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Gabriella Cuscinà
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Italy
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Inserito - 15/04/2009 :  18:01:59  Mostra Profilo  Visita la Homepage di Gabriella Cuscinà Invia un Messaggio Privato a Gabriella Cuscinà

6
Molto spesso Diego si serviva della funicolare per circolare a San Francisco. Un giorno viaggiava su questa e non era di buon umore. Anzi aveva lo sguardo torvo a causa di taluni affari che non avevano avuto buon esito. Un signore lo guardava e a un certo punto gli chiese: -Perché non provi a sorridere? Coraggio, prova a sorridere.- Così dicendo gli aveva dato un biglietto del Circo che in quei giorni era in città.
-Che! Cosa dice?- aveva esclamato.
-Alle venti c’è lo spettacolo del Circo. Perché non vieni?- ed era sceso.
Poco dopo anche Diego era sceso e vicino la fermata vide affisso un manifesto pubblicitario del Circo. Nel cartellone vi era raffigurato un clown che era proprio lo sconosciuto. Alle venti vi andò e riuscì a sedersi tra le prime file. Quello spettacolo lo divertì; poi il presentatore annunciò un clown e venne fuori il famoso sconosciuto che gli aveva regalato il biglietto. Si esibì in battute e facezie. Lo spettacolo finì e Diego sentì il bisogno di parlare con il clown. Gli fu facile perché lo vide fuori dal tendone, quasi lo aspettasse.
-Ciao, ti sei divertito?-
-Sì, ma perché mi hai regalato il biglietto.- Diego lo guardava perplesso.
L’altro continuò: -Tu credi che in cambio non riceva niente. Ma dalle persone che ridono, ricevo molto. Scordano i loro guai. Riesci a immaginare cosa provo quando mi accorgo che il merito è mio?-
L’altro l’ascoltava in silenzio.
-Ho scelto io questo lavoro e non lo cambierei mai. Alcuni usano la parola pagliaccio come un insulto, ma credimi, sono fiero di essere un pagliaccio. Mentre la gente ride, anch’io scordo i miei guai. Li devo scordare per forza e ridere per primo. Un po’ come viene detto nell’Opera I Pagliacci. < E se Arlecchin t’invola Colombina, ridi pagliaccio e il pubblico applaudirà> . Talora ho la morte nel cuore, ma devo sforzarmi di ridere e sorridere. E’ il mio mestiere.-
-E’ vero,- esclamò Diego -stasera hai ridato il buon umore anche a me.-
-Guarda che lo potresti fare anche tu. Anzi sicuramente lo avrai già fatto, raccontando storielle divertenti ai tuoi amici. Cerca di sorridere sempre a tutti, anche nei momenti più bui. Forse troverai qualcuno che ti ringrazierà per avergli dato un momento di allegria.-

Tra le tante attività della sua organizzazione, Diego si occupava pure di scrittori e libri europei da presentare e promuovere presso gli editori americani. Si era interessato del romanzo di una scrittrice siciliana che conteneva una storia di mafia molto interessante. Stampato e pubblicato negli Stati Uniti, aveva riscosso un certo interesse. Quel libro parlava di un attentato di mafia subito dalla stessa autrice. Era un’insegnante siciliana che aveva tenuto lezioni contro l’Onorata Società. Nel romanzo, la scrittrice raccontava di aver prestato servizio in un paese ad alta densità mafiosa. Quindi aveva profuso il suo impegno per far cambiare nei ragazzi la mentalità, basata ancora sulle leggi dell’omertà e del silenzio.
-Ragazzi, dovete denunciare, dovete parlare, dovete dire quello che sapete, altrimenti i mafiosi faranno sempre i comodi loro, certi del vostro silenzio.-
-Professoressa, ma se parliamo, ci chiamano spioni e ci ammazzano,- dicevano i suoi alunni.
-Bisogna avere coraggio, bisogna parlare, altrimenti non cambierà mai niente.-
Faceva leggere e studiare testi sulla storia della mafia, sulle sue usanze e crimini efferati. Poi un giorno, mentre stava tornando a casa dal paese, le sabotarono la vettura e rischiò di morire. A un tornante della strada, sentì i pneumatici che slittavano; capì che le ruote erano state manomesse e cercò di rallentare. Dalla parte opposta, giungeva un camion enorme e invadeva quasi tutta la carreggiata. Cercò di frenare, ma fu peggio, perché in quel punto la strada era viscida e in discesa, quindi perse il controllo del mezzo, le ruote andavano ormai libere e il manubrio pareva impazzito. L’ultima cosa che vide fu l’esplosione del parabrezza dovuta all’impatto violentissimo con il camion.
-Ragazzi, non dobbiamo lasciare che i mafiosi ci prevarichino. Loro sono ladri e assassini. Dobbiamo reagire; voi dovete credere nei valori dell’onestà, della giustizia e della legalità. Non dovete lasciarvi rubare la vostra libertà.- Così aveva detto durante l’ultima lezione e i ragazzi avevano esclamato: -Stia attenta professoressa, qualche volta la faranno pagare anche a lei.-
E così era stato. Adesso un buio nero e profondo la sovrastava dentro l’auto. Era tutta insanguinata e incastrata tra le lamiere. Poi un tizio aveva cercato di estrarla dall’auto fracassata. C’era riuscito e le aveva salvato la vita. Se l’avesse lasciata là, sarebbe morta per dissanguamento, invece l’avevano trasportata all’ospedale civico in stato comatoso e i medici avevano detto che la prognosi era riservata. Aveva un trauma cranico, il viso lacerato dal vetro esploso, quattro costole fratturate, la mano sinistra deturpata, le rotule delle ginocchia con fratture multiple.
-Anche se me la faranno pagare, io non ho paura ragazzi. E’ proprio la paura la causa di tutti i mali della Sicilia.- In seguito, tra atroci sofferenze, la professoressa ripensava a queste parole e sapeva che avrebbe preferito non averle mai pronunziate e non sopportare operazioni di chirurgia plastica, ricostruzione delle ginocchia e della mano, lunghi giorni di degenza e lunghi periodi di riabilitazione motoria. Quando in ospedale fu sciolta la prognosi e riacquistò conoscenza, ricevette la visita dell’autista del camion che cominciò a piangere e a chiedere perdono. Lo perdonò. Si trattava poi di perdonare i mafiosi del paese. Questo fu molto più difficile.
Dopo parecchi mesi, riprese servizio nella stessa scuola destando molta sorpresa; un bidello incontrandola esclamò: -Ma lei è di nuovo qua professoressa! Allora vuol dire che è dura a morire!-
Quella che sarà dura a morire è la mafia, pensava lei. Pensava che quell’uomo avesse una mentalità mafiosa difficilmente estirpabile. Ma bisognava continuare a lottare, insegnare la legalità e lavorare, dare l’esempio e andare avanti. Naturalmente non poté mai dimostrare che era stata vittima di un attentato, poiché della sua vettura non era rimasto nulla. Solo un ammasso di rottami. Aveva continuato a insegnare e a svolgere le sue lezioni antimafia. Poi era stata trasferita in un’altra scuola in città.
Era tornata dopo dieci anni in quel paese e lo aveva trovato trasformato. Le avevano detto che molti mafiosi del luogo erano stati arrestati e che adesso si viveva meglio, senza soprusi e paure. Si era sentita orgogliosa di avere contribuito anche lei a quel nuovo stato di cose.

7
In Sicilia, Diego aveva una cugina quasi novantenne che aveva sempre desiderato rivedere; pensò che fosse giunto il momento di andarla a trovare. La cugina Sara era completamente sola perché il marito era morto, il figlio maggiore lavorava in Germania, il secondo era in Argentina e la figlia femmina era morta per un tumore maligno. Viveva in una grande casa del centro storico di Palermo e dal suo terrazzo vedeva e udiva il mare. Quel mare che aveva tanto amato perché il defunto consorte era stato capitano di marina.
Da ragazzo, Diego aveva trascorso periodi felici insieme ai cugini. Ricordava i tramonti magnifici della Sicilia, un mare stupendo e limpido come mai aveva rivisto nella vita. I monumenti antichi gli erano rimasti nel cuore e il cielo azzurro gli aveva accecato gli occhi. Con piacere rivide quei luoghi insieme a Rachele e la gioia più grande fu quella di rivedere Sara, che lo strinse teneramente e lo face sentire subito a suo agio come quando era giovane. Anche Rachele fu accolta a braccia aperte. Sara domandò curiosa: -Ma perché abitate a San Francisco, scusa? E’ una città soggetta a terremoti.-
-Sara, il mio lavoro è là; la mia organizzazione ha la sede principale a San Francisco. E poi oggi tutte le costruzioni sono antisismiche. E’ divenuta una città modernissima.-
-Sì, ma ricordo che quando ero giovane si parlava molto del terremoto del 1906. Lessi i giornali che mio padre aveva conservato e mi fece impressione ciò che accadde e causò la morte di tante persone.-
-E cosa hai letto?- aveva domandato Rachele. -Vuoi vedere che ne sai più di noi!-
-Beh, lessi che tutto cominciò con un boato tremendo, un frastuono inverosimile che attraversò la città. Era come se venisse sollevata in alto sulla cresta di un’onda e poi scaraventata giù. Ho letto che San Francisco sussultò tra scricchiolii di ogni genere, vetrate caddero in frantumi, cornicioni piombarono sul selciato tra il crollo delle murature. Lessi che erano saltate pure le condutture del gas e che s’incendiarono i palazzi.-
Diego aveva soggiunto: - Ora basta però di parlare di cose tristi. Ti racconto un fatto particolare che mi è capitato a San Francisco mentre passeggiavo in bicicletta. La domenica, se il tempo lo permette, i parchi vengono occupati da battaglioni di famiglie che preparano il pranzo festivo con l'immancabile barbecue. Le etnie sono disparate e ognuno cuoce le carni e le verdure della propria tradizione. E’ una festa anche per i gabbiani che sono a centinaia. Mentre pedalavo, uno stormo di questi uccelli stava banchettando con i resti del barbecue di una famiglia latinoamericana. Non so cosa abbia spaventato i gabbiani, sta di fatto che si sono alzati in volo contemporaneamente sorvolando la pista ciclabile e hanno riversato, sui numerosi ciclisti, una scarica di cacche simile a un temporale. Io credevo d’essere rimasto indenne e pulito e mi sono fermato a ridere come tutti gli altri, invece i ciclisti colpiti sbraitavano incessantemente. Credevo di essere rimasto intonso, ma osservandomi meglio in una delle pareti a specchio dei palazzi, ho visto che la mia maglietta era tutta schizzata di cacca.-
Sara scoppiò a ridere.


