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Roberto Mahlab
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Inserito - 07/09/2003 :  14:18:33  Mostra Profilo  Visita la Homepage di Roberto Mahlab Invia un Messaggio Privato a Roberto Mahlab
Il portone gia' era caratteristico, orientaleggiante, vetri offuscati con disegni tratti dalle Mille e una Notte, all'interno colonne bianche in stile moresco, pavimenti intarsiati, pareti ad archi con quadri dorati e dovunque rami di palma.

Il locale accoglieva quella sera un nutrito gruppo di abinontanti dell'isola di concerto di sogni, il proprietario e i camerieri provenivano dall'oriente arabo mediterraneo e ci invitarono a sedere ad un tavolo gia' riccamente imbandito di tipici antipasti a base di verdure e salse.
"Ntrid achil uschrab", mormoravo tra me e me, sorridendo di poter, se avessi voluto, parlare con loro in una lingua comune, i miei genitori ancora parlano a casa l'arabo degli ebrei del ghetto di Bagdad e a furia di ascoltarli, qualche cosa mi rimane in memoria "vorremmo mangiare e bere". "Eschunai?" "Che cos'e'?" avrei chiesto mentre il cameriere ci indicava la baba ghanoug, la squisita insalata a base di melanzane con succo di melograno, "taibi ada", "buono quello!", mentre mi riempivo il piatto di taboule, grano e prezzemolo condito con succo di limone. Scambiai con gli amici il mio hummus con il loro labanh, non amo i ceci, ma mi piace il formaggio cremoso sulla pita, il pane largo e piatto.

Fu durante l'assaggio delle warak eneb, le foglie di vite ripiene di riso, che l'atmosfera divenne avvolgente, la musica del suq e una ballerina irruppe tra i tavoli, il ventre dondolava avanti e in dentro con maestria, il vestito lungo e frusciante e un sorriso gioioso e trascinante, la pelle d'ebano e gli occhi scuri, i lunghi capelli neri e le piccole mani inanellate si muovevano al ritmo allungandosi lateralmente al corpo. Mi accorsi che gli amici mi fissavano e posai uno shish kabab, lo spiedino di carne di agnello, nel piatto e mi rivolsi a loro incuriosito.
"Nefertiti" mi stava dicendo Beppe e tutti gli altri annuivano, "vogliamo sapere, devi tornare".
Li guardai stravolto, ma prima che potessi proferire parola mi sentii attratto verso un vortice, la veste della ballerina volteggiava e mi aveva ghermito, i suoi occhi mi stavano risucchiando e la sua bocca tinteggiata da un rossetto porpora rideva con atteggiamento di sfida. Mi persi nel nulla.

Avevo sete, le pupille mi dolevano ogni volta che alzavo le palpebre al sole infuocato, l'aria secca e tersa del deserto, ero sdraiato su un carretto, tra sacchi pieni di grano, "mi inta?" "Chi sei?", mi chiedeva un uomo che mi camminava al fianco. "Wen oni?", "dove sono?" potei solo rispondere con la gola riarsa, "schweia maim...", "un po' d'acqua" e da un piccolo otre sgorgo' quel liquido limpido che poco a poco mi riporto' alla coscienza, "yauash!", "piano!", si raccomando' una donna mentre mi rimettevo in piedi faticosamente e li raggiungevo sulla sabbia, fuori dal carretto.

