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 Se i sogni non muoiono al tramonto
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luisa camponesco
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Inserito - 26/10/2004 :  14:14:22  Mostra Profilo  Visita la Homepage di luisa camponesco Invia un Messaggio Privato a luisa camponesco


Se i sogni non muoiono al tramonto

Camminava con passo lesto, rasentando i muri, si guardava attorno guardingo. Un autoblindo attraversò la piccola piazza, Frank si fermò ansante dietro un angolo in attesa che se n’andasse. Era ancora impressa nella sua mente quella notte maledetta tra il 12 e 13 agosto, il giorno seguente lo avrebbe trascorso con Helga la sua ragazza, avevano l’appuntamento alle 3 del pomeriggio vicino alla porta di Brandeburgo e invece aveva trovato un lunghissimo filo spinato.
Lei era dall’altra parte, lui l’aveva chiamata, aveva urlato il suo nome, avevano corso lungo la linea fino a quando due vopos gli avevano intimato di allontanarsi. Ancora ansimante la guardava mentre con un fazzoletto lo salutava tra le lacrime.
Erano passati quasi quattro anni da quel giorno, non aveva più rivisto Helga, ma aveva avuto, in un paio di casi fortunati, sue notizie. Non aveva nessun fidanzato, e si era laureata e lavorava presso una scuola elementare. Era sollevato nel sapere che stava bene e aveva un lavoro. Per lui le cose erano un po’ diverse, aveva lasciato gli studi e lavorava in una tipografia, lì aveva conosciuto Karl Moser un intellettuale e tramite lui altri oppositori al regime di Honecker.
Si ritrovavano tutte le sere in una soffitta vicino a Friedrichstrasse, dall’abbaino potevano osservare, con un binocolo il checkpoint. Attraverso quel passaggio ricevevano notizie dalla Berlino ovest, tutto questo grazie a Manfred che quasi ogni giorno attraversava da quel posto di blocco con il suo camioncino trasportando derrate alimentari, le scaricava e ritornava, dopo essere stato accuratamente esaminato, nel settore controllato dagli alleati. Manfred rischiava ogni volta che trasmetteva i messaggi agli amici, ma credeva fermamente in quello che faceva.
Quella sera nella soffitta, al chiarore di un vecchio lume, Frank, Karl, Harald e Josef discutevano attorno ad una mappa della città.
- Ecco, vedete! Proprio in questo punto stanno costruendo il terzo muro – spiegò Karl.
- E’ costituito da lastre di cemento collegate con montanti d’acciaio e rinforzate – continuò – e questa è “la striscia della morte”
Proprio così la chiamavano “la striscia della morte” qualche giorno prima uno studente universitario era stato ucciso mentre tentava la fuga.
- Sarà meglio diradare gli incontri d’ora innanzi, meglio non creare sospetti, sappiamo tutti di cosa sono capaci quelli della Stasi – la voce di Karl s’incrinò, lui era sopravvissuto ad un campo di concentramento nazista e portava ancora i segni, anche se le ferite più profonde erano quelle che non si vedevano.
Poi rivolto verso Frank, ammiccò con complicità e gli tese un pezzo di pane.
- Grazie ma non ho fame – rispose
- Non ti ho chiesto di mangiarlo.
Finalmente comprese e preso il pane lo sbriciolò, all’interno un minuscolo pezzetto di carta e solo tre parole: “ti amo, Helga”
Lo lasciarono solo, uscirono in punta di piedi, perché potesse assaporare tutta la dolcezza di quelle parole. Frank girò e rigirò fra le mani quel minuscolo foglietto che gli aveva trasmesso tanta emozione, sapeva di non poterlo conservare e con grande sofferenza lo accostò alla candela e lo bruciò. Una parte di lui bruciò con esso, così, in sordina maturò la decisione, sarebbe fuggito, a qualsiasi costo piuttosto che vivere una vita che non era più tale.
S’affaccio alla finestrella e in lontananza vide le luci di Berlino ovest, gli parevano così vicine e invece era lontane anni luce. Strinse i pugni fino a farsi male, così ritrovò la voglia di lottare.
I giorni che seguirono lo videro, pedalare sulla sua vecchia bicicletta, lungo tutta la recinzione del muro, con l’orologio da taschino, regalo del nonno, cronometrare, i passaggi delle guardie. Questo fatto, però, non sfuggì all’occhio attento di Karl.