Molti anni prima, mentre stava visitando un museo americano, Diego era stato colpito dal ritratto di una nobildonna del Cinquecento. Era l’immagine di una dama dai capelli scuri e raccolti attorno alla nuca. Gli occhi erano severi e dolci al contempo. Le labbra carnose avevano un atteggiamento superbo. Nell’insieme, quel volto risultava assai affascinante. Gli era sembrato di conoscerlo da sempre, di avere già visto quella donna in un lontano passato. Ma poi aveva riflettuto che era un fenomeno comune a molti e non ci aveva più pensato. Ora nella casa di Sara rivide quel ritratto. I suoi occhi si posarono su un quadro con un’antica cornice dorata e guardò la donna che vi era raffigurata. Lo stesso ritratto e la stessa donna. Di nuovo gli tornò l’impressione di averla conosciuta, di averla già vista.
-Sara, ma di chi è quel dipinto? L’ho ammirato in un museo americano.-
-L’ha eseguito un pittore fiorentino del Cinquecento. Rappresenta la sua amata. Naturalmente questa è solo una copia.-
-Sai, anche la prima volta che lo vidi, ebbi l’impressione di aver gia conosciuto quella donna.-
-Ah sì? Pure io a volte ho la stessa sensazione quando osservo un quadro. Pensa che una volta mi feci ipnotizzare da un mio amico per questo motivo.-
-Cosa? E perché?-
-Perché il fenomeno si era presentato spesso e allora, giacché un mio amico psichiatra fa l’ipnotizzatore, mi sottoposi a una sua seduta.-
-Ma brava Sara! Adesso non dirmi che sei vissuta in un un’altra epoca, tanto non ci crederei. Guarda che io nego la possibilità di essere in balia della volontà di un’altro. -
-Non importa che tu ci creda o no, ma durante la seduta parlai con voce diversa e raccontai di una monaca di cui sapevo tutto.-
-Ma va! Una monaca! Tutt’al più potevi essere Giovanna d’Arco ah ah ah ah ah ah.-
-Ridi, ridi, ma io credo che il Purgatorio possa consistere nelle continue reincarnazioni. Sono credente e anche la religione cattolica parla di redenzione attraverso la purificazione delle anime. E se questa purificazione si ricevesse attraverso il tornare a vivere?-
-Non è possibile! Io penso a mio figlio e non vorrei mai che si trasformasse e diventasse un altro essere umano. E’ mio figlio e tale sempre dovrà restare. Anche dopo la mia e la sua morte. La dignità dell’uomo consiste proprio in questo: nell’essere unico e irripetibile. Come l’attimo fuggente che mai tornerà, così pure l’uomo mai si ripeterà.-
-Ma Dio Creatore può tutto Diego! Avrà potuto anche assegnarci una purificazione che consista nella reincarnazione.-
-Se io m’indigno al pensiero che mio figlio si trasformi e diventi il figlio di un altro, come può il Padre Eterno permettere che i suoi figli cambino, che vivano vite diverse diventando persone appartenenti a epoche, paesi e condizioni completamente diversi?-
-Allora perché non ti fai ipnotizzare? Guarda che il mio amico ormai è in pensione, ma all’occorrenza esercita sempre.-
Diego guardò la cugina per un attimo perplesso. Poi si grattò il mento e la testa, abbassò lo sguardo e soggiunse: -Va bene, ci sto. Mi faccio ipnotizzare. Telefona al tuo amico.-
-Bada che l’ipnosi modifica le tue funzioni di veglia e determina l’insorgenza di una condizione molto simile al sonnambulismo. Potresti avere rigidità muscolare, allucinazioni, ma si cerca in genere di farti esercitare in particolare le facoltà mnemoniche.-
-Sono pronto a tutto. Se prendo una decisione, non mi lascio intimorire da nulla.- Diego pareva davvero deciso ad affrontare questa nuova esperienza.
-Bene, telefonerò al mio amico e vedremo quando sottoporti a una seduta.-
L’amico di Sara era il dottor Paolo Tasca, un anziano medico in pensione che aveva esercitato come neurologo e psichiatra. Aveva inoltre il brevetto per esercitare l’ipnosi a scopi terapeutici e diagnostici. Nella sua lunga vita travagliata, aveva avuto delle amanti ma mai una moglie. Era stato amico del marito di Sara; in seguito, era divenuto amico di famiglia. In realtà era sempre stato innamorato di lei, ma non glielo aveva mai confidato per non rovinare il magnifico rapporto d’amicizia e perché troppo rispettava i suoi antichi e sani principi di correttezza e onestà coniugale. Quindi il loro rapporto, col tempo, s’era rinsaldato e il dottore era divenuto suo confidente oltre che medico curante. Per ogni minima cosa, Sara gli telefonava, seguiva la dieta alimentare che lui le consigliava, prendeva i farmaci che lui aveva prescritto.
Una volta Paolo Tasca le aveva raccontato il modo in cui aveva acquisito le facoltà d’ipnotizzare le persone. Suo padre si era ammalato gravemente ed era rimasto paralizzato a letto. Soffriva atrocemente e spesso lo pregava di non curarlo più e di lasciarlo morire. I suoi occhi erano divenuti profondi, acuti e penetranti e sembravano scrutare Paolo quasi a chiedergli se preferisse farlo continuare a soffrire o saperlo in pace per sempre. A quei tempi il dottore era vissuto in un eterno dilemma. Sapeva che doveva continuare a curarlo e a tenerlo in vita, ma vedere soffrire terribilmente una persona amata era uno strazio insostenibile. Gli occhi del padre continuavano a perseguitarlo, tanto che li sognava pure di notte. Lo guardava e quello sguardo era lì presente, indagatore, accusatore. Sino a che gli spasimi dell’ammalato divennero tremendi, indicibili; allora decise di smettere ogni accanimento terapeutico e attese che morisse. Esalando l’ultimo respiro, il poveretto rimase con gli occhi spalancati, fissi e vitrei. Paolo li chiuse con la sua mano, ma da quel momento quello sguardo divenne il suo: penetrante, acuto, profondo.
Qualche tempo dopo, scoprì che se puntava i suoi occhi negli occhi di una determinata persona, quella a poco a poco si stordiva e cominciava a seguire i suoi movimenti e la sua voce. Fu così che capì di poter fare l’ipnotizzatore e di poter mettere la sua facoltà al servizio della gente.
-Pronto, ciao Paolo, come va? Sai, c’è qui un mio cugino e vorrebbe sottoporsi a una tua seduta di ipnosi. E’ possibile?- Sara aveva esordito così, chiamando il medico.
Risposta: -Perché? Vi è un motivo terapeutico?-
-No no. E’ solo una ragione puramente accademica e che a che fare con la curiosità.-
-Non credo che la curiosità possa riguardare una seduta di ipnosi.-
-Paolo, mio cugino non crede nell’efficacia della terapia ipnotica e nella possibilità di essere veramente in balia della volontà di un’altra persona.-
Il medico era rimasto un attimo in silenzio, poi: -Il discorso è lungo, Sara; va bene venite a trovarmi domani a casa.-
Il mattino seguente Diego era con la cugina a casa del dottor Tasca.
-Lei dunque è il famoso cugino americano,- disse quest’ultimo a presentazioni avvenute.
-Sono il cugino americano, ma non sono famoso,- aggiunse lui con il consueto tono faceto.
