Ritorni
di Roberto Mahlab
Tel Aviv - ottobre 1999
L'equilibrio tra religiosi e laici nella Terra di Israele comporta
spesso appassionanti mediazioni tra le due anime del popolo
ebraico. Tutto comincio' lo scorso venerdi' sera, vigilia del
Sabato, i mezzi pubblici si sarebbero fermati fino all'uscita
della festa, al comparire delle tre stelle nel cielo di Gerusalemme
la sera successiva, ma i taxi erano regolari e non fu difficile
trovarne uno che mi portasse dall'aeroporto di Tel Aviv all'albergo
sulla costa color smeraldo del Mediterraneo. Un viaggio di mezz'ora
in cui la mia mente fumava di gelosia, dato che non avevo l'abitudine
a fumare davvero. Israele e' noto per la bellezza delle sue
donne, rappresentanti dell'evoluzione della convivenza tra cento
origini diverse, neppure rivolgendosi ad un'agenzia di detective
privati sarebbe possibile scovarne una meno che carina e il
mio taxista utilizzava il trucco della sigaretta spenta per
fermarsi ad ogni incrocio di ogni quartiere della citta' per
domandare ad ogni ragazza che stava attraversando la strada
se aveva da accendere e poi con la sigaretta accesa che spegneva
immediatamente per iniziare la caccia successiva si volgeva
verso di me con occhi sempre piu' eloquentemente spalancati.
Procedendo a singhiozzo, arrivammo di fronte all'albergo dopo
il buio e il taxista mi chiese cento shequel per il viaggio.
Replicai che mi pareva esoso, dato che non avevo mai pagato
per quel tragitto piu' di sessanta shequel. ""In tempi
normali e' come dici tu "" rispose cortese ""ma
vedi, c'e' il sovraprezzo festivo perche' ormai siamo in pieno
Shabbat"".
Milano - settembre 1999
Ogni venerdi' sera all'entrata dello Shabbat, nelle case delle
famiglie tradizionaliste si accendono le candele e si recita
la benedizione che precede lo squisito pasto che vede riunita,
quando possibile, la grande parte della famiglia. Allegre discussioni
teologiche tra un manicaretto e l'altro contrappongo le due
anime, quella tradizionale laica secolare, l'ebraismo soprattutto
come identificazione di popolo, e quella tradizionale ortodossa,
non solo popolo ma anche osservanza di precetti. E uno di questi
precetti e' l'osservanza del tenersi lontano da ogni lavoro,
diretto e indiretto, per concentrarsi nel riposo, nella preghiera
e nelle discipline della mente, senza che neppure la circolazione
di macchine e di denaro possa infrangere quella quiete.
Tel Aviv - ottobre 1999
La mia anima e' sempre ricettiva, anche se le devo riconoscere
una certa logica e d'un tratto gli insegnamenti di mia sorella
si aprirono un varco in me non osservante e ascoltai la mia
voce rispondere all'autista del mio taxi :""Ti ringrazio
di avermi fatto notare che siamo gia' entrati nel sacro giorno
dello Shabbat, mi dispiace quindi, ma come puoi immaginare e
comprendere io non posso pagarti, per non infrangere la festa
con la circolazione di denaro"".
Nonostante stessero passando di fronte all'auto due tra le piu'
strepitose bellezze del creato, l'autista accartoccio' la sigaretta
nel posacenere e mi chiese burbero :""Ok, che sconto
vuoi per tornare laico?"". La mia anima secolare accetto'
di accordarsi per un cinquanta percento, con in piu', se fossi
salito ancora in futuro sul suo taxi, una percentuale soddisfacente
di presentazioni ad ogni sua domanda di accensione di sigaretta
alle belle ragazze di Israele.
Eilat - maggio 1997
Eti era una splendida ragazza dai lunghi capelli scuri e dagli
occhi castani, rifletteva in se' la bellezza del Mediterraneo
Orientale, non era sola allora, e da grandi amici attraversavamo
il deserto del Negev dalle abbaglianti sabbie delle miniere
di rame di Re Salomone a Timna, alla ricerca delle antiche iscrizioni
ricoperte dalla sabbia nelle rocce dall'eta' incalcolabile,
fino al mare color topazio che ricopriva i coralli del golfo,
nella punta sud di Israele. L'ultimo giorno mi diede un foglietto
giallo colmo di caratteri in ebraico :""Cahasher tishma' et
hapaamon.... quando ascolterai la campanella, pensa a questa
Terra e saprai di dover tornare per trovare cio' che cerchi".
