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 Frammenti di vita: la scoperta
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saphir
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Inserito - ago 24 2002 :  00:38:19  Mostra Profilo  Visita la Homepage di saphir Invia un Messaggio Privato a saphir
Scendevo dal paese diretta verso casa...il sole ormai basso sull'orizzonte in questa seconda metà di agosto, l'aria ancora umida per la pioggia scesa stanotte.
La strada era asfaltata...quasi un'eresia in montagna, eppure vi sono chalets tutti intorno e non poteva essere che così.
Mentre camminavo sull'asfalto ciò che sentivo e osservavo era, però, uno scenario montano...prati selvaggi che la fiancheggiavano, erba alta per sfamare i cavalli che vengono tenuti a pascolare, fiori spontanei coi loro toni di viola, blu, giallo e bianco...e fiori coltivati inseriti con cura in tronchi scavati o gerani appesi alle travi dei balconi e alla facciata degli chalets. Eppure, nonostante le persiane aperte e le auto parcheggiate davanti, sembravano vuoti...
nessuno intorno...solo io con in mano il sacchetto della spesa.
Il silenzio che mi circondava era interrotto solo dal frusciare delle foglie delle giovani betulle...tronco d'argento negli ultimi raggi del sole.
Una cicala...non un coro, ma una solamente.
Penso...quanto tempo era che non andavo in paese a piedi? Quasi otto anni... e la mente corre a quell'ultima volta. Niente a interrompere il flusso dei pensieri...neppure ansia, angoscia o paura.
Questi rumori della natura, questo paesaggio che si mostra dopo ogni curva, queste cime imbiancate interrotte dal verde scuro degli abeti, questo intrecciarsi di selvaggio e costruito con amore, questi fiori così diversi (quelli spontanei e quelli coltivati), tutto questo è mondo...è vita...è universo...è la molteplice varietà degli esseri viventi.
Quanta presunzione nel credere di sapere cosa si prova esattamente quando un reale minaccia ti accompagna nel tuo cammino!
Ero veramente convinta di saperlo.
Quante persone ho visto?
Migliaia.
Quante ne ho ascoltate?
Migliaia.
Quante volte ho creduto di essermi davvero immedesimata nei loro problemi?
Centinaia.
Quante volte ho davverso provato ciò che provavano loro?
Una sola...la mia.
Una volta che dura da quasi otto anni, con tutte le sfacettature che ci sono fra la scoperta, la consapevolezza, l'attesa e...
Che cosa mi manca rispetto a loro?
La speranza.
La possibilità di sperare.
Solo in questo siamo diversi...nella conoscenza e nella possibilità di crearsi illusioni, o di riceverle in dono.
Quasi otto anni...otto a novembre.
Novembre.
Per me la montagna era solo autunno e inverno, allora.
L'estate è una scoperta recente.
L'autunno è stupendo qui...il giallo e il rosso dei larici che si mescola al verde degli abeti come sulla tavolozza di un pittore.
L'inverno è stupendo qui...i fiocchi bianchi della neve che sembrano danzare prima di posarsi sul mondo...una coltre che ti circonda di silenzio e di splendore...cieli sfavillanti di stelle e la luna...la luna che sembra più grande, se ti sforzi e allunghi una mano puoi quasi toccarla.
Novembre.
Venivo qui a ognissanti da anni...tre giorni al massimo.
Quell'anno ero già andata via dal Policlinico... era trascorso un anno e mezzo dall'ultima volta che ero entrata là come medico...basta con le lotte impossibili...basta con le ingiustizie..ma,soprattutto,
una scelta per amore.
Amore per il mio bambino, che stava affacciandosi al mondo degli adulti.
Un mondo che lo aveva schiaffeggiato con la violenza inaspettata della cattiveria e dell'egoismo...non ero riuscita a proteggerlo...ci ho provato per quasi quattro anni e poi, a storia conclusa, mi sono resa conto che per noi adulti la scoperta della cattiveria e dell'egoismo in chi ti è consanguineo lascia solo delle cicatrici, ma per loro, i bambini, è il crollo di un mondo in cui avevano riposto la loro fiducia e le loro speranze.
A me stessa dicevo che la decisione di andarmene era già stata presa da tempo, anche se per due anni avevo rimandato la data, proprio per tutti gli ostacoli e le barriere che dovevo superare per fare del mio lavoro non un semplice lavoro, ma quello che sentivo dentro di me di dovere a quegli esseri indifesi e vulnerabili che riponevano le loro speranze e la loro fiducia nella medicina. Ma non era l'unico motivo.
