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spazioscuola
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Inserito - 25/11/2011 :  13:28:27  Mostra Profilo  Replica con Citazione Invia un Messaggio Privato a spazioscuola
Tornando a casa

Bip, bip! Una macchina suona il clacson, il mio corpo ha un sussulto, torno in me, attraverso correndo la strada mentre chiedo scusa all’autista infuriato che osserva freneticamente l’orologio maledicendomi.
L’ennesima sognatrice che cammina senza pensare, o forse pensando troppo.
La mia mente si era distratta un attimo ad osservare quel nuovo, grande ed imponente centro commerciale che sta al centro della città.
Mi trovo proprio nella sua ombra anche se il vero e proprio edificio è ancora lontano.
Ho paura ad avvicinarmi.
Ho paura di essere risucchiata.
Ho paura di fare la stessa fine di quell’erba che prima cresceva al suo posto.
Ora di quell’erba è rimasto solo un segno impersonale. Solo aiuole per circondare quell’orrendo mostro e renderlo meno pauroso.
Eppure quei piccoli fiorellini lilla hanno qualcosa di strano.
Troppo irreali.
Troppo curati.
Sono finti.
Anche i bambini percepiscono questa strana sensazione. Una sensazione che non sanno spiegare, ma sanno che non è positiva.
Non possono correre nel verde e raccogliere qualche fiore da regalare alla mamma o qualche margherita per costruirsi una collana, guardano quei fiori vedendo una lontananza sottolineata dal filo che li circonda.
Un filo di ferro necessario per mantenere l’integrità e l’aspetto surreale dei fiori.
Mi accorgo di essere in ritardo, proseguo a passo spedito verso la stazione dei treni.
Do una rapida occhiata allo schermo che annuncia arrivi e partenze.
Ecco ho perso il treno.
Mi siedo sullo zaino davanti al binario numero tre aspettando l’arrivo del prossimo treno.
Sul lato opposto del binario vi è molta gente.
Il treno che stanno aspettando è il diretto per Milano.
Una voce femminile acuta e squillante ne annuncia il ritardo.
La gente sbuffa, scuote la testa, qualcuno cerca un ferroviere per chiedere spiegazioni, ma dopotutto il treno è in ritardo di soli 10 minuti, ma questo crea ugualmente grande confusione.
Sposto lo sguardo. Due innamorati che fuggono dal mondo senza sapere verso dove ma con la certezza di essere sempre insieme.
Improvvisamente ecco arrivare un grosso squalo verde. È il diretto per Milano
Le persone tirano un sospiro di sollievo osservando l’orologio.
Due minuti e il treno riparte. Sul binario non rimane nessuno, solo qualche foglio di giornale e qualche mozzicone di sigaretta spostati con noia e non curanza da un affaticato operatore ecologico.
Sta arrivano il mio treno.
Cerco un posto tranquillo dove spegnere il cervello senza paura d’essere investita da una macchina o dall’ombra di un centro commerciale.
Sono felice di tornare a casa tra le verdi colline e il profumo dei campi.
Qualche ritardatario arriva correndo ed annaspando, ma il treno non si ferma, continua la sua corsa, inesorabilmente, senza ostacoli.
Durante il tragitto un anziano cerca di aprire il finestrino.
Non sa che non si può.
Non sa che è vietato.
Non sa che deve chiedere il permesso.
Non sa che hanno fatto questa legge per impedire al vento fresco di scompigliare i capelli ed impedire al profumo di invadere la carrozza.
A che servirebbe aprire i finestrini se c’è l’aria condizionata?
L’anziano si siede sconfitto.
Il treno prosegue ma il paesaggio non cambia, case, ponti e autostrada, solo a tratti si intravede qualche campo seminato.
Il treno prosegue velocemente.
Accelera come invidioso del verde.
Accelera volendo vedere solo cemento.
Rallenta solo nei pressi di una stazione.
È la mia fermata.
Scendo stufa del grigio monotono della città.
Scendo cercando i colori con lo sguardo.
Sono delusa.
Non c’è più un posto dove rilassarci, dove rifugiarsi, dove stare tranquilli, correre a piedi nudi, ridere senza un perché e guardare il passare delle stagioni
Il paese dove sono cresciuta, dove tante volte ho giocato in strada sta cambiando, velocemente, troppo velocemente.
Per questo sono delusa, l’erba e i boschi stanno scomparendo e il colore si tramuta in grigio.
Grigio ricoperto solo in parte dai colori delle case.
Un colore finto, strano e irreale proprio come i fiori al centro commerciale.
Ho paura che quello che è successo alla città succeda anche qui.
Al mio paesino.


Miriana.


   
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