"Eshlonak?", "come stai?", mi chiese l'uomo. "Yani...", "insomma...", certo si notava quanto fossi perplesso mentre masticavo un burak che mi avevano offerto, il fagottino di sfoglia ripieno di formaggio.
"Ti abbiamo raccolto alla periferia di Ugarit, vagavi senza meta, in stato di semincoscienza, insieme a tante altre migliaia di persone. "Ugarit?", mi ando' di traverso il boccone "il porto a nord di Aleppo? E che ci facevo a Ugarit?". L'uomo rise all'insensatezza della mia domanda e riprese "il terremoto di sei notti orsono e poi il maremoto, Ugarit e il suo porto non esistono piu'", concluse tristemente.
"Il terremoto...dimmi, amico, che tempo e' questo?", presi tra le mie mani il tessuto della sua tonaca mentre chiedevo e solo allora mi resi conto che anche io vestivo di una veste chiara, la mano libera mi scorse sul viso, avevo la barba lunga e la mia pelle era bruciata dal sole. "E' il 16 di Mechir, oppure il 25 di teveth dell'anno 2390 degli ebrei". Mi scoppiava la testa e mi sedetti su una roccia per cercare di comprendere, gli amici a tavola e poi il loro strano comportamento e poi la menzione di Nefertiti e poi....feci due conti e dalle parole dell'uomo che mi aveva salvato compresi che mi trovavo a poco piu' di tremilatrecento anni indietro nel tempo da quella cena araba.

"Dove sta andando la tua carovana?" chiesi ancora mentre procedevamo verso il tramonto.
"Trasportiamo legna verso l'Egitto, per i palazzi di Amenhotep quarto, arrivano ordini enormi da parte della corte perche' stanno cambiando tutti i loro idoli e erigendo statue all'unico Dio-Sole, Aton, scambiamo la nostra mercanzia per oro, l'oro oggi vale due volte piu' dell'argento, pensa, si narra che a tempi degli Hyksos, fosse il contrario".
Cadeva la notte e la carovana si accampo', guardie facevano i turni per dare l'allarme in caso di avvicinamento di sconosciuti. "Tempi bui per l'Egitto e i territori su cui si estende", mi raccontava la mia guida, "gia' da Babilonia non parte piu' nulla dopo l'assalto di Shumhadda, re di Shimron e di Zurata, re di Acco, vicino alla citta' di Hanaton hanno fatto razzia, Achiatav, il messo del re di Babilonia e tre mercanti hanno rimesso la loro vita e la mercanzia e' stata rubata. La Terra di Canaan e' travolta dalle ribellioni e dalle battaglie da Gerusalemme a Megiddo, dal nord premono gli Amoriti, Aleppo, Sidone, Tiro e Damasco sono alla portata dei rivoltosi. Gli Ittiti piu' a nord fanno il doppio gioco, appoggiano ora i rivoltosi, ora i fedeli al faraone. L'esercito e' allo sbando e il suo popolo non lo segue, da quando ha sostituito con l'unico Dio-Aton la pletora di dei di Amon".

Molte albe e molti tramonti passarono e la carovana giunse nella terra di Goshen, tra il deserto del Sinai e il delta del Nilo. Era la terra in cui risiedevano i discendenti di Giacobbe, dopo che il Signore lo denomino' Israele. Vicino ad alcune capanne si erano riunite molte persone e mi avvicinai per ascoltare un uomo che le arringava :"Io sono Merari, figlio di Levi, fate attenzione, popolo di Israele, molti di noi hanno abbandonato queste terre di pastori per andare nelle citta' a commerciare in tessuti di lino, Ashbea ha fatto fortuna a Memfi, ma ha dovuto adattarsi, parla la loro lingua e partecipa ai loro riti. Noi dobbiamo rimanere i pastori a Goshen, parlare la nostra lingua e tramandare i nostri riti ai nostri figli".

La carovana si mosse verso il sud del delta del Nilo e attraversammo citta' in cui gli emissari di Amenothep quarto portavano la nuova fede :"Aton, il disco del sole, e' la sola divinita', ha creato e sostiene l'Egitto, la Nubia, Canaan e anche le terre al di la' di esse, ne' uomo ne' animale, non ha le forme dei vecchi dei, eccetto il disco del sole, il re e' figlio di Aton, come suo padre il sole, rinasce ogni giorno, il re Amenhotep sara' conosciuto d'ora innanzi come re Akhnaton".

