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 4 Favole e Racconti / Tales - Galleria artistica
 Don Calogero
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Gabriella Cuscinà
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Italy
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Inserito - 24/04/2003 :  12:04:07  Mostra Profilo  Visita la Homepage di Gabriella Cuscinà Invia un Messaggio Privato a Gabriella Cuscinà
Don Calogero

Riccardo lavorava da molti anni come direttore di banca ed era sempre stato molto scrupoloso nel suo lavoro.
Era divenuto casualmente amico di Don Calogero.
L’aveva conosciuto anni addietro quando era appena uscito dal carcere. S’era presentato alla sua banca e gli aveva chiesto di poter depositare venti milioni di vecchie lire.
Lui aveva voluto delle precise referenze e ogni altra informazione necessaria. Dunque quell’uomo aveva iniziato a narrare la sua storia:

“Facevo parte di una cosca mafiosa e non mi mancavano sulla coscienza morti ammazzati e rivali eliminati.
Un giorno mi trovavo con mio comparare Pippo in mezzo alla strada e improvvisamente fummo avvicinati da un’auto. Ne scesero tre energumeni e ci fecero salire a forza e sotto minaccia di pistole. Cercammo di reagire, ma capimmo che non avrebbero esitato a sparare. Erano in quattro compreso il guidatore che, accelerando, uscì dalla città e si diresse verso una zona montagnosa e solitaria. Non capivamo le loro intenzioni. Sapevamo solo che appartenevano ad una cosca nemica .
Dopo un’ora circa di strada, ci fermammo in una landa desolata e circondata da montagne. Ci fecero scendere dall’auto e ci condussero dietro una rupe. Dietro di questa si apriva una grotta sotterranea; ci spinsero dentro violentemente e ci colpirono con il calcio delle pistole. A questo punto, presero a chiudere la grotta dall’esterno con dei grossi massi e con della calce.
Era tutto chiaro: avevano deciso di toglierci di mezzo con il sistema della
‘Lupara bianca’. Ci facevano scomparire.
Saremmo morti murati vivi lì dentro!
Eravamo storditi, ma comprendemmo ciò che stava succedendo e cominciammo ad urlare, ci precipitammo contro i massi cercando di non farli porre tra noi e loro. Davamo calci e pugni come forsennati, ma fu inutile. In breve tempo avevano chiuso e murato l’apertura della grotta.
Il nostro destino era segnato! Un destino orribile: morire come i topi in trappola. Non avremmo potuto né mangiare, né tanto meno bere. Vi era solo qualche spiraglio di luce e d’aria, ma la morte ci attendeva soprattutto per mancanza d’acqua.
Eravamo disperati e terrorizzati.
Non saprei ripetere e descrivere quel che si provi a vedersi chiusi per sempre e senza speranza. Credo che avessimo gli occhi usciti dalle orbite e le nostra urla erano grida orrende di raccapriccio e orrore!
Continuavamo a tempestare di calci i massi, ma erano stati bloccati con la calce, dunque era impossibile che si spostassero minimamente. Ci aggrappavamo a quelle pietre, cercando gli spiragli di luce e continuavamo ad urlare.
Non si potrà mai capire ciò che si prova ad essere rinchiusi sottoterra. Ogni umana immaginazione non potrà mai realizzare concretamente quella sensazione di soffocamento, d’impotenza, di perdita della libertà. Davvero sembra d’impazzire! La reclusione nelle carceri degli uomini, in confronto, pare un gradito soggiorno in un albergo di lusso.
Piangevamo e ci disperavamo.
A poco a poco, ci rendevamo conto di doverci rassegnare a morire. Ma allora avremmo preferito un colpo secco d’arma da fuoco e farla finita per sempre. Là dentro invece mancavano pure i mezzi per suicidarci.
Dalla luce che filtrava riuscivamo a capire solo l’alternanza del giorno e della notte. Sicuramente passava abbastanza aria di ricambio per permetterci di respirare.
Per i primi due giorni cercammo di non pensare alla sete. La fame quasi non la sentivamo. Al terzo giorno capii che Pippo non reggeva più e che la sete lo stava straziando. Anch’io mi sentivo riarso e volevo morire.
Al quarto giorno il mio compagno si sdraiò a terra e al quinto iniziò a lamentarsi. Il giorno dopo perse conoscenza e ricordo di avere provato invidia nei suoi confronti.
Eppure quando ormai ogni forza mi stava abbandonando, come in sogno, udii dei rumori provenire dall’ingresso della grotta. Stavano cercando di rimuovere i massi. Mi trascinai a stento là vicino e cominciai a lamentarmi. I rumori si fecero più forti.
Davano dei forti colpi di piccone sulle pietre ed esse a poco poco, cominciarono a sgretolarsi.
Con quel poco di voce che mi restava, chiesi implorando dell’acqua. Poi ricordo di essere svenuto.
I nostri soccorritori erano stati i Carabinieri che erano venuti a cercarci. Infatti erano stati avvisati da un anonimo pastore che, non visto, aveva assistito alla scena del seppellimento. In un primo tempo, non aveva detto nulla. Poi preso dai rimorsi di coscienza, aveva voluto avvisare le forze dell’ordine. L’aveva fatto appena in tempo a salvare me, ma purtroppo non si salvò Pippo, che già si trovava in grave stato di disidratazione. Morì di lì a qualche giorno.
Fui riconosciuto e condannato a trent’anni anni di carcere. Ne ho scontato solo venti per condono e per buon comportamento.
Dentro il carcere ho appreso a fare il falegname e ho venduto i mobili che fabbricavo. Ho guadagnato dei soldi onestamente per la prima volta nella mia vita.”

Negli anni della detenzione sua moglie e i suoi figli erano stati uccisi dalla cosca rivale.
Don Calogero aveva depositato i suoi venti milioni nella banca di Riccardo e lui l’aveva aiutato a fare buoni investimenti. Dunque gli aveva fatto guadagnare altri soldi. Però non aveva più a chi lasciarli e allora l’aveva consigliato a fare dei lasciti per opere di carità. Lo aveva ascoltato, e non era mai stato tanto felice come nel momento in cui aveva firmato le carte in cui sottoscriveva un lascito per i bambini colpiti da neuroblastoma.


Gabriella Cuscinà

   
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