Una loggetta in un vicolo di Napoli.... .
di Franco Celentano
La mente delluomo è un mistero così come
misteriosi sono i meccanismi che provocano i ricordi.
A volte è sufficiente un profumo, una frase, un volto sconosciuto
intravisto per un attimo per far rivivere il passato, per far
tornare alla memoria brani di vita che, dimenticati per anni,
improvvisamente ti aggrediscono.
Ti accade così di essere sommerso inaspettatamente, e quasi
per caso, da antiche passioni, di essere avvinto da ricordi dolcissimi
o di essere punto da rancori che credevi ormai cancellati.
A volte ritorni ragazzo e senti di nuovo, struggente, il giovanile
desiderio per il tuo primo amore rivivendo l'emozione del primo,
esitante bacio.
Altre volte ti assale il ricordo di cose all'apparenza prive d'importanza
alle quali non avevi dato il giusto valore e che invece, a tua
insaputa, il tuo cervello ha custodito gelosamente.
Come il terrazzino di don Gennaro Bonocore a Vico Stretto ai Miracoli
dove, da ragazzo, studiavo, da solo od in compagnia del mio amico
Enzo.
La loggetella quasi immersa nel buio: un piattello
di ferro smaltato che dirigeva sul piccolo tavolo, segnato da
anni di allacciate di lardo e di melanzane sottolio,
la luce giallastra di una solitaria e polverosa lampadina.
Profumo pungente di piante di pomodoro, di basilico, di mentuccia
raccontavano a tutti che don Gennaro aveva sfruttato splendidamente
la poca terra contenuta dai secolari orci di terracotta. incrostati
di calcare poggiati ai parapetti verdi di muschio.
La voce profonda di don Gennaro:"Franco, ma li vedi che peperoncini
stanno uscendo, questanno?".
Echi del vicolo giungevano fino a noi.
Rumore di pentole, tintinnio di bicchieri, qualche voce dolce,
qualche voce irata, il suono di un mandolino ed il motivo di una
antica canzone... che sfortuna nascere a Napoli e non saper cantare!
Due occhi gialli ammiccanti, un quieto ronfare, fusa rumorose
ed amichevoli.
Frufrù, ma proprio in braccio a me devi stare?... io devo
studiare!...
Fusa più accentuate e polpastrelli morbidi, di velluto,
tiepidi, che si strofinavano sulle mie mani.
Voglia di non far niente, voglia di restare a godersi lovattato
silenzio che parlava al mio animo e sognare ad occhi aperti con
un gatto sornione che continuava a godersi la vita sulle mie ginocchia.
Voglia di raggiungere le stelle e, di lassù, stringere
il mondo in un abbraccio.
E dopo una vita intera... dopo gioie, dolori, lotte... ti strugge
improvvisamente la nostalgia e ti assale il ricordo di una loggetella
semibuia, di un gatto soriano, dei puparuncielli di
don Gennaro Bonocore e di una canzone che aleggia nei vicoli di
una città sonnolenta.
Ma forse la cosa più bella di una vita intera, che vale
la pena di ricordare è veramente questa: un momento di
pace nel buio di una notte destate.
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