-Dico famoso, perché non sa quante volte Sara mi ha parlato di lei, delle sue capacità imprenditoriali e dell’affetto che vi lega.-
-Già, immagino quello che può averle detto.-
-E perché scusi, non crede nell’ipnosi. Ho curato parecchia gente grazie a questa metodologia.-
-Mi hanno detto che nello stato ipnotico si possono verificare fenomeni di vario genere, quali paralisi, modificazioni del ritmo cardiaco, spasimi. Ora io credo che non bisognerebbe sottoporre i pazienti a tali cose.-
-Non tutti i medici psichiatri hanno il brevetto per ipnotizzare. Quelli che lo hanno, sanno chi poter ipnotizzare senza rischi e chi no.-
-Io, per esempio, correrei rischi secondo lei? Sa, mi piacerebbe sapere il perché ho l’impressione di avere già visto una donna rappresentata in un quadro del Cinquecento.-
-Perché forse è già vissuto in quell’epoca. Lei, da quanto ho capito, anche dai racconti di Sara, dovrebbe essere un soggetto senza rischi, senza catalessia ipnotica che sarebbe la rigidità muscolare, e senza neppure disturbi neurovegetativi che sarebbero poi quelli cui lei stesso accennava. Ha mai avuto disturbi o malattie particolari nella sua vita?-
-No, grazie a Dio mai niente di grave. Bene, allora voglio essere ipnotizzato. Perché altrimenti non mi convincerò che un’altra persona possa imporre la sua volontà alla mia, sia pure per scopi terapeutici.-
-Badi che lei dovrà essere del tutto consenziente a che io imponga la mia volontà alla sua.-
-Sì per forza. Capisco. Sarò del tutto consenziente.-
Il dottor Tasca lo fece accomodare da solo nel suo studio, lo face stendere su un lettino e chiese se poteva dargli del tu, per entrare in maggior contatto e confidenza con lui.
-Allora Diego, adesso rilassati e respira profondamente. Ecco così, ancora, respira. Ancora e rilassati di più, non pensare a niente.-
Il paziente appariva del tutto rilassato e tranquillo.
-Bravo, continua a respirare lentamente. Dovresti già sentirti insonnolito. Abbandonati a questa sensazione, rilassati completamente.-
Diego aveva chiuso gli occhi.
-Le palpebre sono pesanti e sta arrivando il sonno. Non puoi rimanere sveglio e le palpebre sono sempre più pesanti. Il tuo corpo è abbandonato e tu dormi. Sai che devi dormire. Non pensare a nulla e dormi. Dormi a lungo e profondamente. Ecco. Abbandonati completamente. Stai dormendo.-
Infatti Diego dormiva e appariva sereno e rilassato. Le labbra erano distese, il respiro regolare e il colorito naturale.
Paolo Tasca continuò: -Ora tu andrai lontano nel tempo, molto, molto indietro. Ma non devi avere paura. Sono solo memorie e non devono preoccuparti. Puoi dirmi chi eri nel passato? Se c’eri e se vedi qualcosa, dimmelo, ma con calma. Adagio.-
Aveva acceso un registratore e aspettava.
Il paziente s’era irrigidito e si stava muovendo sul lettino. Aveva stretto a pugno le mani e poi le aveva distese. Le aveva allacciate insieme e poi le aveva sciolte.
-Dove sei Diego, puoi dirmi cosa vedi?-
La voce che rispose era diversa. Parlava con una strana cadenza ed era di tono basso e profondo.
-Vivo nella mia casa a Firenze e faccio il pittore. Amo una donna che è già andata sposa a un nobile per volere del padre.-
-Che anno è? Puoi saperlo.-
Una lunga pausa. Poi la voce aveva ripreso: -Credo che siamo nel 1550. Io la amo da sempre e anche lei mi ama da quando era ancora giovinetta.-
-Bene Diego, vai avanti con calma. Non affaticare la memoria. Rimani rilassato e dimmi cosa vedi.-
-Lei è bella, altera. Il suo sguardo è fiero, ma io so che soffre perché ama e ha amato solo me.-
-Non soffrire anche tu, sono solo memorie. Ricorda lentamente.-
-Non ha mai amato suo marito e sposandolo, ha obbedito al padre che me la fece conoscere quando m’incaricò d’eseguire il ritratto della figlia. Ci innamorammo perdutamente, ma senza speranza.-
-Continua con calma.- Il dottor Tasca stava registrando tutto.
-Ci amammo anche dopo il suo matrimonio, ma non potevamo più vederci. Lo facevamo di nascosto e i nostri incontri erano segreti. Però un giorno il suo sposo ci scoprì e minacciò di uccidermi.-
Diego si muoveva sul lettino come fosse in ansia. Ogni tanto agitava le braccia e le mani come a difendersi da qualcuno o qualcosa.-
-Cosa vedi? Se ti fa male, non ricordare più.-
Lui invece continuò: -Il marito disse che me l’avrebbe fatta pagare, che sarei morto, che dovevo morire!-
-Non ricordare se non vuoi. Rilassati Diego.-
-Purtroppo a morire fu la mia amata. Il mio amore! Sapeva che se fosse morta, ogni pericolo per me sarebbe svanito. Così si uccise, si tolse la vita in una triste mattina d’inverno. E la mia vita finì con lei!-
Adesso Diego aveva degli spasimi in tutto il corpo e agitava nervosamente le mani.
-Basta Diego, non ricordare più. Conterò fino a cinque e poi ti sveglierai. Uno…due….tre….....-
-Non contare dottore tanto sono sempre stato sveglio. Ah ah ah ah. Ho fatto solo finta e ho inventato tutto. Ah ah ah ah che ridere! Ci sei cascato in pieno!-
Paolo Tasca era frastornato e lo guardava attonito, con la bocca aperta. Appariva offeso e deluso. Aveva abbassato gli occhi e non parlava.
-Mi spiace dottore, ho voluto solo scherzare e provare a me stesso che non saresti riuscito a ipnotizzarmi. Infatti non ci sei riuscito, io eseguivo ciò che dicevi, ero rilassato, ma non mi addormentavo. Ho inventato tutto e recitavo; scusami, forse ho esagerato.-
-Più che esagerare ti sei preso gioco della medicina, perché l’ipnosi è una pratica medica. Ti sei fatto beffa di me che mi sono mostrato disponibile nei tuoi confronti. Lo diremo a tua cugina Sara.-
Il dottore continuava a essere urtato e aveva un’espressione molto severa.
-No, ti prego non dirlo a Sara. Non dirle dello scherzo. Ti chiedo scusa dottore. Ho abusato del tuo tempo e della tua bontà.-
-Va bene. Faremo come dici. Ma cerca in futuro di avere più rispetto della scienza medica.-

8
Un figlio di Sara si chiamava Ubaldo e si era trasferito in Argentina per motivi di lavoro. Ormai viveva là da molti anni; era andato a trovare Diego a san Francisco e si erano rivisti con piacere. Avevano ricordato i tempi della giovinezza, quando in Sicilia si divertivano in maniera scanzonata e andavano a ballare cercando di flirtare con tutte le ragazze. A quei tempi Ubaldo gli aveva insegnato di nascosto a fumare le prime sigarette. Andavano a passeggio e si sentivano i padroni del mondo; si raccontavano storielle futili, barzellette, e quelle risate Diego le ricordava come le più spensierate della sua vita. Ripensava a quando andavano in campagna a raccogliere i gelsi, il cielo era azzurro, l’aria mite, gli alberi fruscianti. Oppure andavano al mare e lì aveva imparato a nuotare, ad andare sott’acqua, a tuffarsi dagli scogli. Ubaldo gli aveva raccontato perché non si fosse sposato.
In Argentina aveva conosciuto una bella ragazza oriunda, bruna, con occhi enormi che l’avevano affascinato. Se n’era innamorato e si erano fidanzati. Lei gli aveva presentato la sua famiglia che viveva in una grande tenuta fuori città. Si era subito reso conto che si trattava di un clan particolare, all’antica, di tipo matriarcale, e la ragazza era fagocitata dalle zie e dalle sorelle. Il padre era morto, ma in compenso vi erano zii, fratelli, cugini e nipoti, una specie di cooperativa tribale, dove il ruolo più importante era affidato alle donne. Tutto ciò che lui e la fidanzata desideravano fare doveva prima essere sottoposto all’approvazione della famiglia. Sindacavano su tutto e, dopo il matrimonio, sarebbero dovuti andare ad abitare con la tribù. Lui era innamoratissimo e per amore di lei avrebbe fatto qualsiasi cosa; solo che cominciava a nutrire dei dubbi sull’opportunità di andare a convivere con quella gente. Lei insisteva e diceva che non potevano fare altrimenti, ma il tempo trascorreva e i dubbi si facevano sempre più atroci. Così arrivò il giorno del fatidico matrimonio e fu proprio davanti all’altare che un fatto eclatante lo distolse dal proposito di sposarsi, infatti uno dei nipotini andò a fare la pipì sulle sue scarpe, mentre era in attesa della sposa. Si scusò con tutti, chiese perdono alla fidanzata appena arrivata e fuggì via.
Ubaldo aveva poi raccontato a Diego di sua sorella Erica, che s’era sposata con uomo molto ricco e aveva avuto quattro figli maschi. Purtroppo da qualche anno era morta per un tumore al seno. Prima di morire, aveva avuto a che fare con l’eredità di suo marito e aveva narrato al fratello questa storia interessante:
-Vorrei chiedere ad un notaio come dividere i beni di famiglia tra i miei figli. Pensa, Ubaldo, che non sono mai andati d’accordo! Sin da piccoli, hanno sempre litigato, poi hanno cominciato quasi a odiarsi a causa del denaro del padre che ognuno avrebbe voluto accaparrarsi. Una vita d’inferno! Oggi sono tutti sposati, ma quello che mi tormenta è il fatto che non vadano d’accordo.-
Erica era scoraggiata. Il suo denaro era divenuto fonte di tristezza.
