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 Una serata di evasione
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Roberto Mahlab
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I

Il quindicesimo giorno del mese ebraico di Shevat, secondo il calendario lunare, corrispondente quest’anno al 3 febbraio, cadeva la festa di TubiShvat. ("Tu" significa quindici nella lettura alfanumerica dell’alfabeto ebraico).

L'esatta origine della festa è aperta a speculazioni, se fu ideata come festa della natura e poi si integrò nella tradizione, oppure se semplicemente era una data che serviva a calcolare la decima sui frutti degli alberi, dunque l’inizio del nuovo anno fiscale. All’epoca del primissimo Talmud, Rabbi Hillel e Rabbi Shamai ebbero una disputa sul giorno che avrebbe dovuto celebrare il risveglio delle piante dopo l'inverno e le sue piogge e l'inizio della stagione della formazione della frutta. "Il primo di Shevat", proponeva Rav Hillel, "il quindici", insisteva Rav Shammai. L'idea di quest'ultimo fu adottata, una scelta non da poco, quella del capodanno degli alberi : i frutti raccolti fino al 15 erano contati fiscalmente per l'anno prima, da dopo Tu Bishvat erano contati per l'anno dopo.

Gli alberi sono un valore esistenziale e un simbolo nella tradizione ebraica e la promessa di ricoprire la Terra di Israele di ogni tipo di pianta è cantata nei versi del Levitico. Il profeta Elia disse che la vita del popolo era come quella degli alberi e dunque piantarli e mangiarne i frutti era un segno di permanenza e di legame con la Terra. E il Talmud Babilonese ci tramanda che nel biblico Israele l'uso era di piantare un cedro per ogni nato maschio e un cipresso per ogni nata femmina.

Il popolo ebraico disperso mantenne l'uso di mangiare un frutto della Terra di Israele per mantenere il legame con la patria lontana e in Terra di Israele piantare un albero ha il significato, fino dagli albori dei nuovi kibbutz rifondati dopo la dispersione, della partecipazione individuale nella redenzione nazionale : deserti divennero boschi e giardini su una terra che era brulla e arida. Israele è l'unico paese del mondo in cui la copertura verde è maggiore all'inizio del ventunesimo secolo di quanto lo fosse all'inizio del ventesimo.

Fu Rabbi Yitzchak Luria, il cabalista di Safed, che introdusse nel sedicesimo secolo la tradizione di mangiare un frutto il 15 di Shevat, come simbolo della partecipazione umana alla gioia degli alberi. I cabalisti aggiunsero alla ricorrenza una speciale cena, simile a quella della Pasqua.
Nella mistica ebraica gli alberi sono menzionati come elementi di particolare significato a partire dal Giardino dell'Eden e dal suo albero proibito, l'albero della vita e della conoscenza. Le qualità del Signore furono rappresentate come rami di un albero spirituale. La terra e il ritmo della natura assunsero significati nuovi. Il senso spirituale della presenza del Signore disegnò l'albero con le radici in Cielo e i suoi frutti sulla terra. E così il 15 di shevat divenne il giorno della rinascita degli alberi e della comprensione dei cicli spirituali della natura. La cena comprendeva frutta, noci e bicchieri di vino di differenti colori, simboli dei mistici 4 mondi.

Il frutto, secondo i cabalisti, è uno dei simboli dell'immanenza del Signore. Alcuni frutti sono interamente commestibili, rappresentano la realtà quotidiana in cui il Divino è evidente e accessibile. Altri, ad esempio le noci, hanno il guscio duro e bisogna penetrarlo per conoscere il frutto, è il territorio in cui il Signore è presente, ma nascosto. Ecco che mangiare i diversi tipi di frutta diviene una meditazione nello spettro delle manifestazioni Divine.
Durante la cena, come propose Luria, ogni frutto viene discusso per il suo simbolismo cabalistico: si dice che il popolo ebraico sia pieno di meriti come il melograno è pieno di semi.
Che il popolo è creativo nonostante le avversità come le olive danno l'olio quando vengono schiacciate.
Che ogni parte della palma da dattero, albero e frutto, è utile, proprio come ogni ebreo ha accesso ad alcuni aspetti della Torah.
Che i 4 bicchieri con colori diversi rappresentano il ricambio della terra di Israele, dall'aridità dell'autunno alla fertilità dell'estate.

