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 Prima delle dieci
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Roberto Mahlab
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Inserito - 25/04/2008 :  19:17:56  Mostra Profilo  Visita la Homepage di Roberto Mahlab Invia un Messaggio Privato a Roberto Mahlab
Di domenica la palestra che frequento apre alle dieci, non prima, lo sanno tutti. Eppure non c'è scritto all'entrata, i soci potrebbero ritenere che apra alle sette, come nei giorni feriali. Una volta ho pensato di proporre alla direzione di attaccare un cartello all'esterno per informare degli orari, ma ho ricevuto in cambio solo delle occhiate perplesse. Forse perchè, mi convinsi, lo sport è sport e deve avere delle difficoltà, non sarebbe leale avvertire i concorrenti di una corsa dell'altezza o della posizione degli ostacoli, accadrebbe che alcuni se ne avvantaggerebbero.

Di solito alle dieci meno un quarto la saletta d'ingresso del club si riempie, poco a poco, dei soci che si siedono pazientemente sulle poltrone appositamente poste davanti all'ascensore che conduce agli impianti sportivi sotteranei. Capita che alcuni frequentatori sbadati entrino e chiedano agli altri :"a che ora apre la palestra?" e ricevono in cambio sguardi scandalizzati, fino a che abbassano gli occhi arrossendo in viso e poi si siedono anch'essi. A volte le risposte che si prendono sono sferzanti, la casualità provoca che sempre la stessa persona in attesa si senta porre la domanda dalla medesima persona in entrata. Sono le classiche questioni che si fanno quando non si ha nulla da dire in particolare, come "piove fuori?", quando sta scrosciando ed è alla vista di tutti. E se gli altri reagiscono con sarcasmo dicendo :"no, c'è un sole stupendo", c'è da meravigliarsi?

E' un gioco dunque, ciascuno, ogni domenica, ha la sua parte che ripete a memoria, ormai conosciamo di vista chi porrà sempre la stessa domanda e sappiamo chi risponderà e, se per caso non avviene, ci preoccupiamo e avvertiamo la persona che entra, forse sovrappensiero, che la deve fare quella domanda, anche se conosce la risposta.

Alle dieci ci alziamo tutti in piedi, a volte decine di persone, ed entriamo negli ascensori oppure suoniamo il campanello per richiedere alla reception in basso di sbloccare la porta che immette alle scale.

La prima volta che accadde era alla fine dell'inverno, un socio entrò nel salottino alle dieci meno un quarto, non fece cenni di saluto a chi attendeva sulle poltrone, premette il tasto di chiamata e sparì nell'ascensore. Decine di persone si guardarono in faccia, mute, un avvenimento inusitato e privo di razionalità, perchè quella persona era scesa prima delle dieci? Sapevamo che era un problema di assicurazione che, se qualcuno fosse sceso e si fosse fatto male prima dell'apertura ufficiale, non avrebbe rimborsato i danni, ecco perchè la direzione era ferrea nel pretendere che i soci rispettassero gli orari.

Il tasto dell'ascensore divenne verde, segno che l'ospite era arrivato alla reception in basso. Trattenemmo tutti il fiato e, dopo due minuti, il tasto ridivenne rosso fino che l'ascensore si aprì di nuovo ed espulse il socio troppo mattiniero. Non osammo chiedergli quello che gli avevano detto, ma dal volto contrito capimmo che il rimprovero aveva lasciato il segno.

Accadde nuovamente, la domenica successiva, era assurdo pensare che il socio novellino, ansioso di entrare, non si chiedesse il perchè invece decine di altri erano in attesa nel salottino. Attendemmo sorridendoci a vicenda, l'aria saputa, qualcuno addirittura fece preventivamente posto su una delle poltrone per raccogliere la persona che sarebbe presto ritornata alla luce. Non avvenne. L'ascensore non tornò al piano. A decine si guardarono negli occhi, scuotendo il capo in segno di incredulità, ma allora i furbi venivano premiati, potevano infischiarsene delle regole e scendere nel club prima dell'orario di apertura, godendosi gli attrezzi e la piscina da soli?

