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 La corriera 23.
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riccardo resconi
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Inserito - 07/03/2009 :  12:54:17  Mostra Profilo Invia un Messaggio Privato a riccardo resconi
La corriera 23.


Ero all’Università in quegli anni.
Studiavo Psicologia e frequentavo il terzo anno.
Sostenevo con fatica, ma altrettanta caparbietà, gli esami .
La passione per la materia e per tutto quello che la circondava, riusciva a sopperire a tutti i sacrifici e tribolate giornaliere.
Non avevo casa in città perché le condizioni economiche dei miei genitori non erano tra le più floride.
Ero la loro unica, piccola figliola, avuta in tarda età.
Mia mamma Ester mi aveva avuto a quarant’anni suonati.
Me lo diceva sempre:” Tu Flora sei stata il segno del signore”
E nel frattempo sgranava il rosario.
Io apprezzavo, ma contenevo la gioia.
Una differenza di età così ampia tra genitori e figli porta in modo irrimediabile a conflitti generazionali.
Certo, ero e sono piuttosto tranquilla come ragazza ma, un ma c’è.
Un ma di condivisione, un ma di esperienze insieme, un ma di complicità, che mi erano mancate.
Inoltre la loro origine contadina non aveva facilitato le cose.
C’è anche un però.
Però mi hanno amata, però c’erano sempre con la loro semplicità, però il loro essere così ha fatto di me una donna forte.
Questi pensieri occupavano appieno la mia mente in quei giorni.
Non so esattamente dove volessi andare a parare, ma io sono stata sempre quella delle mille domande e guai a non avere mille e una risposta…