- Sono preoccupato per Frank – disse una sera mentre era in compagnia di Harald, in un bar vicino a Dreilinden
- Sta meditando qualcosa di pericoloso, e lo fa palesemente – continuò
- Cosa sta facendo? – Harald si mostrò incuriosito
- Da giorni sta costeggiando tutto il muro, e come se non bastasse cronometra il passaggio delle sentinelle
- Ma è impazzito! – Harald si accorse di aver alzato la voce e si guardò preoccupato attorno. Sarebbe bastato poco per essere arrestati dalla polizia, ma nessuno pareva aver notato la conversazione.
- Bisogna fermarlo prima che si esponga troppo.
- Pienamente d’accordo Karl
Quella stessa sera si trovarono tutti nella solita soffitta e Karl affrontò il compagno.
- Sai Frank noi ti siamo amici, quindi se hai un problema vorremmo aiutarti.
- Vi ringrazio, so che mi siete amici, ma in questa cosa non voglio coinvolgervi
- Noi siamo già coinvolti, se è quello che penso io.
Frank abbassò il capo i tre lo guardarono, il silenzio venne rotto da una sirena e poi seguito da colpi di mitra.
- Qualcuno ha tentato di passare - Josef si era affacciato alla finestra dopo aver spento il lume.
- L’hanno preso?
- Si ma è vivo, lo interrogheranno…
- Ecco cosa intendevo, Frank, quando ti ho detto che eravamo comunque coinvolti. Se tu tentassi la fuga e fossi preso, ti interrogherebbero e noi sappiamo bene come …
- Potresti fare il nostro nome…
- Non vi tradirei mai – lo disse con veemenza.
- Ne siamo sicuri – continuò Karl – non lo faresti mai a meno che… – sospirò
Tutti conoscevano i metodi con cui interrogavano i dissidenti, chi sopravviveva avrebbe portato le conseguenze per sempre.
- Ho deciso di fuggire a Berlino Ovest – disse all’improvviso.
Calò un silenzio pesante quasi palpabile.
- Bene! – esclamò Karl – cominciamo a studiare un piano.
Tutti annuirono, ignorando le proteste di Frank.
- Tu Josef, informati sui metodi che hanno adottato quelli che ce l’hanno fatta. Tu Harald effettua un controllo a tutto campo sui checkpoint, orari, cambi di sentinella, gente che abitualmente transita, per lavoro o per turismo, io contatterò Manfred
- Ed io cosa faccio? – chiese Frank
- Tu te ne stai tranquillo, meno ti notano e meglio è.
Nei giorni seguenti ci fu un gran movimento fra i quattro amici, tutti portavano informazioni.
- Qualcuno sta costruendo un tunnel sotterraneo!
- Dove?
- Non so esattamente, non ho voluto fare troppe domande, almeno per il momento. Non si fidavano di me!
- Io saputo che un certo Stefen è riuscito a passare entrando nel doppio fondo di un baule.
- Frank è troppo alto, non sarebbe possibile.
Ciascuno progettava, discuteva, era come se una ventata di speranza fosse entrata all’improvviso nella loro vita, nel frattempo Karl aveva incontrato segretamente Manfred.

Si erano parlati a lungo una sera in un luogo segreto che solo loro conoscevano.
- Ti farò sapere, tra due giorni sarò qui e ti dirò se la cosa si può fare – Manfred dopo essersi guardato attorno si dileguò nella notte.
Le notizie delle fughe erano all’ordine del giorno, usavano i mezzi più disparati, qualcuno si lanciava, a tutta velocità con moto o macchine, contro i posti di blocco.
- Ho saputo – disse una sera Harald – che alcune persone stanno costruendo un minisommergibile.
- Forse potrei unirmi a loro!
- No Frank , per te ho un altro progetto- esclamò Karl, ma non disse altro
-
Le giornate che seguirono parevano interminabili, un’alternanza fra delusioni e attese e poi la svolta.
Quella sera Karl incontrò Manfred
- Allora cosa hai pensato cosa fare?
- I vopos hanno intensificato i controlli, quindi è escluso il doppio fondo nel camioncino – rispose - però...
- Però?
- Ci sarebbe un’altra soluzione, ma è più rischiosa.
- Spiegati!
- Dovrebbe andare sotto il camion fra le ruote, sostenuto da un sistema di cinghie che provvederò a sistemare. Ma dovrà essere molto veloce, la sosta a Helmsted durerà solo pochi minuti nei quali dovrà agganciarsi e rimanere immobile. Ce la farà?
- Ce la farà!

Tutto si era messo in moto la decisione ultima ora spettava a Frank.
Non ebbe alcuna esitazione, avrebbe corso qualsiasi rischio pur di raggiungere Berlino ovest e riabbracciare Helga.

Erano le ore 18 del 15 ottobre 1965, un camioncino era fermo, come ogni giorno, nelle vicinanze del checkpoint di Helmested. Il conducente mostrava alcuni documenti ai vopos, alcuni curiosi si avvicinarono per sapere di cosa stessero discutendo e si frapposero fra il mezzo e le guardie.
Pochi minuti dopo le sentinelle li spintonarono e allontanarono la gente, poi passarono ad esaminare minuziosamente l’autoveicolo. Con orrore Karl si accorse che una cinghia penzolava, probabilmente si era staccata, un vopo stava per chinarsi, allora si mise ad urlare, a sbracciarsi, le guardie lo guardarono stupite e gli puntarono contro i mitra.
Karl si mise a correre, corse come mai aveva fatta in vita sua, i vopos lo inseguirono mentre il camioncino di Manfred partiva sgommando, approfittando della confusione, alla volta di Berlino Ovest, per quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio.

Un raffica di mitra lacerò l’aria.

Karl Moser ritto sul muro osservava un amico che abbracciava piangendo le guardie dall’altro lato del confine.
Ecco aveva realizzato il sogno insieme a Frank, aveva ritrovato la libertà.
La libertà, un desiderio che non sarebbe mai morto.
Sorrise Karl a quel pensiero mentre un rivolo rosso come il sole che stava tramontando, scendeva lento da un lato delle labbra.

Edited by - luisa camponesco on 15/10/2005 18:58:50

   
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