Però nessuno di noi osò formulare apertamente quei dubbi e nessuno di noi ritenne di seguire il reprobo. Le regole sono le regole, lo sport non ammette furbizie. E, se avvenivano, non suscitavano altro che un'alzata di ciglia da parte della stragrande maggioranza dei veri sportivi, certo non era piacevole pensare alla possibilità che alla reception si fossero arresi alla prepotenza.

Fino a che, la scorsa domenica, ci fu tra di noi chi si spazientì ed esclamò :"lo so che sono le dieci meno un quarto, ma ho deciso di scendere in palestra, se altri lo hanno fatto, perchè non dovrei farlo anche io?". Seguito da altre quattro persone che avevano preso coraggio, entrò nell'ascensore. Che non tornò su.
"Bene, allora siamo noi a non aver capito come funziona, ci siamo autoconvinti di qualcosa che non esiste", propose una ragazza dedita al nuoto nella piscina del club.
"Forse hai ragione", le rispose un uomo.
"Dovremmo andare giù tutti", azzardò uno dei soci anziani.
"Non li ho mai rivisti in palestra, nè in piscina", osservai nel tono più calmo che le circostanze mi permettevano, "quelli che scendono prima intendo".

La nuotatrice che stava entrando nell'ascensore si arrestò all'improvviso, lanciandomi uno sguardo perplesso e si ritrasse, tornando a sedersi. "E' vero che non abbiamo mai sentito le grida, ma chi ci dice che, appena arrivano giù, non vengano torturati e puniti nella più orrida delle maniere? Solo la prima volta hanno restituito il socio, forse come ultimo avviso, dopo quel giorno non è più tornato indietro nessuno a raccontarci", conclusi in modo freddo, pratico, glaciale. La ragazza emise una risata nervosa, un mio amico, uno dei più forti della palestra, un analista di borsa avezzo a tutti i drammi dell'esistenza dopo i subprimes, sentenziò :"io non credo sia una buona idea provarci". Fu la parola fine a qualunque proposito di rompere il tabù.

Si udì il ronzio del citofono, la porta scattò, il meccanismo aperto. Ci alzammo tutti insieme, chi in attesa degli ascensori, chi, come noi forzuti, verso la maniglia, per scendere a piedi. "Manca un minuto", esclamai dopo aver osservato il quadrante del mio orologio. La mano del mio amico che stava già spingendo la maniglia si arrestò, : "pensate che possa essere una trappola?", chiese con tono di panico la nuotatrice.
"Io credo di sì" replicai, "meglio attendere un minuto ancora".
Alle dieci in punto il mio amico aprì la porta e tutti gli uomini si fecero di lato per far passare per prime le donne. Tutte le donne si fecero a loro volta di lato per far passare prima gli uomini. "Una occasione molto sospetta per fare i cavalieri", si rivolse a noi la nuotatrice. Non cedemmo, fu lei a dover scendere per prima. La seguimmo, cautamente, anche se le dieci erano abbondantemente passate, non fosse mai che, senza che ne fossimo informati, l'orario di apertura fosse stato ritardato.

"Buongiorno", salutammo educatamente, uno per volta, l'affascinante addetta alla reception. "Buongiorno", rispose lei ad ognuno di noi, mentre controllava che ciascuna tessera fosse valida. Come se qualcuno potesse avere il fegato di entrare con una tessera scaduta, quei controlli erano evidentemente per deterrenza.