Tel Aviv - ottobre 1999
Avevo terminato il lavoro e attraversato a nuoto quel braccio
di mare che divideva la sabbia abbagliante dalla scogliera al
largo, era mezzogiorno e io scivolavo in acque di smeraldo,
la bassa marea, mentre dall'al di la' della scogliera si avvicinavano
acque di colore blu profondo, onda dopo onda l'alta marea avrebbe
ricoperto le rocce di colore pastello e quando tutto il mare
divento' blu, mi sentii risucchiare e il ricordo entro' dentro
come il mare. Tornato a riva, telefonai...
Tel Aviv - giugno 1998
Il mondo esterno l'aveva ferita, ma in quella Terra e in quel
popolo c'erano dei rifugi a cui tornare sempre, eravamo in compagnia
di una sua amica, lei aveva accettato il mio invito con la scusa
di voler presentarmela, ma le sue parole sottili erano per me
in quella notte di luce di luna che illuminava i colori della
nostra spiaggia e del nostro mare :""Vieni a parlare con il
mio rabbino, ti deve presentare qualcuna, e dovrai solo promettere
di rispettare per lei lo Shabbat e l'acensione delle candele
il venerdi' sera"". Ma era presto e speravo ancora di fare ragionare
chi l'aveva perduta :""Non verro' dal tuo rabbino, io rispettero'
lo Shabbat non perche' mi venga data in cambio qualcuna, ma
per rispettare lei"". E le nostre parole volarono vicine, ma
senza toccarsi.
Milano - settembre 1999 - vigilia di molti Sabati
"Ecco fatto! Contento?" Mi si rivolse ironicamente mia sorella
:"La nostra tradizione vuole solo che sulla tavola non compaiano
insieme il latte e la carne, per non mescolare madre e figlio,
ma per te io ho diviso la mia cucina in tre...latte, carne e
cipolle, nei piatti per te non verra' mescolata la verdura che
ti e' cosi' avversa!"". Io ringraziai, ma non mi era mai parsa
una concessione verso di me, ero sicuro che da qualche parte
nelle Sacre Scritture ci fosse un versetto che spiegasse le
ragioni della mia avversione alle odiose verdure, dopotutto
il giorno in cui mi accorsi da bambino che non erano buone,
ero appena caduto e' vero, ma non sulla testa come pensavano
tutti, ero caduto solo su un gomito, ma nessuno mi credeva quando
esponevo la mia verita' e mi accarezzavano con quel sorriso
condiscendente... "C'e' sempre una spiegazione nella nostra
Torah e dopotutto ogni essere umano e' comparso alla vita con
il compito di scoprire qual e' il suo proprio precetto da seguire..."
non riuscivo mai a capire se mi prendevano in giro o se era
un invito a scoprire da dove partiva la mia strada e dove era
in realta' diretta, i precetti noti sono 613 e in nessuno di
essi si parlava di cipolle.
Tel Aviv - ottobre 1999
...le nostre parole furono le solite, come se ci fossimo mai
separati..."Ciao Eti, sono Roberto, ho nostalgia di quell'arco
in pietra chiara, a Gerusalemme, mi accompagni a rivederlo?"
"Si', vieni, sai, io sono sempre piu' in profondita' nello studio
della nostra religione e ti presentero' una mia amica"...e anche
la sua risposta fu uguale a sempre.
Gerusalemme - ottobre 1999
Il quartiere di Romema e' il primo che si incontra entrando
a Gerusalemme provenendo da Tel Aviv sulla superstrada che si
inerpica intorno ai colli dalle cui rocce sbucano gli edifici
in pietra bianca della citta', quartieri sparsi che si affacciano
come macchie di fiori tra il verde e il marrone delle colline,
sotto il cielo sempre azzurro terso, come aria trasparente che
permette di osservare da ogni luogo le valli intorno, dal fiume
Giordano al deserto di Giudea e al Mediterraneo. Le case, i
luoghi di culto, i musei, sono costruzioni in stile postmoderno,
in piccoli mattoni di pietra chiara che rimangono nel cuore,
ricostruiti dal passato, ma danno l'impressione di essere agili
monumenti che attraversano il futuro, l'atmosfera stessa pare
senza tempo, come un guscio di cristallo che avvolge tutti i
mondi, le fedi, tradizioni, religioni, riti, etnie che in quella
citta' convivono, ciascuno nel proprio tempo come se ciascuno
degli altri e dei loro tempi non esistessero. Il mio taxi si
muoveva adagio nei lindi viali del religioso quartiere ebraico,
scivolando tra uomini pii in camicia bianca e ricoperti da abiti
e cappelli neri, le donne dalle lunghe vesti rispettose, le
decine e decine di carrozzine, regali del presente al futuro.