Non li avrei abbandonati solo per non dover lottare di continuo contro i mulini a vento, no...era per lui, per mio figlio...la prima persona verso cui ero davvero responsabile.
Novembre 1994.
16 anni compiuti da poco.
Un mio amico d'infanzia, il più caro, morto in gennaio di leucemia, dopo due anni d'inferno e una scommessa persa...due anni in cui ho ammirato il suo coraggio...in cui ho assistito alle sue lotte giorno dopo giorno.
Ero con lui la sua ultima notte...solo quella volta mi ha permesso di restare ad assisterlo.
"Dolcezza" mi chiamava, mi ha sempre chiamato così.
Non riusciva a vedere in me il medico, ma solo l'amica...era lei che non voleva turbare, era da lei che non voleva un aiuto materiale per i suoi bisogni più intimi.
Sergio, ricordi? Quella sera quando mi sono affacciata alla porta della tua stanza....
"Vai via, Dolcezza, non ti voglio qui".
"Non c'è nessun altro Sergio, sono tutti distrutti per la mancanza di sonno. Solo io posso farcela, Sergio. Mi metterò buona buona sulla sedia ai piedi del letto...non mi sentirai neppure, non mi vedrai, se non vuoi...lasciami restare...lascia restare il medico, l'amica ora non c'è, se non la vuoi vedere"
"Prometti che chiamerai un infermiere ogni volta che ho bisogno di qualcosa...e uscirai dalla stanza"
La sua voce era flebile attraverso la maschera per l'ossigeno...la tosse convulsa interrompeva le parole.
"Prometto"
La luce notturna...un puntino azzurro sopra il suo letto.
Io in silenzio, avvolta dall'oscurità.
Parlammo quella notte...lui sapeva che aveva perso la sua scommessa per la vita...un figlio di 14 anni, lontano...sua moglie lontana.
La paura e l'angoscia sempre più vicine.
Le sentivo, ma erano estranee.
Il dolore era la mia unica compagnia.
Dolore perchè sapevo che era l'ultima volta che lo vedevo.
Dolore perchè lui sapeva la stessa cosa e voleva un po' di speranza. L'avrei voluta anch'io...quanto avrei dato per potermi ingannare come riuscivo a fare (veramente?) con lui.
Avrei voluto essere solo una semplice amica, quella notte, e non un medico che legge sul viso l'ombra della morte.
Quegli occhi azzurri come i laghetti di montagna..limpidi e fiduciosi,un tempo, come un cielo sereno...quegli occhi che mi avevano così colpita la prima volta che lo avevo visto...
Avevamo sei anni.
Lui indossava un vestito alla marinaretta... la marsina blu rendeva i suoi occhi di un intenso turchese.
La nostra amicizia cominciò allora e non è morta con lui.
Col passar delle ore si abituò a me...silensiosa e invisibile nella
oscurità.
"Stai dormendo?", domanda.
"No"
Il tempo.
Quanto l'ho odiato quella notte!
Quanto lo odio da quel novembre successivo!
Sergio non hai mai sorriso quella notte...e io non sorrido più da novembre.
Novembre...i colori sgargianti...io e mio figlio da soli qui, in montagna...una breve vacanza.
Qui c'è un mondo diverso, me ne sono accorta per la prima volta proprio quel novembre.
Non ti ho pensato, Sergio...non qui.
Tu e i pensieri, la tristezza e i problemi si erano fermati come per magia alla frontiera e mentre salivo sul passo il cuore diventava sempre più leggero e il sorriso nasceva spontaneo come un fiore selvatico.
Furono tre giorni magici, sereni, bellissimi.
Mio figlio doveva cominciare a volare a febbraio e ne parlava continuamente, come una conquista tanto sognata che riesci ad avere a portata di mano.
Mountan bike, passeggiate nei boschi, la diga...un lago blu scuro formato dall'uomo, ma così bello con la superfice increspata dal vento.
Il giorno dopo il rientro a casa ero a una barbosa riunione fra insegnati e genitori alla scuola di mio figlio.
Ascoltavo appena le solite lamentele sulla vivacità dei ragazzi.
Un spallina del reggiseno scivola lentamente...la mano che si protende per riportarla sulla spalla...le dita che sfiorano un piccolo nodulo nella parte alta del seno...una scossa lieve, come quando si tocca un filo a bassa tensione...dalle dita viene trasmesso un messaggio al cervello: è un tumore maligno.
Come fai a saperlo? Non c'è niente che possa farti pensare che sia maligno.
Eppure la voce era lì nel mio cervello...una certezza, come ero certa che mio figlio non sarebbe mai nato senza un parto cesareo.
Volevo andar via.
Avevo fretta.