-Il più grande è Manlio, poi c’è Stefano, quindi Benedetto e per ultimo Attilio. Se li vedessi! Sono tutti bellissimi, modestamente, però non hanno un buon rapporto tra loro; vi sono stati dei periodi in cui neppure si parlavano.-
Lo sconforto era dipinto sul suo viso. La splendida ragazza di una volta s’era trasformata in una signora afflitta, dal viso segnato da molte pieghe amare. Il fratello aveva sofferto nel vederla così.
-Ti ricordi, Ubaldo, quando studiavamo che la ricchezza non costituisce la vera felicità? Io ne ho fatto esperienza. E ti ricordi quando studiammo le favole di Esopo? Quella del contadino che aveva i figli discordi? Mi è sempre rimasta impressa nella memoria: egli non riusciva a mettere d’accordo i suoi figli e allora ricorse ad un espediente pratico. Bene! Ho fatto anch’io come il contadino di Esopo.-
Nel ricordare queste cose, lo sguardo di Erica s’era animato e quasi sembrava la bella ragazza di una volta. Solo le mani avevano un tremito nervoso.
- Qualche anno fa, io e mio marito invitammo i nostri figli a cena. Prima d’iniziare a mangiare, proposi ai miei quattro rampolli una prova d’abilità e forza fisica. Diedi dunque loro quattro quaderni, ognuno doveva riuscire a stracciarli tutti insieme. Esopo narrava che il contadino diede ai figli un fascio di verghe da rompere, ma essi non ci riuscirono. Allora consegnò le verghe ad una ad una. Le spezzarono senza difficoltà e il padre disse: <Anche voi se rimarrete d’accordo, non sarete mai piegati da nessuno, ma se litigherete, resterete deboli e indifesi.> Ho sostituito le verghe con dei quaderni. I miei figli dapprima si sono stupiti, poi hanno creduto che volessi animare la serata e si sono cimentati. Non ti dico quel che è successo!-
Ubaldo era stato totalmente coinvolto dalla narrazione.
-Manlio, il maggiore, provò per primo. Pensava di farcela poiché in fondo i quaderni non erano troppo grossi. Divenne tutto rosso per lo sforzo e accorgendosi della difficoltà, cominciò a innervosirsi. Ad un tratto, diede uno strattone ai quaderni e ruppe con il gomito la vetrina di un mobile. Provò allora Stefano. Lui è spocchioso e beffardo e disse che ce l’avrebbe fatta. Sistemò a dovere i quaderni e cercò di spezzarli. Macché! Li rigirò, respirò a fondo, preparò i muscoli e riprovò. Divenne anche lui rosso paonazzo e cominciò a sudare. Mentre sudava, iniziò a tossire e l’accesso di tosse divenne forte e frequente. Non riusciva a respirare; gli dovemmo dare dell’acqua. A questo punto si cimentò il terzo dei miei figli, Benedetto, un gran mangione e un tipo molto robusto. Soffre per una forma di colite. Prese i quaderni, li guardò con attenzione come fossero insetti nelle sue grosse mani e si sforzò di spezzarli. Si sforzò ma non ci riuscì, si sforzò ancora e, più si sforzava, più gonfiava il ventre voluminoso. Ad un certo punto, gli scappò una rumorosa flatulenza e arrossì per la vergogna. Attilio non volle neppure provare. Disse che non ce l’avrebbe mai fatta. In realtà è il più smilzo dei fratelli. Consegnai ai miei figli un quaderno ciascuno e chiesi che ognuno spezzasse il suo. Lo fecero senza difficoltà; allora spiegai che nella vita sarebbero vissuti come quei quaderni, e cioè se fossero rimasti uniti, avrebbero costituito una forza. Nessuno avrebbe fatto loro del male, se invece fossero rimasti soli, chiunque li avrebbe potuti raggirare. Dissi che tanto più grande è la forza dell’amore tra fratelli, tanto minore è il pericolo di essere sopraffatti dalla cattiveria degli altri.-
Ubaldo era rimasto colpito e incantato. Aveva chiesto alla sorella: -Dunque i tuoi figli hanno fatto pace tra loro?-
-Almeno per quella sera. Manlio abbracciò Stefano e Benedetto abbracciò Attilio. Poi tutti e quattro si strinsero e si sorrisero.-

Il figlio maggiore di Sara si chiamava Ignazio e faceva il geometra in Germania. Costruiva dighe e ponti e aveva dovuto abituarsi al clima delle montagne. Lì c’era sempre freddo e il cielo era di un celeste sbiancato. Le vette dei monti apparivano coperte da nevi perenni, l’aria era rigida e nessuno soffriva mai il caldo. Le foglie degli alberi non si staccavano dai rami fronzuti e gli abitanti del luogo parevano possedere un languore fondo, come chi vive e s’agita rivelando negli atti consueti qualcosa di stanco e malinconico. S’alzavano alle cinque del mattino per andare a lavorare e tornavano alle cinque pomeridiane. In quel paese tedesco non vi era null’altro da fare se non bere birra al pub e ubriacarsi prima di rientrare a casa. Ignazio aveva imparato ad arrampicarsi sulle montagne insieme ad alcuni scalatori. Lo aveva fatto per ingannare il tempo e per sopperire alla noia con una attività sportiva aggregante. Così aveva conosciuto altra gente e impiegava il suo tempo libero tra le vette dei monti. Era divenuto un esperto sciatore e s’avventurava nei tornanti scoscesi e colmi di neve. Aveva visto torrenti ripidi che scorrevano serpeggiando e fitte pinete dove, in estate, il sottobosco era di un verde accecante. Poi fra gli scalatori, aveva conosciuto una bella ragazza sportiva e s’era innamorato. S’erano fidanzati e contavano di sposarsi. Ma cadendo in un burrone, Ignazio si era fratturato e danneggiato molto gravemente al basso ventre perdendo la sua virilità e la possibilità di generare figli. Così aveva voluto lasciare la fidanzata per non tenerla legata a un povero rottame d’uomo. Il destino però aveva deciso diversamente e dopo qualche anno, lui s’era accorto di essere di nuovo virilmente sano e normale. Allora aveva cercato la sua ex ragazza, ma aveva saputo che era già sposata e madre di un figlio. Prima della disgrazia, il loro era stato un amore appassionato, ma poi quella sventura tremenda li aveva indotti a dividersi e a non vedersi più. Ignazio l’aveva incontrata casualmente e aveva capito che l’amore non era morto, era solo addormentato e silente, pronto a esplodere e a travolgerli. Lei però si era rivelata una persona molto seria e non aveva voluto riallacciare la loro relazione. Era rimasta con marito e figlio; gli aveva fatto capire che aveva sofferto, ma che non voleva distruggere la propria famiglia. Lui l’aveva ammirata e si era ricordato di sua madre, di Sara che era sempre stata un modello di fedeltà e onestà coniugale.
Poi nel paese tra le montagne, era arrivata una nuova maestrina giovane e graziosa. Ignazio era più anziano di lei e la ragazza si sentì rassicurata e protetta da lui. S’innamorarono e adesso vivevano insieme felici e sereni. L’unico rimorso che provava era di non essere più tornato a rivedere la madre e a farle conoscere la sua compagna tedesca.
Sara telefonava spesso ai figli lontani e le bastava sapere che stavano bene e che vivevano felicemente.
I suoi nipoti, ovvero i figli della defunta Erica, erano quattro persone assolutamente diverse tra loro. Difficilmente si sarebbero detti fratelli poiché non si somigliavano né nel fisico, né nel carattere.
Manlio era un tipo dai capelli rossi e molto alto, segaligno e con gli occhi chiari. I tratti del suo viso erano regolari, ma denotavano un carattere nervoso e scontroso. Faceva il funzionario di banca e sua moglie era impiegata in un’altra banca. Si era distinto sul lavoro, non per le capacità, ma per aver sventato una rapina. Infatti una volta tre rapinatori erano entrati nella sua agenzia e lui s’era opposto gridando: -Sparatemi! Sparatemi se avete coraggio! Volete rubare non uccidere. Se avete coraggio, uccidetemi!- I malfattori avevano imprecato e bestemmiato, avevano sparato in aria, poi temendo l’arrivo delle forze dell’ordine, erano scappati senza rubare nulla.
Il secondo nipote di Sara era Stefano e aveva un carattere socievole, talora serioso ma spesso allegro e disponibile. Diveniva serio e intransigente sul lavoro; era cardiologo e lavorava in un ospedale. Al di fuori della professione, era un tipo beffardo e ciarliero, come volesse scrollarsi di dosso tutti i patimenti cui ogni giorno era costretto ad assistere. Scuro di pelle e di capelli, si rivelava piacente nei tratti e nel fisico. Era sposato e anche divorziato, difatti il suo fidanzamento era stato breve ed era arrivato al matrimonio senza convinzione, per non venire meno alla parola data ai genitori della ragazza. Presto aveva capito che non era la donna adatta a lui e aveva voluto separarsi. Aveva poi conosciuto, nel nosocomio ove lavorava, una bella infermiera avvenente, che lo aveva circuito e sedotto. Se n’era innamorato e adesso viveva con lei. I fratelli naturalmente non avevano perso occasione di criticare il fatto che un medico specialista si fosse messo con una semplice assistente ospedaliera. Ma chi non aveva sollevato obiezioni su quella scelta, era Benedetto, il terzo figlio di Erica, che aveva sposato una bidella di scuola. Egli era un tipo biondastro e dalla carnagione chiara; faceva il preside e s’era invaghito di una bidella. L’aveva sposata e adesso i due vivevano d’amore e d’accordo. Lei cucinava leccornie e soddisfaceva pienamente la voracità e lo stomaco di Benedetto che diveniva sempre più grasso e pesante. Naturalmente la moglie di Manlio si sentiva superiore all’infermiera e alla bidella e non andava d’accordo con nessuna delle due.