Ci fermammo all'inizio di Rav Sorotskin Road, ogni via era intitolata
al nome di uno studioso della Bibbia, non so la sensazione che
mi spinse, ma chiesi al taxista che pareva aver dimenticato
i rudi modi della grande citta' e che si rivolgeva alle persone
chiedendo indicazioni con calma e rispetto e nello stesso modo
gli veniva risposto :""Sei sicuro che nessuno mi dira' nulla?
"" esitavo prima di scendere dall'auto ""e' come se avessi l'impressione
di violare il loro mondo, con gli abiti e i modi del mio...
"" Mi rispose rassicurandomi e mi fece pagare una tariffa insolitamente
ragionevole, in quei luoghi non avrei avuto bisogno di chiedere
aiuto alle mie diverse anime per risparmiare. Mi avvicinai titubante
alla panchina su cui sedevano tre studiosi della Bibbia che
mi guardavano curiosi e sorridenti e mi fermai, finche' una
bambina si rivolse a me senza alcun timore, chiedendomi che
numero civico cercavo e mi apri' il cuore, quel solco tra religiosi
e secolari che spesso divide le comunita' ebraiche fuori da
Israele, la' non c'era e quando gli studiosi si alzarono per
prendere un autobus io mi sedetti sulla loro panchina e mi parve
una straordinaria ripetizione di momenti l'osservare dalla panchina,
curioso e sorridente, tre ortodossi che passavano sul marciapiede.
Eti Eti comparve all'ora stabilita, senza un secondo
di anticipo ne' di ritardo, bella come due anni prima, la veste
azzurra lunga, la salutai senza sfiorarla, sapevo che le regole
del rito non le avrebbero consentito di toccare la mano di un
uomo. Guidava l'auto con sicurezza nelle stradine che conducevano
alle mura della citta' vecchia, verso quell'arco di pietra chiara
che vi si trovava in mezzo, che era nel mio cuore e che non
sapevo quanto fosse anche nel suo. Fu strano, ma era la prima
volta che percorrendo le strade di Gerusalemme, non acoltavo
nessuno parlare dei tempi, della guerra, degli attentati, del'alterno
corso della pace, forse e' sufficiente una speranza di cambiamento
e l'essere umano dimentica presto la banalita' del male, perche'
il male non e' umano e diviene solo memoria, ma non ricordo
di ogni istante.
Osem
Cominciai a parlare con Eti, di me, del mio lavoro, della mia
vita, dei viaggi, dei popoli che avevo incontrato e in cui riconoscevo
tradizioni simili alle nostre e lei comincio' a parlarmi del
suo nuovo lavoro che non la soddisfaceva e soprattutto del suo
studio della Torah, al di la' del mondo, che la rasserenava,
ci avvicinavamo alla citta' vecchia e non dovevamo avvicinarci
di piu' tra noi, la tradizione non permetteva che rimanessimo
da soli. Si fermo' ad un incrocio per far salire l'amica che
aveva invitato, una sorridente e simpatica ragazza di nome Osem
che ci racconto' con occhi assonnati ma allegri della sua pienissima
giornata e della lezione che doveva tenere all'indomani all'universita'
e del tempo che non aveva per prepararsi, ma ne' Eti ne' io
le chiedemmo perche' era allora li' con noi, ci avrebbe accompagnato
senza lamentarsi e spesso Eti avrebbe parlato con lei del suo
lavoro, della sua vita, delle sue speranze, dei suoi incontri,
della sua ricerca di risposte nella religione e dei suoi vuoti
nuotando in quel mare cosi' pieno a cui desiderava ritornare
e che avrebbe desiderato trattenere come scudo affinche' le
riapprisse la finestra sul mondo da cui si era sentita estranea,
ma non poteva parlarne direttamente con me e io la ascoltavo
mentre ripeteva una seconda volta all'amica parole che le aveva
gia' detto. Dieci volte attraversammo a piedi il lindo quartiere
armeno per cercare la strada verso quello ebraico e il Muro
del Pianto, dieci volte Osem stremata ci sorrise e ci incoraggio'
ad andare avanti mentre raccoglieva le nostre parole nelle stradine
di mattoncini in pietra colorata, tra le genti di ogni colore,
e le dirigeva di volta in volta verso chi dovevano arrivare.
