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Roberto Mahlab
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Inserito - 19/01/2004 :  00:04:08  Mostra Profilo  Visita la Homepage di Roberto Mahlab Invia un Messaggio Privato a Roberto Mahlab

"Significa rosa, come il fiore, prova a ripeterlo con gli accenti giusti". Cui Di mi spiegava che la vocale finale della prima parte del suo nome si pronunciava con il primo tono che in cinese parte dal punto piu' alto della voce e continua allo stesso livello e che la vocale finale della seconda parte del suo nome si pronunciava invece con il secondo tono che in cinese parte a meta' tra il punto piu' basso e quello piu' alto della voce e velocemente si innalza.

Era il 1988, primavera, primo pomeriggio, eravamo su un pulmino, giovanissimi, tra Tianjin e Pechino, mentre mi insegnava a pronunciare il suo nome, la ragazza disegnava sull'ultima pagina del mio vocabolario i caratteri che lo componevano. Eravamo fermi da due ore in mezzo ad una foresta, un passaggio a livello che non si alzava, le chiesi a che cosa serviva quella barriera, visto che non si vedeva traffico. "Non lo so", rispose, "il nostro paese e' immenso e pochi sanno quello che vi succede e perche'". Le strade erano poco asfaltate, il pulmino che ci avrebbe condotto alla fabbrica di tessuti faticava a superare i carretti trainati da cavalli e i veicoli a motore a tre ruote. Ogni tanto compariva un'auto nera che a tutta velocita' superava tutti e spariva all'orizzonte, "sono le auto dei dirigenti quelle", mi spiegava paziente Cui Di. Vestiva una lunga gonna blu scura, una semplice camicetta bianca senza maniche, magrissima, aveva i capelli lunghi e nerissimi, il volto liscio e dai tratti orientali, era molto bella e arrossivamo tutti e due mentre ci guardavamo ridendo per la mia poca maestria con i complicati accenti della sua lingua.


Nel sedile dietro di noi sonnecchiava Yu Wenjian, il giovane responsabile del reparto esportazione, Cui Di era stata nominata sua assistente proprio quella mattina, il suo primo incarico di lavoro. Il pulmino aveva lasciato Tianjin verso mezzogiorno e i fogli del mio vocabolario si erano poco a poco riempiti dei caratteri che indicavano i luoghi che attraversavamo, la "Gu Wen Hwa Jie", la via della cultura antica, centro della citta', negozi per turisti, in legno colorato, in cui rimanevo affascinato ad ammirare incredibili sculture di avorio e corallo, costavano cifre ridicole, ma erano impossibili da trasportare. Poi attraversammo il lunghissimo ponte sullo "Hai He", il fiume del mare che collegava la citta' al porto sul Mar Giallo, di fronte, lontanissima, la penisola di Corea. Una colonna infinita di biciclette, unico mezzo di trasposto consentito agli abitanti a parte le auto utilizzate per trasportare gli uomini d'affari, occupava le quattro corsie, non esisteva un senso di marcia preciso e l'autista del nostro mezzo con bravura appresa dall'abitudine zigzagava arrestandosi e ripartendo tra gli imperturbabili ciclisti.


Giungemmo alla fabbrica a meta' pomeriggio, una cittadella di piccoli mattoni chiari, il grande ingresso sormontato da un arco sottile sul quale sventolavano una decina di bandiere dai colori diversi, parcheggiamo sullo sterrato al cui centro c'era una scultura di pietre che rappresentavano una montagna, circondata da un giardino fiorito.
Un tema che veniva ripreso all'interno della costruzione da un quadro a muro, disegnato sulle piastrelle. Accaldati dopo il lungo viaggio, fummo ricevuti da una sorridente delegazione che ci invito' subito nella sala del pranzo. Al centro del tavolo c'era un enorme cerchio rotante colmo di piatti di cui era difficile comprendere il contenuto. Cui Di si prese cura di me, staccava per me per primo con le bacchette bocconi da ogni piatto e io la guardavo desolato e terrorizzato, parevano pezzetti di piovra ricoperti di ventose. Cui Di mi insegno' a coglierli dal mio piattino con le bacchette e io le mostrai come si riesce a far ricadere il cibo senza riuscire a portarne alla bocca un solo pezzetto.


Poi visitammo la fabbrica, una gigantesca sala con centinaia di donne chine a tagliare e comporre e cucire scampoli di tessuto, Wenjian mi sussurro' all'orecchio che era un lavoro precario, la fabbrica, come tutte in Cina, era proprieta' dello stato e quando una donna rimaneva incinta, perdeva il posto. Durante il viaggio di ritorno appresi delle due valute, una per gli stranieri a cambio fisso verso il dollaro e una per gli abitanti del paese che correvano rischi se scoperti ad avere in tasca banconote dell'altra. Mi riportavano in albergo per tornare alle loro case di pietra, in cui era difficile avere l'acqua corrente in modo regolare.