Giugemmo ad Akhetaton, la citta' sacra tra Memfi e Tebe, sul grande fiume, da essa il re aveva giurato di non allontanarsi mai, insieme alla sua famiglia e alla bellissima moglie Nefertiti. Fu commovente staccarmi dai miei salvatori della carovana e mi incamminai da solo nelle stradine alla ricerca di che cosa, non lo sapevo ancora. Gradini di pietra mi condussero all'interno di una bottega, un uomo lavorava di lena con uno scalpello su pietra, il sole e una famiglia attorno ad una tavola imbandita e poi disegni di donne che suonavano strumenti ad archi e un boschetto con uccelli e piccoli animali e statue di principesse.
"Benvenuto, io sono Auta, uno degli artisti di corte", mi accolse con un sorriso radioso, "vedo che l'arte rende felici", gli feci di rimando, "lo puoi dire, almeno da quando il faraone Akhnaton ha cambiato la nostra vita, non devo piu' disegnare e scolpire un mondo che non esiste, dei che nessuno ha mai visto, posso rappresentare finalmente la realta', famiglie, musica, quello che i miei occhi vedono io lo riporto fedelmente e il sole illumina il tutto, e' un nuovo grande momento per l'arte dell'Egitto, guarda questo busto della regina, Nefertiti, l'ho ritratta proprio come e' lei, bellissima, la principessa di tutte le donne, del sud e del nord, ha dato gioia al nostro sovrano, anche se solo tre figlie femmine ma..." e inizio' a bisbigliare "si dice che abbia sorriso a Shubbiluliu, il re degli Ittiti, lui ha gia' messo al mondo sette figli maschi..." e riprese a scolpire ridendo sotto la barba.

La bottega a fianco era tappezzata anche all'esterno da pezze colorate e due giganteschi nubiani dalla faccia feroce erano fermi sull'ingresso e mi impedirono di entrare.
Una donna udi' il tafferuglio e corse verso di me e con un gesto ottenne che le guardie mi liberassero dalla loro morsa, "chi sei?", mi chiese come se mi aspettasse, mi sentii assurdo, le avrei detto che poche sere prima ero a cena con gli amici e.. "il mio nome e' 'Succo di nocciolo di cilegia nera', vengo dalla terra di Ur", la mia voce non aveva chiesto il permesso alla mia mente per farsi sentire. "Io sono Teferiri, creo i vestiti per Nefertiti, la moglie di Akhnaton, il figlio dell'unico Dio-Sole, vieni, entra, voi della terra di Ur siete noti per il gusto nelle stoffe, vieni a vedere". Mi guido' lungo un corridoio di pietra chiara, l'aria si manteneva fresca grazie all'ombra, sposto' una tenda dal colore dei diamanti e le andai dietro, una donna aspettava in piedi al centro della stanza, rimasi a bocca aperta, era vestita di una sola veste lunga dalle spalle ai piedi, in lino finissimo, un unico disegno di conchiglia, l'orlo anteriore era abbellito da una frangia. I suoi soffici capelli erano intrecciati a fili di lana di pecora e creavano una sensazione di pettinatura imponente, una striscia di pelle di cobra attorno al capo, tenuta fissa da minuscoli stecchetti di legno. Attorno al collo tre giri di pietre preziose.
"Questo vestito e' per il giorno della consacrazione di Akhetaton, la citta' sacra, saro' al fianco di mio marito, il faraone Akhnaton, io sono la regina Nefertiti, benvenuto straniero di Ur, il tuo incarico e' di portare la mia voce al popolo di Canaan e alla terra di Goshen".

Mi fece segno di sedermi accanto a lei su uno scalino di pietra alto e con un gesto congedo' la sua sarta, pose le sue mani sulle mie e i suoi occhi nei miei e mi racconto' :"La madre del faraone e io discendiamo dalla stirpe degli ebrei, la regina Tiy gia' al regno di Amenothep terzo elevo' un altare a 'Adon', nella lingua ebraica significa Signore, nella lingua d'Egitto venne pronunciato 'Aton'. Dopo che il faraone mori', la regina madre volle che suo figlio, mio marito, venisse educato da maestri di stirpe ebraica, come Merira, uno dei suoi consiglieri piu' ascoltati. Furono tempi difficili, i sacerdoti di Tebe e i seguaci di Amon gia' allora si riunirono contro il nuovo credo. Ma Akhnaton sorprese tutti, appena dopo l'incoronazione, proclamo' drasticamente la sostituzione degli idoli con l'unica divinita'. Il popolo fu confuso, i sacerdoti iniziarono ad ordire i piani di rivolta, i confini furono violati da molti eserciti, il nostro esercito e' scoraggiato".