Il quarto nipote era Attilio, una persona smilza e allampanata. Non aveva voluto studiare e non s’era diplomato. Faceva il rappresentante di commercio e aveva sposato una donna che presto l’aveva lasciato. Non si sentiva all’altezza dei suoi fratelli e aveva una specie di complesso d’inferiorità.
Erica nel testamento, aveva disposto che fosse equamente diviso, tra i figli, il denaro del marito, un ricco professore d’università che aveva raccolto in casa molti libri antichi del Settecento e dell’Ottocento.
Attilio, dopo il divorzio, era tornato a vivere con la madre, l’aveva accudita e assistita durante la malattia ed Erica non aveva avuto il coraggio di lasciare la casa anche agli altri figli. Dunque nelle disposizioni testamentarie non ne aveva fatto cenno. Però secondo la legge, la casa avrebbe dovuto essere pure divisa. Invece Attilio vi s’era installato e non aveva alcuna intenzione di andare ad abitare altrove. I fratelli gli avevano chiesto il corrispettivo in denaro e di poter dividere il tesoro rappresentato dai libri antichi, ma lui aveva fatto orecchie da marcante e non voleva cedere nulla. Quindi le liti erano continuate. Ognuno credeva e diceva d’aver ragione e nessuno voleva ascoltare le opinioni e le ragioni degli altri.
Diego trovandosi in Sicilia, fu pregato da Sara di provare a far rappacificare i fratelli. La cugina confidava nelle sue capacità di mediazione, nella sua diplomazia e nella sua arte di persuasione. Bisognava però riuscire a fare incontrare i quattro. La nonna telefonò invitandoli a casa e dicendo che voleva presentare loro un cugino americano molto simpatico.
Il primo a rifiutare fu Attilio: -Ci sono i miei fratelli? Allora non vengo.-
Poi rifiutò Manlio: -Mia moglie non vuole.-
Stefano avrebbe accettato, ma appena seppe delle ritrosie degli altri, si tirò indietro e lo stesso fece Benedetto.
A Diego venne un’idea: -Senti Sara, perché non dici che vuoi discutere della tua eredità? I nipoti che non parteciperanno saranno automaticamente esclusi. Vedrai che si precipiteranno tutti.-
L’anziana cugina seguì il consiglio. Una sera dunque, i quattro figli di Erica erano nel suo salotto e si guardavano in cagnesco. In quel grande salone antico erano stati tante volte da piccoli a rincorrersi rompendo questo o quel soprammobile. Ricordavano i bei momenti del passato, la propria madre e il suo dolce sorriso. Osservavano gli oggetti cari alla nonna: una statuina di porcellana cui era stata riattaccata la testa dopo che Attilio l’aveva fatta cadere, un servizio da tè in argento che i genitori avevano donato ai nonni. Ma la mamma non c’era più e l’odio era tornato a serpeggiare nei loro cuori, come un sentimento che si nutre di se stesso e più si lascia silente, più si incancrenisce e aumenta.
Stefano guardava la nonna con amore, poi volgeva gli occhi sui fratelli e diveniva livido. Benedetto ammirava gli splendidi, enormi tappeti persiani e poi contraeva le mascelle. Si temevano e generalmente si odia chi si teme. Si erano offesi vicendevolmente e quindi non potevano fare a meno di provare un sentimento di astio. Però non provavano indifferenza l’uno verso l’altro.
-Allora tu sei Diego?- aveva esordito Manlio.
-Già, sono il cugino americano e sono qua come mediatore.-
-Mediatore di che, scusa?- aveva chiesto Benedetto.
-Beh, diciamo meglio come intermediario in una lite lunga e penosa.-
-Io credevo si dovesse parlare dell’eredità della nonna,- era intervenuto Attilio.
-Eredità in quanto credo che vi voglia diseredare se prima non troverete il sistema per rappacificarvi e dividere la casa di Erica.
-Ah no! Non m’interessa niente. Io non divido nulla!- Attilio era saltato su come morsicato dalla tarantola.
-Certo,- aveva detto Stefano - vale più la casa e tutti i libri di papà che l’eredità della nonna.-
-Ma che ne sapete della mia eredità? A parte questa antica casa, ho un’enorme patrimonio in gioielli, quadri, tappeti e denaro. Vostro nonno dai suoi viaggi in mare, mi portava le cose più belle e più rare.-
I nipoti l’avevano guardata con aria basita.
-Io credo,- aveva continuato Diego -che Attilio potrebbe restare nella casa a patto di dividere i libri e impegnarsi a pagare ai fratelli il corrispettivo in denaro, anche a rate e lentamente.-
-Guarda Attilio,- aveva detto la nonna - che io ti aiuterei con il denaro della tua parte d’eredità e tu saresti più tranquillo anche nei riguardi della legge, perché se i tuoi fratelli si rivolgono alle autorità giudiziarie, secondo me, ti fanno sbattere fuori.-
-Non c’è dubbio che prima o poi lo faremo sbattere fuori da quella casa!- aveva esclamato Manlio.
Un silenzio tombale era seguito a queste ultime parole. Come fosse stato lanciato un ultimatum di guerra.
Attilio cominciò ad agitarsi sulla poltrona. Stringeva con le mani i braccioli e contraeva le gambe. Si grattò la testa, tossì, abbassò le spalle, poi le rialzò: -Ma va’! Chissà quanti anni dovrebbero passare prima! Comunque, se invece prendessi questo impegno, potrei restare nella casa per sempre? Davvero nonna mi daresti i soldi per pagare i miei fratelli?-
-Sicuramente. Se lo dico, vuol dire che so i fatti miei. Però vi voglio vedere in pace e voglio vedervi sorridere a vicenda. Questo era l’unico desiderio della vostra povera madre.-
Nel dire così, Sara aveva le lacrime agli occhi e si soffiava il naso.
Diego aveva ripreso: -Allora Attilio, ti impegni? Darai i libri ai tuoi fratelli? Darai i soldi?-
Quello aveva continuato ad agitarsi, era rimasto zitto, s’era grattato di nuovo la testa e pareva volesse negare, poi all’improvviso:
-Va bene. D’accordo. M’impegno.-
Manlio, Stefano e Benedetto avevano sempre sperato di averla vinta con Attilio. Ora si accorgevano che un accordo raggiunto e una pace certa avevano un diverso significato. Il significato di riabbracciarsi, di guardarsi senza astio e senza rancore, di tornare a ridere assieme, di non sentirsi più nemici e isolati. Si rendevano conto di quanto fosse vero quello che la madre spesso diceva e cioè che la pace tra fratelli è il miglior viatico per la serenità.
-Non c’è serenità senza pace e non c’è pace senza serenità,- diceva Erica.
Vivere sereni sapendo di poter telefonare a un fratello era una gioia nuova, un bene quasi insperato. Si alzarono tutti e quattro e stesero la mano destra. Se la strinsero ridendo e sorridendo. Poi chiesero alla nonna di poter brindare all’accordo raggiunto. Sara prese dello spumante e lo stappò. Levarono le coppe nelle quali il vino pallido respirava frizzando. I bicchieri tintinnarono e gli occhi erano colmi di gioia ed entusiasmo.
-Grazie Diego,- disse Stefano.
-Davvero sei un perfetto intermediario,- aggiunse Manlio.
-No, non ho fatto nulla di speciale,- terminò lui - ho solo dato voce alle vostre ragioni e alla vostra speranza. Quello che mi rende felice è vedere la cugina Sara raggiante.-
Quest’ultima infatti pareva al settimo cielo, brindava e rideva, tossiva, beveva e piangeva.

9
Dalla Sicilia, Diego e Rachele andarono via con rammarico di tutti. Dovevano recarsi nel Nord Italia, nella città dove viveva e studiava il figlio Luigi. In quegli anni, il ragazzo era tornato spesso a San Francisco e sapevano che stava per laurearsi e che aveva una nuova fidanzata. Precedentemente aveva avuto varie avventure ed era disincantato contro le delusioni amorose, sin dai tempi in cui, a San Francisco, aveva dovuto dimenticare Jane, il suo primo, grande amore, che l’aveva tradito e deluso profondamente. Da qualche tempo aveva conosciuto Rita, una giovane collega universitaria con cui filava d’amore e d’accordo.
Arrivando in aeroporto, i genitori lo trovarono ad attenderli insieme a lei. Era una ragazza bassina ma ben fatta, con i capelli nerissimi e gli occhi vivaci.
-Ben arrivati! Ciao papà, ciao mamma,- disse Luigi abbracciandoli.
-Mi pare un secolo che non ti vedo!- esclamò Rachele e lo baciò con trasporto. Diego non finiva più di stringerlo.