Attraverso di lei parlammo di profumi e di mondi e io cercavo
la scia di Eti, ogni volta pareva allontanarsi finche' anch'io
capii e smisi di parlarle e raccontai ad Osem, il silenzio che
ci avvicinava, parole che guizzavano come folletti luminosi
nella notte tra le stradine della citta' vecchia di Gerusalemme,
dapprima correvano di fronte a noi, poi si fermavano ad aspettarci
dispettose per poi scappare via quando pareva che le stessimo
per afferrare con i nostri sensi. Sotto l'arco che tutti e due
eravamo venuti a guardare, cosi' ampio, in pietra chiara, tra
edifici cosi' stretti in pietra chiara che non lasciavano fuggire
il nostro sguardo, si apriva uno sguarcio verso la valle e le
colline illuminate, i quartieri in luce, a sprazzi, come fiori
tra il contorno buio del deserto di Giudea e lei disse :""Io
sotto questo arco un giorno mi sposero'"" e io le dissi che
quell'arco ero venuto a rivedere e che anche lei ero venuto
a rivedere, le sue e le mie parole come si fossero innalzate
dalle pietre del selciato curvandosi in due semiarchi che si
unirono come emozioni che cercavano una lingua comune nella
luce di quella notte nel centro della citta' vecchia sulla collina
di Gerusalemme. Ma non era il tempo di quel foglietto giallo,
i tempi in un luogo senza tempo sono giocosi, diversi e timidi.
Si apri' lo spiazzo del Kotel, il Muro del Pianto, cio' che
rimaneva del Tempio, sulla spianata piu' sacra di quei luoghi,
dove c'era spesso chi pregava che il Cielo desse la pace e talvolta
chi pregava che il Cielo ingoiasse il luogo degli altri. Ci
dividemmo, era il tempo di Mincha', la preghiera della sera,
la tradizione mi guido' verso la parte riservata all'uomo, Eti
e Osem entrarono nella parte dedicata alla donna. Il Muro era
alto e largo, il colore dei suoi mattoncini di pietra era chiaro
come la luce delle lampade e scrissi due parole in un foglietto
e lo misi accanto a migliaia di altri in un sussurro della pietra,
due sole parole, il piu' profondo dei miei desideri, un miracoloso
mistero che conoscevo solo io e chi avesse letto. Aveva la lunga
barba bianca e si avvicino' zoppicando, il vestito e il cappello
scuri con le trecce rituali che scendevano dai capelli e mi
mise la mano sulla testa e pronuncio' frasi come se fosse il
padre che copriva la testa del figlio in benedizione il sabato
dopo la preghiera, gli porsi quanto bastava e dopo che spari'
lo rincorsi, tra i mattoni del selciato e quelli degli edifici,
di nuovo verso il Muro da cui mi ero allontanato e a cui ero
ritornato ma lo ritrovai in un giovane, aveva la lunga barba
nera e si avvicino' zoppicando, il vestito e il cappello scuri
con le trecce rituali che scendevano dai capelli e gli misi
in mano il foglietto giallo, perche' mi ero scordato all'improvviso
il significato delle parole ed il panico si era impadronito
di me, volevo resituirlo ad Eti ed avevo paura di perdere quello
che volevo ricordare. Scrissi su un altro foglietto quelle parole,
in un'altra lingua e finalmente respirai sollevato, le due ragazze
ed io ci ritrovammo per risalire gli scalini dalla spianata
verso il centro della citta', un immenso castello, con mura
e torri di pietra colorata, e Osem pareva scalare una montagna
ed Eti ed io notammo per la prima volta la sua mano ferita e
bendata, ma il suo sorriso non mutava, perso e assorto nel suo
dolce ruolo.