La Kabbalah fiorì dal 1500 al 1800 e il suo simbolismo e l'immaginazione teologica creativa continuano ad essere di influenza per l'ebraismo contemporaneo. Nella cena di Tubishvat compaiono 4 bicchieri di vino, il colore è diverso in ogni bicchiere, il primo è bianco, il secondo bianco con un poco di rosso, il terzo rosso con un poco di bianco, il quarto rosso. I cabalisti considerano la Creazione composta da 4 mondi o livelli separati :
Assiah :"azione", il nostro mondo, il livello più basso
Yezirah :"formazione"
Beriah :"creazione"
Azilut :"emanazione"
Lo Zohar rivela alcuni segreti dei frutti della Terra di Israele, i più importanti sono elencati in Deuteronomio :"Una Terra di grano, Orzo, uva, fichi, melograni, olio d'oliva e miele".

Dal grano il pane, chi getta il pane per terra si distacca dalla sacralità e diviene povero chi tratta il pane non con il rispetto dovuto.
Dall'uva il vino, pochi sorsi elevano il cuore, ma l'indulgenza nel berlo causa insensibilità e ira.
I fichi sono pieni di semi come le future generazioni e, fino a che esiste un Giusto nella nazione, il Signore la protegge dal male.
Il melograno, rappresenta ogni anima del popolo.
Dall'olivo, l'olio d'oliva : la sapienza, la sottomissione ad un elevato codice di condotta, lo studio che così tanti contributi ha dato al mondo.
Il miele : dalla forza nascerà la dolcezza, è tradizione insegnare ai bambini l'alef bet (alfabeto) con lettere biscottate intinte nel miele.

E il ricordo vola alla cena di un altro capodanno, Rosh-hashana, il "capodanno" ebraico (rosh = testa, shana = anno), si recita una preghiera :" possano i nostri meriti essere numerosi come i chicchi del melograno". E' un augurio che nell'anno entrante si compiano azioni in accordo con i precetti, le "mitzvot". I precetti sono 613 e si dice che i semi del melograno siano proprio 613, evidentemente si tratta di un numero convenzionale, non so se qualcuno li abbia davvero mai contati. Quello che importa però è che il frutto del melograno rappresenta lo stimolo ad un determinato comportamento, certo molti dei 613 precetti sono ormai di uso comune nella vita di ogni giorno di ogni essere umano ed è interessante che, anche con il riferimento ad un frutto, si desideri invitare allo studio, infatti, per conoscere i precetti, è necessario quantomeno studiare la Bibbia, dunque studiare, approfondire, il concetto di studio è il fondamento di ogni conoscenza. E' lo studio e l'applicazione dei precetti che ci condurrà sulla via del buon comportamento e il melograno è il simbolo prescelto durante la celebrazione della ricorrenza.

Durante un soggiorno in Israele, ho trascorso una giornata a Safed, la città degli studiosi dei Testi Sacri, sono rimasto affascinato da un gigantesco albero di melograno, enorme e bellissimo, con sullo sfondo le mura della antica cittadella, la visione mi ha talmente colpito e mi è talmente rimasta in mente che mi sono ripromesso di tornarci, alla prima occasione, con una macchina fotografica.

Safed, alta sui monti nel nord di Israele, è associata all'elemento "aria" che si narra porti saggezza, nel sedicesimo secolo Rabbi Josef Karo stese il codice delle Leggi Ebraiche, Yitzchak Luria rivelò segreti cabalistici dallo Zohar, il libro dello splendore mistico, scritto da Rav Shimon Bar Yochai a Meron, Moshe Kordevero scrisse "il frutteto dei melograni", una summa della conoscenza cabalistica.
E vi vissero le grandi donne studiose dei testi sacri, Francesa Sarah e le sue visioni sul futuro, Fioretta da Modena studiosa della Bibbia e delle leggi orali, di Maimonide, dello Zohar e Channah Rachel Werbemacher che nel 1800 costruì una sinagoga.