-Vi presento Rita, la mia ragazza.- Ne aveva parlato al telefono, ma furono piacevolmente colpiti dall’aspetto semplice e pulito di quella ragazza dagli occhi enormi, dai modi affabili e cordiali. Infatti Rita invece di stringere loro la mano, li abbracciò esclamando: -Che piacere! Sono contenta di conoscervi. Luigi non fa altro che parlare di voi, dei suoi genitori americani.-
-E’ il nostro unico figlio e sa che lo adoriamo,- aveva detto Rachele.
-Già e mi posso permettere tante cose con i soldi di papà. Però non appena laureato, tornerò a San Francisco. L’ho promesso.-
Si accorgevano di quanto fosse divenuto bello, alto, con le spalle larghe, un fisico asciutto e muscoloso. Il viso di Luigi aveva dei lineamenti regolari e i denti erano perfetti e bianchissimi, i capelli bruni, corti e appena ondulati, due fossette agli angoli della bocca erano pronte ad apparire non appena sorrideva. In quegli ultimi tempi, aveva acquistato una nuova sicurezza e il suo sguardo era più sereno e brillante. Aveva frequentato una palestra, seguendo corsi di fitness e il fisico appariva tonico e perfetto.
-Rita, verrai anche tu a San Francisco?- aveva chiesto Diego
-Ma, non so. Poi si vedrà.- Ed era arrossita.
Il ragazzo l’aveva stretta: -Lei si laurea prima di me e io subito dopo. Allora verremo entrambi. Le farò conoscere le meraviglie di quella città.-
Rachele aveva soggiunto: -La potrai portare anche altrove. L’America è grande e ne avrete cose da scoprire insieme.-
I genitori furono condotti nel minuscolo appartamento di Luigi e trascorsero giorni piacevoli. Mangiarono delle specialità in alcuni locali rinomati e rividero luoghi cari. Poi Diego volle ritornare là dove c’erano le terre del nonno, mentre il figlio con Rachele e Rita erano in tutt’altre faccende affaccendati. Rivide quelle terre che avrebbe dovuto ereditare e che invece gli erano state sottratte; adesso vi sorgevano capannoni e strutture per la commercializzazione del latte e dei suoi derivati. Le famose industrie del latte! Aziende fantasma perché tutto era fermo e chiuso. Al posto delle campagne e degli orti ridenti e rigogliosi, c’erano quei fabbricati enormi. Provò una stretta al cuore e sentì riemergere l’antico odio. Odio per ciò che aveva perso, odio per l’ingiustizia subita, e sapeva che non avrebbe trovato pace se non avesse imparato a perdonare! Ma come perdonare chi s’era arricchito illegalmente, come dimenticare chi aveva travolto nel suo fallimento tante e tante persone?
Seppe che nei dintorni erano in vendita delle case e appartamenti a poco prezzo. Dopo il fallimento delle industrie, molta gente aveva voluto lasciare quei luoghi e andare a vivere altrove. Una malinconia profonda l’assalì, nostalgia per il passato, per le persone care vissute in quei luoghi. Ripensò al nonno, al suo volto bonario e ai suoi denti gialli. Quel vecchio era stato un fumatore incallito, quando i medici gli avevano consigliato di smettere di fumare, non aveva voluto farlo. Poi era morto di enfisema polmonare. Al nipote aveva spesso detto e insegnato che il fumo uccide, infatti Diego non aveva mai fumato una sola sigaretta in tutta la sua vita. Ricordò il padre che spesso si lamentava per quelle campagne rubate e la madre che era morta giovane.
Nel paese vicino, abitava ancora Edoardo, un amico d’infanzia. Volle andare a trovarlo. Si rividero con piacere e si narrarono gli avvenimenti salienti delle rispettive esistenze.
-Ti chiamavo Edo ricordi? Venivi sempre a giocare nelle terre del nonno.-
-Sì e tu non perdevi occasione per farmi degli scherzi. Se penso che quelle campagne vi furono sottratte, mi vengono i brividi. Perché ho visto distruggere centinaia di alberi, filari d’uva e coltivazioni di ortaggi. Costruirono capannoni e magazzini. Vi lavoravano migliaia di persone e ora…….tutti a spasso. Tutto finito. Il fallimento è completo.-
Il viso di Diego espresse un disgusto malcelato.
Edoardo continuò: -Dovresti vedere ultimamente com’è ridotto il proprietario, quello indagato. Pare un moribondo! E’ dimagrito, invecchiato ed è l’ombra di se stesso.-
-Davvero? Un moribondo?-
-Sì, proprio così.-
-Ma guarda! Beh, la morte non si augura neppure al peggiore nemico.-

Diego e Rachele tornarono a San Francisco con la certezza che Luigi stava per laurearsi e che presto sarebbe ritornato a casa. Erano dunque trascorsi alcuni mesi, quando una mattina Diego ricevette una e-mail da parte di una cugina che aveva rivisto in Italia. Si chiamava Lidia ed era giovane e carina. La missiva diceva così:
Caro Diego,
dovrei chiederti un grosso favore. Qualche tempo fa, mi innamorai follemente di un ragazzo. Fu un amore travolgente, di una forza tale che ci spinse subito a rompere le precedenti relazioni, una vera follia perché quel ragazzo doveva ritornare a studiare a New York, dove convive con la sua ex ragazza italiana. Essi non possono affrontare la spesa di due case e devono continuare a coabitare. E’ una situazione terribile per me e per lui. Immagina il dolore che provo sapendo che ogni mattina, in una
parte lontana del mondo, l'uomo che amo fa colazione con un'altra, con la sua ragazza di sempre. Ti prego Diego, cerca di avere informazioni su di lui e fammi sapere. Ti mando il suo nome, indirizzo e recapiti vari. Scusa questa tua cugina gelosa e noiosa.
Ti abbraccio Lidia

I suoi parenti credevano che facesse l’investigatore! L’avevano scambiato per Sherlock Holmes! Ad ogni modo l’occasione era buona per rivedere New York. C’era andato spesso e vi tornava sempre volentieri. Avrebbe rivisto il Manhattan Skyline, ma purtroppo senza le Torri, che sino a qualche tempo prima svettavano gagliarde verso il cielo. Sarebbe ritornato a passeggiare al Central Park, fra l’ombra degli alberi secolari e la frescura delle sue piante rigogliose. Così rispose alla cugina che avrebbe fatto del suo meglio, prenotò i biglietti dell’aereo e qualche giorno dopo era alloggiato in un albergo vicino a Time Square.
Il ragazzo si chiamava Piero e aveva il suo numero telefonico. Lo contattò, disse di essere un parente di Lidia e gli diede appuntamento in un locale di Chinatown. Quando s’incontrarono, Piero non era solo e gli presentò Beverly, la sua nuova fidanzata.
Diego cominciava ad avere le idee confuse: -Ma non convivi più con la tua ex fidanzata italiana?- chiese.
-No, non ha voluto più abitare con me dopo che mi sono messo con Beverly. Dice che sono un farabutto e che ho ingannato pure Lidia.-
-In effetti adesso dovrò darle questa notizia e di certo non la prenderà bene.-
-Ascolta, l’amore tra me e tua cugina non poteva durare perché è troppo gelosa, e poi……sono pazzo di Beverly.-
Diego era sorpreso. Pensava a Lidia ed esclamò: -Mah! Povera cugina!-
A questo punto la stessa Beverly aveva cominciato a narrare il modo rocambolesco in cui s’erano conosciuti e s’erano innamorati follemente.


10
Diego aveva ascoltato quella narrazione e s’era convinto che a Lidia non restava che rassegnarsi. Doveva dimenticare Piero e capire che amava chi non valeva poi tanto. Neppure l’aveva avvisata comunicandole il suo cambiamento di rotta; insomma non aveva avuto il coraggio di dirle che la lasciava. Povera cugina, chissà come l’avrebbe presa!
Scrisse a Lidia una e mail ricca di frasi di circostanza in cui le chiariva, con rammarico, che Piero aveva una nuova fidanzata e non voleva più saperne di lei.
Durante il volo di rientro a San Francisco, si trovò seduto accanto a un signore con cui iniziò a conversare. Questi si definiva un collezionista in servizio permanente. Infatti nella sua casa raccoglieva e catalogava di tutto, era in possesso degli autografi delle più illustri personalità e chi entrava nella sua casa era invitato a lasciare il proprio autografo. Possedeva un appartamento enorme e quattrocento bauli pieni di vestiti antichi, aveva inoltre innumerevoli fotografie rare, centosettanta paia di occhiali antichi, quattrocento giornali preziosi, cinquecento ventagli, quattromila fra volumi e manoscritti.
Diego, in un primo momento, aveva supposto che raccontasse panzane, ma quel signore aveva precisato e raccontato altre cose interessanti. Aveva iniziato a fare il collezionista dopo la morte del padre e dopo aver ricevuto una strana eredità. Infatti mentre il fratello aveva ricevuto gioielli e argenterie, lui aveva ereditato bauli vecchi che contenevano abiti del ‘600 e del ’700. Narrava che da ragazzo era caduto da una nave e nessuno se n’era accorto; l’avevano ritrovato assiderato su uno scoglio e l’avevano salvato per miracolo. Successivamente durante una caccia, gli avevano sparato accidentalmente ed era divenuto cieco, ma con un’operazione avveniristica agli occhi aveva acquistato una super vista e riusciva a intravedere pure la trama della carta.
Era tutto vero? Non lo era? Diego aveva sorriso fra di sé, ma gli sarebbe rimasto questo eterno dubbio.