"Che vuoi che io riferisca a Merari, figlio di Levi, nella terra di Goshen, egli sta insistendo presso i pastori d'Israele affinche' non abbandonino la tradizione per adattarsi alle cerimonie in onore di Apis e di altri idoli. L'unico Dio di Akhnaton e' una speranza per il loro futuro?"

"No, succo di nocciolo di cilegia nera, uomo di Ur, non devono coltivare speranze", Nefertiti parlo' con emozione, ma fredda disperazione :"l'odio contro i popoli dall'unico Signore e' seminato dai sacerdoti degli dei e la fretta del faraone ha precorso i tempi, anche se unico Dio, Adon non si identifica ancora con quello di Abramo, Isacco e Giacobbe, il sole e' parte della natura e dunque non creatore di essa, non viene raffigurato come portatore di giustizia e come richiedente di giustizia e infine Akhnaton dice di esserne il figlio, autoproclamandosi divinita' umana. Il faraone ha avuto il coraggio di rompere con l'antica tradizione e si e' mosso verso l'idea di divinita' unica, concetto introdotto nella terra d'Egitto dai figli di Abramo, ma e' rimasto in mezzo al guado, in balia dei sacerdoti di Amon che controllano le masse d'Egitto e senza congiungersi con il popolo degli israeliti. Fino a che Akhnaton vivra', i suoi editti saranno rispettati, ma dopo non ci sara' nessuno a farli rispettare, non si puo' modificare le credenze di un popolo a mezzo di editti. Presto i sacerdoti avranno indietro il loro potere, presto anche il ricordo di noi sara' calpestato, le nostre immagini deturpate".

"Regina Nefertiti, riferiro' a Merari che il tempo non e' ancora giunto, che si preparino a vivere ancora con intensita' e non serenita'. A volgersi verso un'altra terra che non e' l'Egitto".

Ci alzammo, sempre tenendoci per mano e salimmo sul tetto della casa di pietra, la vista era sul grande fiume Nilo, lei disse :"Quanto vorrei sapere, quanto dovranno ancora vagare? quanto il mio volto sara' ricordato per i suoi tratti?".

"Migliaia di anni, tra il fuoco e il sangue dovranno ancora vagare, ma il tuo volto sara' ricordato per i suoi tratti".

Apri' la sua mano e mi offri' dei dolci d'oriente, un baklawa e un lukum, ne vado goloso e li ho portati alla bocca e sono ricomparsi i miei amici attorno al tavolo ricolmo di leccornie del Mediterraneo, la danzatrice del ventre si arrotolo' su se' stessa un'ultima volta e trionfalmente riapri' le braccia e si arresto' insieme alla musica gettando i folti capelli all'indietro, ad accogliere gli applausi.

"E' veramente bella" mi stava mormorando all'orecchio Beppe, "ma dimmi, il volto di Nefertiti, era deturpato come nei ritrovamenti?".

"Oh no, il volto di Nefertiti era perfetto, ci avrebbe fatto vibrare, anche oggi".

Roberto Mahlab

*** Chronicles, the News of the past, da cui ho tratto alcuni brani, e' una collezione di episodi della Bibbia e di quei tempi narrati a forma di quotidiano, sono editi dalla fondazione Reubeni di Gerusalemme, li trovai un giorno in cui mi persi per i viottoli della Citta' Vecchia, in un piccolissimo negozio che sembrava un antro scuro tra due tratti di mura in pietra bianca, non sono mai piu' riuscito a localizzarlo, ma i preziosi volumi sono al posto d'onore nella mia libreria.

   
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