Misticismo
La letteratura medica riporta i sintomi della ""sindrome di
Gerusalemme"", i visitatori della citta' santa appaiono all'improvviso
pervasi da spirito estatico e l'euforia li spinge a sentirsi
parte del centro dell'universo e a ricercare una spiegazione
solidamente mistica che giustifichi spiritualmente alcune delle
loro...ehm...caratteristiche... ""Nella Torah tutto e' scritto,
vero? e allora perche' non mi piacciono le cipolle?"", le chiesi
all'improvviso sugli scalini che salivano dal Kotel, sfidando
le sue certezze. Ma lei non rise di me e delle mie certezze,
si concentro' su quanto aveva letto e rispose seriamente :""In
un versetto della Torah si parla esplicitamente delle cipolle
e del nostro popolo...quando abbandonammo l'Egitto in fuga dal
Faraone che ci teneva schiavi, guidati da Mose' verso la Terra
dove saremmo vissuti liberi, di cinque cibi si narra che avemmo
nostalgia e uno di essi era la buona cipolla della Terra del
Nilo, la cipolla e' un segno della nostalgia verso uno stato
d'animo che riempie lo stomaco, ma non lo spirito"". E, di colpo,
compresi il senso di anni di prese in giro, di sguardi ironici,
di diabolici sotterfugi che regolarmente scoprivo, quando i
parenti cercavano di farmi credere che quelle nel piatto non
erano cipolle ma carote o bigne' alla crema, anni in cui gli
amici mi costringevano in pegno a scommesse perdute ad ingoiare
quelle verdure dall'orrido sapore, tutto si sciolse nella serena
consapevolezza che quando si cerca la propria verita' con ostinazione
e animo puro, forse, quando meno te lo aspetti, scopri che la
tua verita' ha basi solide e radici nella Storia del mondo.
Penang - Malaysia, agosto 1999
Avevo quattro serpenti intorno al collo e ci stavano fotografando,
essi erano i guardiani del tempio buddista di Penang, in cui
tutte le fedi della Terra hanno riservato un angolo e il serpente
e' considerato portatore della buona fortuna, anche se i fabbricanti
malesi che mi avevano accompagnato li' non erano molto d'accordo
sull'amicizia che i rettili mi avevano esteso, prima di firmare
i contratti di acquisto. Mi spiegarono che il serpente, nelle
tradizioni orientali, morde solamente se gli si pesta la coda
e uno di essi pareva Kah, l'amico di Mowgli nel Libro della
Giungla, mentre osservava con occhi curiosi l'essere umano appartenente
alla tribu' di coloro che, tempo e tempo addietro, un antenato
della sua tribu' aveva convinto a mangiare il frutto proibito,
provocandone la cacciata dal paradiso terrestre.
Gerusalemme, ottobre 1999
Lontani parevano i tempi in cui gli uomini non riconoscevano
nelle donne la capacita' di studiare le Sacre Scritture nelle
Yeshivot, le scuole religiose che formavano i rabbini, nei ghetti
nell'Europa Orientale. Nella moderna Israele era Eti che metteva
in dubbio che un uomo potesse tenere testa ai suoi ragionamenti
basati sui suoi studi giornalieri e mi pareva che non mi avesse
mai neppure ascoltato quando rispondevo correttamente alle questioni
teologiche che ogni luogo in quella citta' richiamava alla mente
e stava appassionatamente descrivendo a Osem le caratteristiche
del Tempio, traendole da un libro che aveva portato con se'
per l'occasione. ""Davvero sai che cosa e' questo?"" Ogni tanto
incredula si rivolgeva a me quando annuivo di fronte al disegno
dell'arca di legno e oro che ai tempi del Tempio conteneva il
Libro. Al nostro tavolino nel ristorantino attorniato dalle
pietre del viottolo della citta' vecchia l'argomento che ci
appassionava aveva avuto origine da quella mia foto che mi ritraeva
con i serpenti e che avevo mostrato tutto orgoglioso alle due
ragazze, Eti era quasi arrabbiata con me, mentre lo stupore
di Osem per le continue sorprese che apparivano dalle due anime
che accompagnava non le permetteva di abbandonarsi alla spossatezza,
anche se ogni tanto il suo sorriso era venato dal brivido al
pensiero che mai sarebbe riuscita a convincere i suoi alunni
l'indomani della ragione per la quale non aveva preparato la
lezione di psicologia. ""Questa foto e' spaventosa...ma non
sai che secondo la nostra tradizione il serpente rappresenta
il male assoluto?"" mi disse Eti con occhi scintillanti sgonfiando
il mio orgoglio come un palloncino. Ma eravamo a Gerusalemme
e io dovevo dimostrarle che anche la mente degli uomini si era
sviluppata da quando le donne ne avevano preso il posto. ""A
parte il fatto che siete state voi a farci mangiare il frutto
proibito..."" mi ripresi ""...poi il significato del serpente
e' puramente rappresentativo, l'essere umano ha la facolta'
di accettare o respingere il male, il serpente non e' il colpevole,
bastava dirgli no, grazie"". Mi guardo' come si guarda qualcuno
che per la prima volta appare davvero avere la capacita' di
pensare a qualcosa di leggermente piu' elevato che alla zuppa
di cipolle e per il resto della sera ebbi l'onore di essere
invitato a discutere della vita e del mondo con una studiosa
della Torah.
Continua.....
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