Come dicevo poco innanzi, per andare in città usavo la corriera, in quanto Flora al volante equivaleva a uscire nella prima edizione del telegiornale “Firenze News” per scampato massacro.
Usavo quasi sempre la stessa linea, la 28.
Ma quel giorno, sotto la pensilina ad attendere il suo arrivo, rimasi per non poco tempo.
Dopo aver picchiettato con le mani il vetro a cui ero appoggiata, dopo aver guardato il cielo cambiare più volte colore , dopo aver tolto uno stivale per grattarmi sotto il piede, sentii lo sbuffare di un automezzo che arrancava sulla salita, pronto a inforcare la curva a gomito: una corriera stava per fare il suo ingresso trionfale nella piazzetta del paese.
Guardai verso il conducente in cerca del numero posto esattamente a pochi decimetri dal suo capo.
23!
Non era il mio. Accidenti. Dove accidenti si è ficcato il vecchio Gustavo?
La frenata del mezzo si sentì fino agli Appennini.
La porta si aprì in un sinistro rumore di ferraglia e una testa riccia fece capolino.
Mi guardò e mi disse: ”Oh bella uagliona, scusate il ritardo.
E’ la mia prima giornata di lavoro ed ancora non mi ci raccapezzo in mezzo a tutte queste colline.
Io lo guardai con faccia altrettanto stralunata.
-E questo chi è?
Che ci fa un napoletano a Firenze ,al posto di Gustavo?
-Allora signuri’,che fate salite?
-Un momento,con calma.
Io sto aspettando la corriera numero 28 e non la 23, per piacere.
-Ma allora vui nunne sapite niente.
E’ stata soppiantata. Nunne esiste chiù.
Mò c’e’ so io.
-Ascolti,una cosa alla volta.
-Le spiego.
-Ma non mi dia del lei,io so’ Gennaro.
-Ma quale tu e tu.
Io voglio solo andare a Firenze,e basta.
-E allora facimmo accussi’ signuri’.
Voi salite e io a Firenze vi ci porto,almeno penso.
-Come, almeno penso?
-Scherzo,sto’ pazzianno.
Salga pure, altrimenti agli altri passeggeri che ci racconto, che nà pazza non vuole salire sull’autobbus solo perchè è cagnato ù nummero.
-Pazza a me?
Gennaro o come diavolo si chiama lei, io salgo, ma al nostro arrivo lei non la passerà liscia.
-E va’ buò, ma intanto salite.
Inviperita come poche, salii di fretta e mi sedetti nell’ultima fila, e per tutto il tragitto tenni la testa bassa per evitare lo sguardo di quel maleducato, che invece era così impertinente da guardare nello specchietto verso di me.
Arrivata in città volai fuori dalla corriera, ripromettendomi di non incontrare mai più quell’idiota.
Passarono alcuni giorni, ma quel giovedì la corriera 23 con Gennaro si presentò alle 7 puntuale come le linee ferroviarie giapponesi.
Salii con diffidenza, ma Gennaro, precedentemente ammonito dal suo capo, con fare gentile ma gelido come un merluzzo Findus mi disse solo: ”Verso il fondo c’e’ posto”.
Anche lì, fui sommersa da mille domande e sensi di colpa.
Era stato il mio comportamento arrogante forse a fargli avere la strigliata, avevo forse esagerato?
La pancia era in subbuglio, non potevo stare zitta.
Mi avvicinai a lui, alzandomi dal mio posto.
-Signor Gennaro, volevo dirle, insomma mi volevo scusare per qualche giorno fa.
- Cumme ve chiammate signuri’?
-Io Flora.
-Allora piacere.
-Piacere mio Gennaro.
-Vedete Flora, non volevo essere maleducato, ma la mia esuberanza mi ha fatto andare oltre.
Scusatemi.
Passai il resto del percorso a chiacchierare amorevolmente con quest’uomo, nonostante sul mio capo fosse ben scritto “ non parlare al conducente”.
Ma quel conducente aveva anche un nome.
E per me era più importante quello.
E così nei giorni a venire fu un susseguirsi di incontri.
Ero felice di aver scoperto un lato del mio carattere aperto al dialogo verso gli sconosciuti, ma anche l’umanità che quest’uomo aveva.
Qualsiasi passeggero era per Gennaro un passeggero speciale.
Uno a cui raccontare qualcosa di divertente, o qualcosa di incoraggiante per l’esame da sostenere a scuola, o semplicemente un buongiorno da dare al cupo esattore delle tasse raccolto nel suo paltò grigio ed abbracciato alla sua cartelletta nera vilpelle.
Insomma quella corriera era permeata d’amore e vita quotidiana.
Era un piacere salirci e tante volte avresti preferito soffermarti più a lungo.
Le mille storie ed i mille volti che si susseguivano erano una vera e propria scuola di vita.
Un romanziere ne avrebbe tratto qualcosa da raccontare, un filosofo avrebbe espresso parole ardite, un giornalista avrebbe certo trovato lo spunto per un articolo di folclore locale.
Ma a parte tutti i dotti, quello che provavo io era altro.
Era un misto di ammirazione, di invidia per la sua naturalezza, per quella sua capacità quasi irreale di trasmettere felicità alle persone.
Pensai, non in preda a funghi allucinogeni, che fosse sceso un angelo in Toscana e che io l’avevo lì a portata di mano e potevo toccarlo.
Quella volta che una scolaresca di ragazzi parlava di aquiloni, Gennaro ascoltò e stava quasi fermando la corriera in mezzo alla campagna, per poter spiegare loro come aveva risolto non so quale difetto degli stessi.
Quella volta che un vecchio barbone alzò il bastone al cielo per poter salire, nonostante non fosse la fermata giusta, lui bloccò l’autobus, apri le porte e lo fece salire.Eviterei la parte dell’odore, ma il gesto fu esemplare. Naturalmente era senza biglietto, che pagò lui.
La volta che un anziano passeggero fu preso da un malore, la corriera deviò di non pochi chilometri il suo percorso, forse facendo anche arrabbiare qualcuno, ma Gennaro voleva che un dottore vedesse subito quell’uomo, in modo da poter continuare il viaggio con l’animo in pace.
La volta invece che due uomini si azzuffarono per il sol motivo del posto a sedere, lui risolse la questione dopo aver chetato gli animi, con una partita a carte.
Entrambi i contendenti accettarono la sfida e di buon grado anche la perdita di uno di loro.
La volta invece che Andrea, un ragazzino minuto e introverso stava facendo ritorno a casa in lacrime, Gennaro gli chiese il perchè del pianto.
Il brutto voto che doveva confessare ai suoi genitori era un fardello troppo pesante.
Lui si offrì di accompagnarlo per far capire loro che un brutto voto non era la fine del mondo.
Non seppi mai come fini esattamente quella vicenda.
Finii l’universita’ dopo tre anni, laureandomi con 108 su 110
Fui contenta davvero di smettere,la fatica era diventata tanta.
Psicologia era adesso il mio futuro.
Dopo altri sacrifici economici ,anche da parte dei miei genitori,aprii uno studio piccolino vicino a Firenze.
Anche lì i costi erano talmente alti che dovetti fare una scelta.
Però il borgo in cui mi sistemai era tranquillo.
All’inizio i pazienti erano pochi, ma ero comunque contenta.
Sono passati alcuni anni ed ora il mio studio è ben avviato.
Pochi giorni fa, aprendo un manuale, mi sono ritrovata in mano uno sgualcito biglietto di corriera. Ho osservato meglio:
era della tratta che avevo percorso per diversi anni con Gennaro.
Un ritorno al passato e a tutto quello che avevo vissuto con quell’uomo e con tutta quella gente semplice.
Ho pensato che non ci sarebbe stata università tanto importante che mi avrebbe potuta arricchire così come quel periodo.
Penso che inconsapevolmente, con i miei pazienti, adottavo una tecnica tutta mia.
E penso che, anche stavolta, Gennaro ci abbia messo lo zampino.
Grazie Gennaro e grazie a quella vecchia, cigolante, rumorosa
corriera 23.


patapump

   
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