Dovevo pensare.
Avevo tante cose da fare e organizzare.
Il tempo.
Il tempo era poco.
Dovevo fare in fretta.
Più fissavo l'orologio e più lentamente si muoveva quella lancetta...i secondi sembravano essersi fermati...i minuti non passavano mai.
Devi andartene.
Ma allora dovevo ascoltare.
L'argomento era cambiato...ora era serio...la psicologia della paura e della responsabilità per i ragazzi che hanno in mano un aereo...come dovevamo comportarci con loro, quali segnali leggere e interpretare, in che modo aiutarli.
Il rischio.
Detesto volare.
La scena davanti ai miei occhi: un aereo annerito e contorto...pezzi di lamiera scagliati lontano...un corpo carbonizzato.
Devi andartene.
Non posso.
Le parole del preside, un pilota di vecchia data...le parole dell'insegnante di volo, un ragazzo ventottenne con gli occhi che non sorridono mai: i ragazzi saranno tesi, silenziosi oppure parleranno a ruota libera e non riusciranno a fermarsi...leggete il linguaggio del corpo, dei gesti...ogni volta che torneranno a casa, ogni volta che usciranno per andare a volare. Discreti, ma attenti...attenti perchè dopo un po' di lezioni usciranno da soli e voi dovrete già sapere se possono farlo o se è troppo rischioso..in quel caso dovete avvertirci.
Devi andartene...non c'è più tempo...non troverai nessun collega con cui parlare.
Non posso.
Il tempo che scorre in fretta nella mia mente...sembra consumare i minuti, le ore, i giorni.
Il tempo che non scorre in quell'aula, ma sono già le sei e non hanno ancora finito la loro lezione.
Ascoltali.
Non pensare.
16 anni compiuti da poco...quanto tempo potrò stare con te?
Cosa dirti perchè tu possa restare sereno e concentrato sul volo?
"Se uno di voi si ammalasse come Sergio io voglio saperlo"
Lo choch del figlio...quelle lacrime silenziose, ma disperate davanti alla bara del padre,mentre il cacciavite elettrico strideva chiudendo
il coperchio e separando padre e figlio per sempre... la mia mano che teneva la sua, in silenzio per non disturbare... soli: io, Sergio e Filippo, suo figlio.
Aveva saputo della morte del padre al telefono.
Avevo chiamato la moglie quella mattina, presto...alle sei.
"Miki, devi venire, Sergio non passerà un'altra notte...devi dirlo a Filippo".
Invece non lo aveva fatto e alle dieci di sera lui era già morto e Miki, al telefono, diceva a suo figlio, lontano, che suo padre era morto e doveva venire a Bologna dalla Puglia quella stessa notte.
Papà...anch'io non ti ho più visto vivo...anch'io non ho potuto parlarti un'ultima volta...anch'io ho viaggiato di notte per raggiungere il tuo corpo...anch'io ero sola con te nella camera mortuaria e ti tenevo la mano gelata sperando di riuscire a scaldarla,mentre ti dicevo parole che mi erano rimaste nel cuore e mentre l acrime silenziose rigavano le mie guance.
Nessuna mano calda teneva la mia, allora.
Io tenevo stretta quella di Filippo...ma era calda la mia?
"Io voglio saperlo" Disse allora mio figlio.
"Sergio, perchè non vuoi che Filippo venga a trovarti? Sono due mesi che non ti vede"...questo dissi a lui quella notte, in mezzo a tante altre parole angoscianti che ascoltavo da lui.
"Non voglio che mi veda così...lo farò venire quando mi sarò un pò ripreso"...e la domanda sembrava spezzare l'azzurro degli occhi in minuti frammenti scomposti.
La mia mente...qualcosa che urla...parole silenziose dalla sua mente alla mia, dai suoi occhi ai miei...io so che sto morendo, ma non dirlo, Dolcezza, è tutta la notte che ti parlo della mia morte... di Filippo...della mia angoscia per lui...non c'è il sole in questa mattina di gennaio...non ci saranno più mattine, nè sole...solo il buio della notte...dammi un'ultimo raggio di sole, Dolcezza, e poi lasciami solo e dimmi che tornerai a trovarmi più tardi...domani. Dammi il domani, Dolcezza.
Parole silenziose.
Le ho lette, Sergio. Le ho sentite. E ti ho dato un raggio di sole.
E ho dato angoscia a tuo figlio...disperazione per essere arrivato troppo tardi.
Gli tenevo la mano in silenzio...quel tempo era suo...era vostro.
A te, dolce ragazzo che ho messo al mondo, non posso dirlo...non ora
...non ancora.
