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hanneloregrass
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Inserito - 26/01/2002 :  18:48:09  Mostra Profilo  Replica con Citazione Invia un Messaggio Privato a hanneloregrass

Quegli occhi azzurri, chiari come aria di primavera, color acqua, ma senza la sua freddezza, furono la prima cosa che notai. Aveva l’aria timida, quasi un po triste. Veniva voglia di prenderla in braccio e consolarla. Forse quel giorno la guardai troppo intensamente, perché fuggì quando feci un passo nella sua direzione. Fu così veloce che non avevo nessuna speranza di rincorrerla, ma solo quella di poterla rivedere.
La seconda volta la vidi qualche giorno dopo, per caso, davanti al giornalaio. Era seduta al sole, aveva la faccia alzata verso quel primo calore di primavera. Sentivo il mio cuore battere forte: era bellissima. Emanava una pace che veniva da dentro e che risplendeva, riscaldando anche me. Questa volta l’osservai meglio. Doveva avere famiglia, era posata, una mamma, ma sembrava molto sola. Non avevo il coraggio di rivolgerle la parola e così la osservai da lontano fino a quando non aveva più senso quel mio passeggiare avanti e indietro. Mi allontanai come un ladro. In fondo avevo rubato quella visione che poi per giorni mi tornava in mente, risvegliando in me una grande felicità.
Col tempo la vidi sempre più spesso. In genere davanti ai negozi. Devo ammettere che ormai li frequentavo assiduamente, sperando ogni volta di rivederla. Ormai mi notava, mi vedeva, anche se il suo sguardo passava attraverso cose e persone come se non le interessasse niente. Ebbi perfino il coraggio di parlarle: “Buon giorno, come stai oggi? Una bella giornata dopo questo inverno gelido, vero?” Mi rispondeva con un cenno della testa, un gesto reale, degno di chi è abituato a farsi gli affari suoi.
Col tempo diventammo amici. L’avevo abituata anche a farsi accarezzare. Quando mi vedeva, si alzava e mi veniva incontro, strusciando la schiena contro il mio stinco. Non aveva mai fretta, tutto quello che faceva aveva una maestosità che raramente si osserva nelle persone.
Il suo pelo lucido era del colore della panna di una volta: chiaro con una punta d’oro. Le sue orecchie erano nere in punta e il colore sfumava verso la nuca. Il suo corpo era gracile, sinuoso, flessibile. Quando la toccai per la prima volta, ero sorpresa dal calore che emanava. Era la cosa più morbida che avessi mai toccato. Calda, morbida, con muscoli d’acciaio. Quando le parlavo, faceva le fusa. Mi guardava con quegli occhi celesti, a mandorla, e li chiudeva appena un po per farmi capire che le piaceva.
Uscendo dal supermercato le portavo qualche leccornia: prosciutto, carne, pollo arrosto. Piano piano prendemmo l’abitudine di stare insieme qualche minuto, a volte anche mezz’ora.


Era diventata un punto fisso del mio programma quotidiano. Mi aveva ridato la gioia di vivere, di uscire, di vedere qualcuno. Sentiva che per me era speciale e, dopo qualche tempo, mi accompagnava per un pezzo sulla mia strada.
Non osavo nemmeno pensare di portarla a casa con me, ma immaginavo come sarebbe stato: avrei preparato un cestino con un cuscino, una ciotolina per la pappa e una tazza per il latte. Avremmo guardato la televisione insieme, lei sulle mie ginocchia e la mia mano nel suo pelo setoso. Avrebbe dormito sul mio letto e ci saremmo alzate insieme, la mattina. Io che facevo ginnastica e lei che si stiracchiava. Passavo la giornata a sognare di come sarebbe stato bello. Chiedevo in giro, se qualcuno sapeva da dove venisse, ma tutti l’avevano vista e nessuno sapeva di chi fosse. Così cominciai a credere che poteva davvero essere mia, di portarla a casa con me.
Quando mi accompagnava, facevo in modo di darle qualche pezzetto di carne man mano che avanzavamo sulla mia strada, perché venisse sempre più lontano. Un giorno riuscii perfino a farla arrivare davanti al mio portone. Quel giorno mi sentivo come una sposina: canticchiavo allegra come tanti anni fa. Non preparavo niente per lei, per scaramanzia, ma sapevo dove avrei reperito subito tutte le cose necessarie e avevo messo da parte qualche soldo della mia pensione. I miei figli e nipoti ormai conoscevano ogni dettaglio di questa storia e la chiamavano “la gatta della nonna”. In fondo però non credevano alla mia storia, pensavano che l’avessi inventata per essere meno sola. Gliela avrei fatta vedere io!
Ma un giorno la gatta non c’era più e non l’ho più vista.

Hanni

   
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