"La piscina era vuota e non li vedo neppure nella sala attrezzi", bisbigliai poco dopo in palestra con tono casuale al mio amico che stava sollevando un bilancere da ottanta chili. Lo appoggiò delicatamente, come fosse piuma, si levò e mi disse ad alta voce :"uno c'è, là dietro gli specchi, sta facendo lo step". Gli feci delle smorfie disperate per fargli capire di abbassare la voce, potevano esserci dei microfoni, potevano sentirci. Notai che mi fissava, mi sentii a disagio, diedi uno sguardo al socio sullo step e deglutii : "ma non hai visto", sussurrai, "sembra uno zombie, osserva lo sguardo, perduto, gli occhi fissi". "Ma no", disse il mio amico, sempre fissandomi, :"ti sbagli, non è così".
"Ma sì", risposi nervoso, "e poi perchè uno solo, dove sono gli altri?". Lui si risdraiò sulla panca e riprese a tirare su il bilancere, senza rispondermi.

"Li programmano!", mi tirai una mano sulla guancia, :"ma certo, quando sono riprogrammati, li mandano in sala attrezzi!".
Il mio amico si risollevò dalla panca e disse :"ma no", non era un tono convinto o destinato a convincere, era una affermazione, sorda, metallica.

Non mi davo pace e, mentre gli altri pompavano ferro nei muscoli, io non riuscivo a concentrarmi sugli esercizi, camminavo avanti e indietro per la palestra, mormoravo tra me e me e mi angosciavo sempre di più con salti di fantasia che precipitavano la mia mente nei meandri di una trama dell’orrore.

“Non hai combinato nulla oggi”, l’istruttore mi diede una pacca sulle spalle, mi irrigidii, e se fosse stato parte del complotto?
“Per venire in palestra e non fare nulla, potevi startene a casa”, fu la volta dell’analista di borsa mentre si dirigeva verso gli spogliatoi, dopo aver terminato la scheda giornaliera di sollevamenti.

“Glielo chiedo”, affermai deciso all’uscita. “Lascia perdere”, mi consigliò caldamente il mio amico.
Non lo ascoltai, mi avvicinai al bancone e con un tono apparentemente curioso e con una finta nonchalance che non provavo, domandai all’addetta :”Sai, io scrivo racconti nel tempo libero”, “Lo so”, mi sorrise con gli occhi. “Ecco, volevo chiederti, al mattino, quando un socio scende in palestra prima delle dieci, mi è parso poi di non vederlo più, che gli succede? Li eliminate con un raggio laser?”, conclusi con una risata nervosa. Mi accorsi di un improvviso leggero pallore sul bel volto, ma si controllò :”No, non ci hanno ancora dato un tale possibilità, li mettiamo semplicemente su quel divano” e indicò un mobile in un angolo della salone. Rimasi senza parole, deglutii, non ebbi il coraggio di farle osservare che si era rivelata, “chi” non le aveva dato la possibilità, che cosa significava quel termine “non ancora”, che cosa succedeva su “quel divano”.

La ragazza si accorse della mia perplessità, i suoi tratti si fecero decisi, la sua mano si mosse sotto il bancone, probabilmente stava per premere un tasto per chiamare chissà chi, un braccio si avvinghiò sotto il mio, era il mio amico che mi trascinava verso l’ascensore : ”ma vuoi venire via, perché continui ad insistere?”. Mi scaraventò al di là della porta e premette il pulsante per salire, mentre le ante si chiudevano riuscii a scorgere lo sguardo della ragazza che mi lanciava strali, freddi, come se fosse stata sul punto di incenerirmi con un raggio laser.

All’esterno, ansimavo dall’emozione :”li riprogrammano!”, esclamai verso il mio amico, :”ti rendi conto? Là sotto avvengono degli esperimenti mostruosi, probabilmente la palestra è una copertura per invasori extraterrestri che usano gli umani per modificarne i comportamenti!”.

