siamo semplicemente antisionisti. Noi cerchiamo pace e giustizia: tutto qui. E sicuramente questo non significa che odiamo gli ebrei in quanto tali.
 

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