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 4 Favole e Racconti / Tales - Galleria artistica
 Che splendida giornata(4 amici e una Polo)(intro)
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E.
Villeggiante


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Inserito - 24/10/2003 :  10:14:08  Mostra Profilo  Visita la Homepage di E. Invia un Messaggio Privato a E.
Ore dieci operativa. Già sotto casa. Tailleur nero (rigorosamente pantaloni) - maglia nera - scarpe da puffetta di quelle che ti piacciono, fai il viottolo davanti alla vetrina e alla fine te le compri ma sai già che te le metterai a dir tanto quattro volte in tutta la vita perché anche sotto a quel vestito da uomo ti senti più a tuo agio con un paio di Converse - immancabile sciarpa avvolta intorno al collo e lasciata un po’ andare come viene, tanto per evidenziare quel contrasto tra l’elegante -diciamo la classe- e l’informale che mi piace tanto. Questa volta è verde, un bel verde speranza. Me l’ha portata Hande da Istanbul. Prima o poi ci devo andare. Guardacaso la borsa che mi hanno comprato Paolo e Martina a Bali è proprio dello stesso colore. Perfetto.
Cerco un po’ di sole per riscaldarmi. Alla fine è arrivato, il freddo quello ignorante. La sera prima da casa alla stazione mi ci veniva da ridere. Stavo tornando a Livorno per la laurea di Gaia.
Quasi puntuale arriva Giulia sulla sua Polo scaciata. Jeans, giacca di camoscio marrone sivigliana e sciarpa sul bordeaux sgargiante oro. Gliela comprai per il compleanno e gliela feci recapitare da Cuca. A novembre scorso, quando da poco era partita per la Spagna. Sembra un secolo fa.
Monto in macchina e l’atmosfera è già partita.
Colazione in baracchina. Un classico.
Tappa successiva: Comune. Checco ci aspetta in splendida forma: scarpe da ginnastica, jeans, camicia bianca fuori dai pantaloni, giacca e cravatta.
Manca solo Checca. Pochi minuti, tutto a dritto a destra il mare e arriviamo da lei.
Zazzerona davanti agli occhi, pantalone nero elegante e giacca di pelle un po’ sdrucita. Le concediamo un caffè veloce, poi sale in macchina. E l’avventura comincia. Tutti a Pisa, destinazione Sapienza. Nemmeno a dirlo, siamo in ritardo.
Superato Camp Derby, all’altezza del bivio per S.Piero, io e Checco abbiamo la stessa immagine che ci passa davanti agli occhi: non vi sembra di rivivere una scena di “Quattro matrimoni e un funerale”?
Al posto delle fedi ci mancano i fiori; per il resto siamo dentro al film. E come ci piace.
Ognuno in questo momento ha la propria vita -quasi mi piacerebbe l’idea che tutti fossimo dovuti rientrare da un momentaneo fuori-città-, le proprie questioni da risolvere, quelle delle svolte, quelle dell’ora basta diamoci un’impostazione non si può andare avanti così ma sono solo discorsi perché questo andare avanti così (che poi come?) ci piace eccome, dicevo, ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, ognuno in fondo perso dentro ai fatti suoi (mammamia, siamo anche una canzone?!), ma sempre presenti per le cose che contano. E felici di esserlo. Come dei bimbi. Ma non siamo più bimbi. Noi non ce ne accorgiamo. O forse solo io, è giusto che parli per me. Il bello è proprio questo. Il tempo passa -e ne è passato- , le situazioni cambiano, le circostanze mutano gli eventi, la ruota gira, ed eccoci ancora qui. Su una macchina per festeggiare.
Si arriva a Pisa sfiorando il tempo limite, ovviamente. Di rincorsa verso la Sapienza, col suono dei miei tacchetti che ci fa ridere.
Cavolo, è già entrata. Apriamo la porta pesante e in punta di piedi ci sediamo nelle ultime file. Uno sguardo veloce agli spettatori, poi poso l’attenzione su di lei. Non so cosa stia dicendo ma mi sembra bravissima. E io che avevo paura che si inceppasse per la troppa emotività!
Mi giro, un’occhiata alle mie inseparabili compagne e via, è l’ora dei fiori, a costo di perdersi la fine.
Un bel mazzo di margheritone arancioni, gialle e rosse per noi. Un girasole al peperoncino per Checco. Qualche esitazione nello scrivere il biglietto e si riparte di rincorsa, ci si perde Giulia per strada e si arriva giusto in tempo per rientrare in aula ed assistere al 110 e lode. Brividi che sicuramente non ho provato il giorno che è toccato a me, nel lontano dicembre 2002, grande applauso e tutti fuori. E’ il momento di brindare. I festeggiamenti durano parecchio, oioi quanto s’è mangiato. Da sentirsi male. Ah bene un po’ al sole, fa di nuovo caldo. Si avvicina l’orario di rientro in ufficio, Checco deve andare. Giulia, la libera professionista senza orari, ha anche lei un lavoro che la attende. Checca lo studio. Io devo sbrigare parecchie cose e ripartire per Firenze in serata. Si rimonta sulla Polo scaciata. Siamo euforici. Infiliamo nella radio una cassetta mista millenovecentonovantaquattro della serie amarcord e si da il via alle voci.
C’è Spagna. Io la odio, ma mi sento talmente bene che ho voglia di cantarla. E poi la canzone è perfetta per quel momento, non ce ne poteva essere una migliore. Io e Checca sedute dietro si comincia a fare le sceme. “Gente come voi, che non sta più insieme, ma che come voi ancora si vuol bene…..”. E’ ovvio. Stiamo prendendo in giro quei due davanti. Che a loro volta autoironizzano. “A tutti quelli che credono all’amore…”. E’ un secondo. Un unico sguardo. Otto occhi che si incrociano. Brillano. Ci siamo capiti, vero? Che domanda. Checco sterza, gira a destra. Si va al mare. Un paio di telefonate, sai, la laurea è stata posticipata ad oggi alle tre, ci vediamo domani. Checca non se ne parli. Io farò le rincorse e partirò l’indomani alle sette con due ore di sonno sulle spalle, per poi tornare indietro con ogni probabilità nel tardo pomeriggio massacrata dalla stanchezza. Ma chi se ne frega. Questa notte è ancora nostra. Sì, lo so. E’ giorno. Ma la frase rende troppo bene l’idea. Le strade, i camion, il treno, le navi, è tutto in movimento. E noi ci siamo dentro. Ragazzi, c’è bisogno di una macchina fotografica. E’ essenziale. L’essenziale è invisibile agli occhi, e ciò che ci sta trascinando verso la spiaggia è il cuore, ma le foto anche sono un pezzo di cuore. Del mio per lo meno.
Siamo appena scesi dalla macchina e già mi sono tolta le scarpe. Ah, piede nudo e asfalto, è ancora estate. Tre birre, una Tassoni e una bottiglia d’acqua.
Ora, veramente, ci siamo.
E.


   
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