Fatto ritorno a San Francisco, riprese il suo lavoro e negli uffici dell’organizzazione trovò una nuova proposta per la commercializzazione di un olio italiano. In realtà si trattava dell’iniziativa di una giovane siciliana che possedeva delle vaste campagne con molti filari d’ulivo. Aveva intrapreso la produzione dell’olio e voleva commercializzarlo con l’America.
Comprese che i profitti sarebbero stati vantaggiosi poiché un buon olio siciliano era abbastanza richiesto sul mercato statunitense. Si mise in contatto con la persona in questione proponendo un contratto interessante per entrambi. Scoprì che era una trentenne nubile; si disse disposta a firmare quel contratto che avrebbe consentito al proprio olio di essere smerciato sul mercato americano. Diego allora imparò tante cose sulla produzione dell’ olio. In particolare si rese conto che quello di cui si stava interessando era un prodotto extravergine ricavato dalla spremitura a freddo di olive appena raccolte e portate immediatamente al frantoio per garantire il minor grado di acidità possibile. L’olio non veniva filtrato e per questo sul fondo delle bottiglie si poteva trovare del deposito residuo. Ma ciò era indicativo del fatto che fosse stato imbottigliato nell’annata di produzione dichiarata. Ed era un indice di qualità per chi apprezzava l’olio grezzo così come esce dal frantoio. Dopo, veniva travasato in grandi contenitori e lasciato a depositare. La fase successiva era quella dell’imbottigliamento. Si rese conto che quello era un olio non filtrato, fruttato, dalle sensazioni di erbaceo, amaro e pungente, dalla densità e dalla splendida persistenza aromatica. Poteva incantare il palato dei consumatori statunitensi.
La giovane si chiamava Arianna e l’invitò a visitare le sue terre e i magazzini per la spremitura e produzione dell’olio. Non poteva ritornare in Sicilia, dunque pensò di mandarvi un suo collaboratore. Tra tutti, scelse Jak Malory, un giovane impiegato che aveva le mansioni di tecnico informatico, era alto circa due metri, biondo, piacente e dinamico. Si era distinto per la sua sagacia e prontezza sul lavoro. Diego non sapeva però che fosse anche maldestro nelle abitudini quotidiane e nella prosaicità della vita.
-Jak dovrai andare in Sicilia a conoscere una nostra nuova cliente e visiterai le sue campagne per la produzione dell’olio,- gli disse un giorno.
-Okay. Manda me perché conosco l’Italiano, vero?-
-E soprattutto perché confido nella tua perspicacia. Dovrai renderti conto se quelle terre rendono e se l’affare che stiamo intraprendendo possa essere davvero redditizio. Insomma quanto olio producono? Potrà soddisfare almeno una piccola parte del mercato statunitense? Tu sai che anche una piccola parte garantisce già buoni guadagni.-
-Non si preoccupi, ci penserò io, stia tranquillo.-
E così Jak partì e arrivò in Sicilia dove, all’aeroporto, lo attendeva Arianna che era stata avvisata di tutto. Di tutto tranne che dell’altezza dell’individuo. Ora caso voleva che fosse una ragazza in miniatura, bellissima, ma appunto di una bellezza tascabile. Possedeva un viso da bambola, con due occhi vellutati e una bocca piccolina e incantevole. Poteva permettersi di incorniciare quel volto con dei capelli corti, che erano di un colore nero e lucido. I due, guardandosi, ebbero l’impressione di formare l’articolo iL. Si sorrisero comunque, attratti reciprocamente.
-Piacere signorina, io sono Jak Malory, il collaboratore di Diego. Vengo per conoscerti. J am glad.-
-Il piacere è mio Jak. Io sono Arianna e non pensavo che fossi così spilungone! Ah ah ah ah.-
-Spilungone? Cosa è spilungone?-
-Alto, very high. Ma no problem.-
-Oh yes, sì, mia madre mi ha fatto very high. Ah ah ah ah.-
Nel passare attraverso le vetrate scorrevoli dell’aeroporto, Jak vi restò incastrato dando i primi segni d’essere maldestro. Poi quando arrivò nelle campagne di Arianna e ne vide l’enorme estensione, cominciò ad aggirarsi tra i filari d’ulivo con fare sapiente, guardava ogni albero e toccava le olive.
-Miss, quanti chili producete in un anno?-
-Oh Jak! Non posso quantificarlo con precisione. Cioè voglio dire che la quantità cambia di anno in anno. Perché se l’annata non è buona, gli alberi non fanno olive o, se le fanno, non sono buone e allora si fa poco olio. Però in genere ne produciamo moltissimo ed è di qualità eccellente, credimi.-
-Okay Arianna. Posso chiamarti così vero? Ma non c’è possibilità che tutti gli anni sono buoni?-
-La possibilità riguarda il tempo meteorologico. The Wheather forecast.-
-Yes, ma gli operai lavorano sempre molto? Lavorano nimbly, veloce?-
-Jak siamo in Sicilia. Lavorano come possono e con i loro ritmi.-
-Puoi mandare via e prendere gente che lavora molto.-
Mentre camminava Jak non si accorse che stava mettendo i piedi dove la terra era concimata e, prima che Arianna potesse avvisarlo, s’era impantanato in uno strato immondo di cacca. La ragazza rise della sua sbadataggine e lo invitò a casa per ripulirsi. Poi gli propose di ospitarlo a dormire. Si conobbero e si piacquero sempre più, parlarono delle rispettive vite, dei loro gusti, delle preferenze, insomma ebbero modo di scambiarsi impressioni e opinioni. Le specialità di quelle terre non erano solo le olive, ma altri prodotti agricoli pieni di sapore e profumi, che Jak assaporò entusiasta. Dopo una settimana di permanenza, era innamorato non solo di Arianna ma anche di tutto quel posto. Giocarono a tennis nel campo dietro la casa. Arianna poté esibire la sua bravura e lui il suo rovescio imprendibile. Si divertirono e risero insieme come non accadeva a entrambi da tempo, fecero dei bagni nella piscina adiacente al campo da tennis. In acqua, la differenza delle loro stature si avvertiva meno.
Una sera, passeggiando attorno alla piscina, Arianna chiese: -Tornerai più in America Jak?-
La domanda lo colse impreparato e si volse verso lei di scatto, mise un piede in fallo e precipitò nell’acqua tutto vestito. La ragazza non finiva più di ridere. Poi gli porse la mano per aiutarlo a risalire, ma lui la tirò verso di sé e la fece cadere in piscina. Si abbracciarono felici galleggiando.
-J non vado più a San Francisco, but you lo dici a Diego ah ah ah ah.


11
L’anno successivo, Luigi si laureò e tornò definitivamente a San Francisco. Rita aveva promesso che l’avrebbe raggiunto qualche mese dopo. Il ragazzo si rese conto della soddisfazione dei genitori per la sua laurea. Poi riprese la sua vita di sempre, ma ogni tanto veniva assalito dalla nostalgia per l’Italia e allora aveva noia di tutto. Trascorreva le giornate bighellonando, si coricava tardi dopo aver gironzolato per la casa, si svegliava con la certezza di essere in Italia e provava una profonda amarezza rendendosi conto di esserne molto lontano.
Il padre gli disse che la nostalgia è un male curabile solo con una vita attiva, perciò doveva iniziare a darsi da fare e lavorare. Luigi dunque affiancò il padre nella conduzione dell’azienda ricoprendone un ruolo importante. Cominciò a svolgere le sue mansioni con serietà e impegno e cercava di rendersi utile in tutto e per tutto.
Un giorno lo andò a trovare, in ufficio, un imprenditore assieme alla segretaria. Aveva bisogno di promuovere sul mercato europeo prodotti di marca americana. Luigi riconobbe nella segretaria Jane, il suo amore giovanile. Anche lei lo ravvisò e si disse felice di rivederlo, lo soppesò con gli occhi e s’intuiva, in quell’esame, la sorpresa di vederlo cambiato, divenuto un fusto, un ragazzo bellissimo.
- Cos’hai fatto in tutto questo tempo Luigi? Ti sapevo in Italia a studiare.-
Ostentava l’aria da vecchia amica ed era fiera di mostrare al suo capo di conoscere l’interlocutore.
-Mi sono laureato e adesso lavoro con mio padre nell’azienda.-
Luigi invece era affettato e distaccato. La guardava e provava un’indifferenza assoluta. Cominciò a paragonare Rita a quella segretaria appariscente e con i capelli sul volto. Ripensò alla sua ragazza italiana semplice e graziosa, con abiti modesti e un cappotto ancora più modesto. Era tutto l’opposto della donna truccatissima che aveva davanti.
Dopo che ebbe illustrato ampiamente le possibilità di affari e avere raggiunto degli accordi, Jane lo salutò dicendo: -Allora domani ti telefono e usciamo insieme come ai vecchi tempi.-
-Beh sì, se vuoi.- Ma ne avrebbe fatto a meno.
Puntualmente il giorno dopo Jane gli telefonò per dargli appuntamento.
-Mi passi a prendere con la tua macchina? Io abito sempre al medesimo indirizzo che certamente ricordi.-
Andò a prenderla per non apparire sgarbato. Lei era splendente e cordialissima, con un abito blu attillato. Bionda platino e con le labbra vermiglio, parlava sicura, si muoveva a suo agio e faceva tintinnare collane e bracciali. Era divenuta una donna disinvolta, fine e raffinata. Dentro l’auto, aveva allungato una mano e gli carezzava una guancia, poi aveva poggiato l’altra mano sulle gambe di Luigi. Lui scansò gentilmente quelle mani.