La vecchia città di Safed ha strette viuzze e strade in pietra, si arrampicano sul lato della montagna, connesse da scalinate di pietra e percorribili solo a piedi, una vista mozzafiato sul monte Meron e le alture di Galilea.
Ci si perde e si perdono gli occhi dalla meraviglia, nel quartiere degli artisti, creato dai rifugiati dall'Europa all'epoca della seconda guerra mondiale e oggi dei nuovi immigrati dalla Russia e dall'Etiopia.

L'albero, celebrato a TuBishvat, è un investimento nel futuro, esprime l'aspettativa che ci sia un futuro, sempre, anche quando le tenebre avvolgono il presente del popolo di Israele.

§§§

Roberto Mahlab
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Inserito - 12/02/2007 :  21:40:15  Mostra Profilo  Visita la Homepage di Roberto Mahlab Invia un Messaggio Privato a Roberto Mahlab
II

E così quel pomeriggio del 3 febbraio ho telefonato al mio amico Yacov per avvisarlo che sulla newsletter del bollettino della comunità ebraica veniva indicato un incontro per Tubishvat proprio per la sera stessa.

Yacov mi rispose che avrebbe dovuto andare ad una festa a casa di amici e amiche e io gli dissi che allora ci venivo anche io. Ma lui mi ha interrotto e ha deciso con entusiasmo che saremmo andati alla celebrazione di TubiShvat. Yacov ha una pesante responsabilità verso di me, mi ha ricondotto alle lezioni di tradizione in comunità mentre io cercavo sempre di trascinarlo a sciare e a vedere i film di fantascienza.

Sono arrivato per primo, verso le 20, ho visto il cancello socchiuso e sono entrato, pensando che la cena fosse già iniziata, ero d'accordo con Yacov che ci saremmo visti dentro. Il suono della chiusura della grande grata alle mie spalle non mi diede al momento preoccupazione, ma dopo aver premuto i vari citofoni e non aver ottenuto risposta, ho pensato che forse ero arrivato in anticipo e di lì a poco sarebbero giunti tutti gli altri.

Passarono i minuti e poco a poco compresi che doveva esserci stato un equivoco e io ero rimasto chiuso dentro il cortiletto di accesso e quel suono di chiusura del cancello alle mie spalle assunse un significato alquanto sinistro, considerato il freddo dell'inverno e l'oscurità della notte e le ombre inquietanti sui muri adiacenti e gli ululati in apparente avvicinamento di cani lupo. Mi guardai attorno, l'edificio era separato dalle villette adiacenti da altissime cancellate dalle lame appuntite, non si vedeva anima viva, ero prigioniero.
Yacov comparve poco dopo, non mi vide subito perchè mi ero nascosto dietro una colonna fischiettando il motivo della colonna sonora dei film di Hitchcock, mi scoccò un'occhiataccia e si rese conto immediatamente del problema e giunse all'unica conclusione possibile : non potevo fare altro che arrampicarmi sul muretto di mattoni e saltare in strada.

All'improvviso si accesero delle luci alle finestre della casa vicina e Yacov decise di fare un tentativo di avvertirne gli abitanti, suonò e iniziò a spiegare al citofono che eravamo lì per una festa presso la comunità ebraica e che il suo amico era rimasto chiuso dentro. Io non so davvero come non sia scoppiato a ridere mentre raccontava a sconosciuti una vicenda improbabile. I vicini gli risposero, sempre attraverso il citofono, che non ne sapevano nulla di feste e chiusero la comunicazione.