Grazie Papà...grazie per quei tre giorni sereni con lui...grazie per avermi avvertita in tempo, ora...grazie per il coraggio e la forza che mi dai...grazie per farmi mentire così bene con loro ed essere così serena quando sono a casa.
Grazie per non farmi sprecare tempo prezioso.
Hai salvato due vite.
La sua, 16 anni fa.
La mia, ora.
Lo sai che non è per sempre, lo so anch'io...non importa, papà, basta solo che lui impari a volare e che quella visione di fuoco e di morte sparisca dalla mia mente.
Aiutami ancora un po'.
Aiutami a farlo diventare più adulto, poi il mio compito sarà completato.
Quanta presunzione, in me, un tempo!
Ora faccio parte di un'elite.
Ora vi capisco davvero.
Tutti voi: F, Maurizio, Luigi, tutti...ora siamo uniti...ora siamo vicini...ora vivo con voi in questa strana elite in cui ci riconosciamo solo guardandoci negli occhi: "anche tu?"
Ora cammino con voi.
Ma non ho chi mi dona la speranza. Non posso averlo.
In fondo è giusto così.
Ho studiato per voi e per me...volevo essere brava...volevo strappare tante vite alla morte. A volte ci sono riuscita. A volte ho fallito.
Era la mia lotta contro Dio, contro l'ingiustizia, contro i mali che si portavano via, inesorabilmente, chi aveva ancora tanto da dare.
Un peccato d'orgoglio.
Esaltante a ogni successo...terribile per ogni insuccesso.
Però non ho condiviso l'angoscia e la disperazione, come credevo... ora lo so...ora ho capito.
Vi ero davvero vicina, lo sapete...l'avete sempre sentito e mi avete aiutata a non sbagliare. Ero vicina alla vostra anima...il mio cuore era con voi...soffrivo per voi...ma non avevo capito.
A volte stavo al vostro fianco in silenzio, a volte mentivo per voi, a volte vi sedevo accanto e vi tenevo la mano, a volte vi accarezzavo il viso, la fronte fredda e sudata, vedevo l'ombra della morte calare sul vostro viso contratto dal dolore e cercavo di scacciarla perchè i miei occhi potessero parlarvi di sole e di luce...di giorni che non sarebbero mai arrivati...a volte, quelli di voi che sapevano la verità, avevano momenti di rabbia, di ribellione...ma io cercavo di parlarvi un linguaggio che potesse riportare un po' di sereno... eppure, nemmeno una volta ho pensato che potesse succedere a me.
Io ero immune, come tutti i medici imparano in fretta.
Ma la vita è diversa...e riserve sorprese.
Quante mani ho tenuto fra le mie per tutta la notte?
Quante paure ho cercato di scacciare?
Quanto affetto vi ho trasmesso quando non c'era nessun'altro da cui poterlo ricevere?
Molto di tutto. Era quello il mio vero scopo...era per quello che vivevo. Era il mio modo di essere in pace con me stessa.
Ma non sono mai riuscita a immedesimarmi in voi...nemmeno una volta.
Solo quel novembre il sipario si è aperto e la luce accecante di mille riflettori si è riversata su me e mi ha abbagliato.


ophelja
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Inserito - ago 27 2002 :  11:21:10  Mostra Profilo Invia un Messaggio Privato a ophelja
Grazie...
Hai sollevato il velo di pudore che circonda la disperazione e l'impotenza ...
Grazie...
Non sei sola.
Ho condiviso il tuo stato d'animo 12 anni fa'. Mia sorella, la mia amata sorella,
ha vissuto, penato, imprecato.....
Ora sta bene; devi saperlo che c'è sempre una speranza, c'è sempre una possibilità che va oltre il nostro umano pensare.

Ti abbraccio, con affetto. Mi rivolgero al tuo Angelo Custode per inviarti quella stretta di mano che riscalda il cuore....

opheljaVai a Inizio Pagina

saphir
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Inserito - ago 31 2002 :  00:30:25  Mostra Profilo  Visita la Homepage di saphir Invia un Messaggio Privato a saphir
Grazie Ophelia, è l'inizio di una lunga storia e il motivo per cui la sto scrivendo va oltre la mia persona...spero che alla fine lo scopo di questo difficile compito sia chiaro per tutti e soprattutto possa servire a chi è malato come me, ma anche a tutte le persone che hanno o potrebbero avere contatti stretti con loro...non per capirli, perchè se non vivi un'esperienza sulla tua pelle è pressocchè impossibile, ma per accettarli e poterli aiutare nel modo in cui loro hanno bisogno.Vai a Inizio Pagina
   
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