-Ho una ragazza in Italia e dovrebbe raggiungermi a San Francisco tra qualche mese.-
Vide la delusione affiorare sul viso di Jane. Tuttavia in quegli occhi improvvisamente tristi, rivide la ragazza di un tempo.
-Dunque per me non c’è più posto.- disse Jane.
-No, credo di no. Restiamo solo buoni amici.-
Lo condusse in un pub e bevvero birra. Lei beveva un bicchiere dietro l’altro. Gli fece conoscere dei ragazzi e anche questi bevevano fiumi di birra, tanto che uno ben presto s’ubriacò. Quando si salutarono, Luigi si augurò di non rivederla. Invece lei continuò a telefonargli per uscire e qualche volta, fu costretto ancora a farlo. Intanto sentiva sempre al telefono Rita e le ricordava la sua promessa. Una volta, la ragazza gli disse: -Luigi, temo purtroppo di dover ancora rimandare, non posso raggiungerti.-
-Ma perché Rita? Che c’è?-
-C’è che mio padre e mia madre non vogliono rassegnarsi al fatto di vedermi partire. Si disperano al pensiero che vada tanto lontana dall’Italia.-
-Va bene, ma prima o poi dovranno rassegnarsi. Perché tu vuoi stare con me? Non è così Rita?-
-Sì, sì certo. Speriamo che si rassegnino. Intanto dobbiamo aspettare.-
Il tempo passava e lei non arrivava. Adduceva sempre la medesima scusa. Trascorrevano i mesi e si sentivano telefonicamente, ma alla fine il risultato era sempre lo stesso: - Non posso lasciare i miei genitori. No. Ancora non posso venire.-
E allora Luigi sentiva un sapore amaro in bocca e provava fastidio per tutto. Non aveva più desideri, alcun interesse. Veniva colto dall’abbattimento e aveva il viso triste. Cominciò a chiedersi se fosse vera la scusa dei genitori; il sospetto iniziò a serpeggiare nella sua anima. Cosa c’era di nuovo nella vita di Rita che lui non capiva? Perché la sua ragazza dal viso ingenuo e dall’aspetto sincero non voleva andare a San Francisco? Luigi aveva diffidenza nei riguardi delle donne ed era sempre disincantato e guardingo. La prima era stata Jane ad aprirgli gli occhi e poi il tempo e l’esperienza avevano fatto il resto. Ma la sua ragazza italiana l’aveva fatto riconciliare con il sesso debole. La sua dolcezza e la sua spontaneità erano state vincenti. E ora? Ora perché si comportava in quel modo? Trascorreva il tempo e Rita non arrivava. Un giorno le disse al telefono:
-Se hai qualcun altro, dimmelo. Mi parrebbe più onesto.-
-Cosa! Un altro? Ma che ti salta in mente! Luigi, se ci fosse qualcun alto, te l’avrei già detto. Non c’è nessuno e ho solo te, ma i miei fanno come i pazzi se parlo di andare via.-
-Ma tu sei maggiorenne e puoi fare ciò che vuoi. Loro strepitino pure, ma tu vieni qua amore!-
Questi discorsi fra i due, erano continui e purtroppo sempre gli stessi. Poi un giorno nell’ufficio di Luigi si presentò Beverly che era alla ricerca di Diego. La ragazza aveva lasciato Piero e aveva intrapreso l’attività di programmatore software; adesso aveva bisogno di chi l’assistesse in questa nuova avventura lavorativa. Si era ricordata di Diego e della sua organizzazione e quindi eccola là, determinata e bella, flessuosa e dinamica.
-Ah tu sei il figlio! Ho conosciuto tuo padre a New York e avrei bisogno di lui per avviare un’attività nel campo informatico.-
-Sì, sono Luigi e affianco mio padre nel lavoro aziendale.-
A questo punto, era sopraggiunto il padre in questione. -Ciao Beverly! Qual buon vento ti porta? Cosa fai da queste parti?-
-Ciao Diego. Felice di rivederti! Ho già conosciuto tuo figlio e ho bisogno di voi per avviare una nuova attività nel campo dell’informatica.-
-Bene, siamo a tua disposizione, ma che notizie di Piero?-
-Non parlarmi di lui. Si è dimostrato un tipaccio.-
-Beh, l’avevo capito. Con mia cugina Lidia non si è comportato egregiamente.-
-Ma tu non sai cos’ha combinato in seguito!-
-No. Cosa?-
-Era entrato nel giro di un racket. L’avevano ingaggiato per fare da guardaspalle e guadagnava un sacco di dollari. Solo che è stato arrestato e sta trascorrendo un po’ di tempo al fresco.-
-Accidenti!- aveva esclamato Diego.
Beverly non perso tempo a incapricciarsi di Luigi e prima di congedarsi, lo invitò a uscire. Ma lui non aveva voglia di niente e di nessuno.
-No grazie, temo che non potrò. Mi spiace.-
Quando fu andata via, Diego l’apostrofò: -Ragazzo, devi reagire! Mi sembri uno scemo. Non puoi stare a piangerti addosso tutto il tempo. La vita non va affrontata così. Rita non vuol venire? Bene. Dalle l’ultimatum. O viene o la lasci.-
-Ma non viene per non lasciare i genitori.-
-Se ti vuole veramente bene, vedrai che correrà. Qui da noi può avere tutto, e poi i genitori capiranno che si devono sacrificare per lei. I figli non sono di nostra proprietà, ci sono stati affidati dal Padre Eterno e dobbiamo agire per il loro bene.-
Al solito, le parole del saggio genitore ebbero effetto su Luigi e la volta successiva disse al telefono a Rita: -Amore, non ce la faccio più a stare senza te. Soffro e ti voglio qui. Se non vuoi venire, significa che non mi ami veramente, e allora è meglio che ci lasciamo.-
-Luigi! Ma cosa dici? Lasciarci? No!-
-Allora vieni. Prendi l’aereo e vieni.-
-Vorrei tanto! Ma lo sai che non posso.-
-Bene, allora ci lasciamo.- E la sua voce era roca e strozzata.
-No! Luigi no! Parlerò con i miei genitori, ma non possiamo lasciarci. Ti voglio troppo bene!-
Quelle ultime parole erano state un toccasana per le orecchie di Luigi.
-Rita, fammi sapere al più presto quando arriverai.-

Diego si rendeva conto di come la memoria fosse una facoltà singolare, oltre che preziosa. Infatti non appena sturava il contenitore dei ricordi, quelli venivano fuori a cascata e non poteva più fermarli. Aveva rivisto Sara e adesso ripensava spesso a lei. Quando era ragazzo, con la cugina andava spesso a far visita ad una anziana signorina che abitava in una antica villa nobiliare, una costruzione del Settecento immersa nel verde, tra palme centenarie, piena di ampi saloni affrescati e decorati, con lampadari enormi che scendevano da volte sontuose. La signorina si chiamava Pierina, era nubile, esile e sparuta. Era ammalata di tumore maligno e le davano solo pochi mesi di vita. Lei aveva reagito e con tutte le sue forze aveva voluto vivere. Non s’era rassegnata alla morte e aveva lottato come poteva. Fatto sta che era guarita dal cancro e la consideravano rediviva.
Aveva insegnato a Diego: -Bisogna lottare nella vita. Quando tutti ti dicono che è finita, tu combatti, non ti dare per vinto. Abbiamo dentro di noi delle forze sconosciute, dobbiamo solo metterle in moto. Ama la vita. Sii sempre riconoscente per averla avuta in dono. Mostra la tua gratitudine cercando di non sottrarti mai alle sue sfide.-
Un pomeriggio caldo afoso, durante la siesta, Diego la trovò che dormiva levitando a mezz’aria, sospesa sul suo letto. Pareva morta, invece era viva, respirava placidamente, con un respiro regolare e tranquillo. Le braccia incrociate sul petto e i piedi dritti e allineati. Fu colto dalla paura, ma non riuscì a gridare, restò a guardarla esterrefatto e non credeva ai propri occhi! Come poteva restare ferma sospesa in aria?
Dopo un po’, il corpo era sceso lentamente sul letto e Pierina si era svegliata.
Diego non aveva mai più dimenticato quella scena.
Rammentava che Sara organizzava delle partite di Canasta e la signorina Pierina era sempre invitata. Si presentava fornita di una sedia gabinetto. Cioè, siccome a quei tempi non esistevano i pannoloni per gli anziani incontinenti, lei per non alzarsi in continuazione, si premuniva di quel sedile con la parte centrale vuota e con annesso un sacchetto per la raccolta degli escrementi.
Poi una volta, durante una partita di Canasta, un’amica aveva annunziato che sarebbe partita per andare con il marito in un Casinò della Francia.
Pierina l’aveva guardata e aveva detto: -Bene. Non appena entri e vai al tavolo della roulette, punta il tuo denaro sul numero sei. Poi esattamente all’una di notte, punta il numero ventuno.-
Quando l’amica tornò dal suo viaggio, raccontò euforica di avere vinto milioni e milioni proprio nel modo e con i numeri indicati da Pierina.

Gabriella Cuscinà

   
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