“No, non è così”, il tono dell’analista di borsa era raggelante, gli occhi fissi nel vuoto. Lo osservai attentamente e compresi :”anche tu, anche tu sei sceso una volta prima delle dieci, hanno riprogrammato anche te!”, e mi precipitai di nuovo dentro, premetti il tasto dell’ascensore, corsi verso il bancone, la ragazza non abbassò lo sguardo, come se mi aspettasse, come se non vedesse l’ora di colpirmi con le armi che fino a quel momento mi erano state risparmiate :”vi ho scoperto!, non la passerete liscia!, avete invaso il nostro pianeta!”.
“Ah davvero?”, rispose ironica, ”e allora adesso che farai? Esci per la strada e ti metti a gridare che gli spaziali stanno conquistando la Terra?. E come credi che finirai?”, e poi aggiunse dolcemente : ”siediti su quel divano, avanti, non temere, non sentirai nulla, non avrai più curiosità che ti dilanieranno l’animo, ti diremo noi che cosa fare e che cosa non fare, ti piacerà, starai bene”. Si scostò da dietro il bancone, mi si avvicinò e, mettendomi un dito sulla fronte, iniziò a spingermi leggermente, fui avvolto dal panico, non riuscivo a reagire, il divano si avvicinava, a stento alzai una mano, la appoggiai sul bordo di una colonna per tentare una resistenza, premetti, fino a che le nocche divennero bianche...

“Ciao Roberto, anche oggi in orario, come stai?”, mi accorsi che la mia mano stava premendo sul vetro della porta di ingresso alla saletta d'attesa, prima degli ascensori, mi sentivo confuso, era domenica mattina, quasi le dieci, i miei amici mi salutavano :”ma che ti prende? Stai meditando uno dei tuoi racconti?”, “Magari pieno di mostri spaziali che invadono il pianeta?”, aggiunse ridendo la nuotatrice.

Mi riscossi :”sì, hai indovinato, ero davvero tanto concentrato che ho perso il contatto con la realtà, mi è venuta in mente una trama che parte dai soci che scendono in palestra prima delle dieci”, risposi mettendomi a mia volta a ridere.
“Prima delle dieci?”, la donna ribattè con una finta nota di indignazione, :”ma chi vuoi che faccia una cosa simile, lo sanno tutti che non si scende prima delle dieci”.
Feci per rispondere con un’altra battuta, ma i miei occhi si arrestarono sulla parete, non c’era alcun cartello con gli orari di apertura e le parole mi morirono in gola, “e come fanno a saperlo tutti, perché nessuno sbaglia?”.

L’interruttore di apertura della porta che permetteva di scendere a piedi scattò, "le dieci precise", esclamarono all'unisono in molti, i miei amici mi fecero segno di passare per primo, cercai di tergiversare, ma la loro gentilezza la ebbe vinta, stavo ancora sorridendo quando la porta si richiuse dietro le mie spalle, non mi voltai, tanto sapevo che non mi avevano seguito. Chinai il capo, riflettei, mi resi conto con sorpresa che anche io non avrei mai osato scendere prima delle dieci e compresi che dunque non ero sfuggito al condizionamento. Anche io ero stato riprogrammato. Il progetto era programmarci per non entrare prima delle dieci, se avesse funzionato, sarebbero passati allo stadio successivo, saremmo divenuti gli esecutori dei loro ordini, saremmo stati le loro pedine nella conquista del pianeta.

Scesi il primo gradino, il cuore in tumulto, ero uno zombie che si era accorto di essere rinchiuso in un sfera di cristallo infrangibile, che sorte mi sarebbe toccata quando fossi arrivato in basso, non lo sapevo, ormai il fatalismo si era impadronito del mio animo. Non mi turbai più di tanto quando mi si parò di fronte, alla fine delle scale, la ragazza della reception, un largo sorriso sulle labbra, non avevo alcuna intenzione di guardare che marchingegno stringeva nelle mani. Il mio sguardo vagò per il salone, sulla colonna c’era un orologio, fermo, le lancette fissate sulle nove e cinquantanove, chiusi gli occhi, rassegnato.

Roberto Mahlab

(I racconti della palestra)


   
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