Scesi dal pulmino e mi colse un presentimento, invitai Cui Di e Wenjian a seguirmi all'interno, era ormai sera e si udiva una musica allegra provenire dal pub, i miei amici cercarono di spiegarmi che non era il caso ma io insistetti, c'erano due guardie alla porta e fecero segno che solamente io potevo entrare e lanciarono sguardi duri verso i miei ospiti. "Non si puo'", mi disse Wenjian, "il governo non vuole che entriamo nei locali con gli stranieri", li abbracciai e li portai dentro. Sedevamo nella penombra, parlammo poco mentre il gruppo rock si esibiva e ci portavano al tavolo le bibite, Cui Di e io ci guardavamo, Wenjian si infagotto' nella sua poltrona, lo stesso pensiero che avevo io sicuramente, perche' io potevo condurre una vita in cui il piu' semplice divertimento non era proibito? In un solo istante divenimmo fratelli, senza parole comprendemmo che sarebbe venuto il tempo e che noi non ci saremmo mai tirati indietro per contribuire. Poco dopo li accompagnai all'uscita, sotto lo sguardo burbero delle guardie, poi fino al pulmino, credo che anche Cui Di avesse compreso quello che io vedevo nel futuro, con una dolcezza che mi avvolse assenti' con il viso, come fanno le donne che vogliono far capire che accettano, io presto sarei volato lontano, ma insieme a Wenjian quella sera avevamo precorso il tempo, quando gli steccati sarebbero scomparsi.

Era il 1989, primavera, Wenjan, rilassato e sereno, aveva appena dovuto accennarmelo, aveva sposato Cui Di, lei ora lavorava come dirigente in una ditta di esportazioni di pelli, io sapevo che sarebbe successo e lui sapeva che quella sera dell'anno prima tutto era stato deciso in quel locale, da noi tre, fratelli in un mondo ostile che avevamo sfidato.

Soffiava il vento e scompigliava le cime degli alberi lungo lo Hai He e i nostri cuori esultavano, le notizie riportate da amici nella capitale narravano del viaggio di Gorbacev a Pechino, il nuovo giovane capo del grande vicino del nord, un bagno di folla, cosi' come i bagni di folla che nei paesi dell'est europeo osservavano il cielo non piu' cupo di prigioni. "Aspettiamo un bambino", mi disse Wenjian e per dieci minuti ci scambiammo pacche sulle spalle e bicchieri di te'.


Dalle finestre della sala dell'albergo si notava un inconsueto radunarsi di gente, a piedi e non in bicicletta, con bandiere e striscioni, il ponte sullo Hai He ne era sommerso, un numero incalcolabile, silenziosi, sempre piu' numerosi, il coraggio da contagioso divenne normalita'. Qualche cosa che mai si era visto da decenni. Anche io feci qualche cosa che mai qualcuno aveva fatto da decenni, presi la macchina fotografica dal mio zaino e attraverso i vetri prima e poi correndo in strada dopo, scattai.

Wenjian mi rincorse per darmi un foglio di giornale, aveva la stessa testata del giorno precedente, ma invece di elencare noiosissimi discorsi di politici locali e di proclami governativi, le pagine odoravano di primavera, come un risveglio sorpreso all'alba in mezzo ad un bosco. Parlava, la Cina parlava, liberamente, parlava la gente e non i potenti.
"Nascera' tra poco, in questa primavera, il nostro bambino, per lui sara' tutto diverso allora", continuo' Wenjjan, "Cui Di vorrebbe vederti nei prossimi giorni". "Se potessi svilupparle qui, le farei vedere le foto allora", risposi contento.


Non avvenne, Wenjian quella sera aveva lo sguardo scuro, di fredda disperazione, i capi del paese non erano giovani, erano sempre gli stessi e l'immensa folla che riempiva le citta' inizio' ad avvertire brividi freddi al vento che spirava dalla capitale. Il giorno seguente fui fermato ad un posto di blocco da un militare, dovetti tornare in albergo, gli ambasciatori raccomandavano ai loro concittadini di rimanere in camera, pronti ad obbedire all'ordine di evacuazione verso l'aereoporto. Non potei neppure salutare Wenjian ne' rivedere Cui Di.

Era il 1990, primavera. La Cina appariva essere tornata a due primavere prima. Wenjian e Cui Di erano al mio tavolo, eravamo silenziosi. Lei sorrise :"Ci siamo mossi troppo presto forse, ma la montagna si e' messa in marcia e il fiume Hai He la trasportera' infine all'oceano".

Avvenne, poco a poco, i giovani di Tienamen avevano rialzato la testa della Cina, i carri armati la riabbassarono, ma non poterono piu' controllare i cuori e le menti, liberati. Non riuscirono a costruire la cittadella subito, ma essa crebbe anno dopo anno.
Rivedro' presto i miei amici e il loro bambino, per lui guarderanno ad un futuro di nuovo diverso e quella frase :"quei vent'anni che ci hanno fatto perdere", del popolo cinese rivolto ai loro capi, sara' un giorno ricordata solo sui libri di Storia.

Forse presentivamo tutto, noi tre fratelli senza confini, quella sera della primavera del 1988, senza parole, Cui Di aveva assentito con il viso, come fanno le donne, quando vogliono far capire che accettano.

Roberto

   
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