E così iniziai ad arrampicarmi, un pò preoccupato dal fatto che le telecamere mi stavano probabilmente filmando. I vicini uscirono in quel momento e si misero ad osservare la mia evasione e fecero presente, con un tono speranzoso da amanti del brivido che, se fosse arrivata la ronda, ci avrebbero colti in flagrante e Yacov fece loro notare che non potevo rimanere prigioniero per tutta la notte e che comunque alla ronda avremmo potuto spiegare il perchè dello scavalcamento del cancello. E così anche i vicini si misero comodi a vedere come andava a finire. Ci mancava il carrettino dei popcorn e Coca Cola e mi ritrovavo protagonista dell'ultimo thriller con Nicolas Cage, proprio quello in cui alla fine fu fatto fuori dai cattivi che lo tenevano in ostaggio.

Fu allora che apprezzai la saggezza del mio istruttore in palestra, mi allenava tre volte alla settimana a tirarmi su con le braccia sulla sbarra alta e, quando protestavo perchè era un esercizio che mi sfiniva, mi rispondeva con uno sguardo che pareva mirare lontano :"un giorno tutto questo ti servirà".
E in effetti ero allenato a tal punto da salire agevolmente in equilibrio sul muretto e poi scendere con perizia dalla parte opposta, fino a raggiungere la strada. Proprio sotto le telecamere di sorveglianza.

Se l'indomani qualcuno avesse visto i filmati e lanciato l'allarme, avremmo dovuto spiegare che le quattro persone nelle riprese eravamo solo io, Yacov e i due vicini, anche se a prima vista appariva che una persona sospetta stesse saltando il muretto, un'altra gli stesse dando delle istruzioni e altre due osservassero, come fanno di solito i pali negli atti delittuosi.
Se è stata scattata anche un foto proprio mentre saltavo giù dall'altra parte e se questa foto venisse mandata in giro per le redazioni, c'è il rischio che i quotidiani amici titolino :"la palazzina della comunità ebraica violata da misteriosi e sinistri personaggi", mentre i quotidiani antisemiti apriranno su nove colonne con :"gli ebrei fuggono dalla comunità che li teneva prigionieri".

Immagino che queste versioni siano più verosimili di quella più banale di una persona convinta che ci sarebbe stata una festa, avremmo saputo solo l'indomani che era stata cancellata, e poi rimasta intrappolata da un cancello che le si è richiuso alle spalle.

Yacov e io abbiamo trascorso il resto della serata in un locale vicino, "Il Saloon" è il nome e, tracannando tè freddo al limone io e birra rossa lui, per tutta la sera di TuBishvat abbiamo parlato di argomenti serissimi, lo studio, la Terra, le tradizioni e i film di fantascienza, una concentrazione che mi appare adesso piuttosto incredibile, visto che il locale era pieno di bellissime ragazze che ci lanciavano occhiate preoccupate mentre noi le ignoravamo.

I due vicini della palazzina da cui sono evaso avranno da raccontare di quanto sono stati testimoni ai loro figli e ai figli dei loro figli, gli avventori del saloon che avranno avuto la ventura di ascoltarci parlare al tavolo, tramanderanno e trasformeranno la vicenda di quella sera in una storia avventurosa che un giorno, forse, sarà ripresa da un film di Hollywood.

Il mio tè conteneva una scorza di limone, il mistico cedro, un frutto, la birra di Yacov era rossa, il quarto colore dei bicchieri della cena, a modo nostro e avventurosamente avevamo onorato la cena di TuBishvat, seppur così lontani da Safed. E da lontano nel tempo Rabbi Hillel e Rabbi Shamai osservarono quei loro buffi successori che seriamente stavano dibattendo di tradizione e film di fantascienza contemporanei in un locale a forma di saloon del far west.

Se invece finiremo al fresco perchè a prima vista le videocamere hanno ripreso quattro personaggi a fare strane cose e perchè ci vorrà tempo per convincere le autorità di che cosa è accaduto veramente, propongo di organizzare la cena di Pasqua nella cella in cui Yacov e io saremo rinchiusi. Celate dentro il pane azzimo, ci faremo recapitare delle lime per segare le sbarre nottetempo.

Ormai alle serate di evasione siamo abituati.

Roberto Mahlab

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