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Roberto Mahlab
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Inserito - 16/05/2006 :  14:40:34  Mostra Profilo  Visita la Homepage di Roberto Mahlab Invia un Messaggio Privato a Roberto Mahlab
Osservavo da lontano il tram che stava per partire dal capolinea, il borsone era pesante e non avevo nessuna voglia di mettermi a correre per riuscire a prendere il mezzo, anzi, rallentai apposta, mi rendevo conto ironicamente di comprendere il significato del termine "fatalismo", avrei atteso il prossimo. Non sarebbe stato tempo perduto, ma tempo deliziosamente prezioso, mi appoggiai alla balaustra di metallo e trassi dal borsone un libro, era un giallo di Agatha Christie, "Assassinio sul Nilo" si intitolava. Sospirai di piacere, sperai che il tram successivo tardasse e mi immersi nella lettura.

Il cielo mutò colore, le ombre della sera sostituirono le ultime luci del pomeriggio, la piazza era quasi deserta, un alito di aria rinfrescava la temperatura dell'estate in arrivo. A quell'ora di solito il mezzo pubblico si fermava e ripartiva con solo me come passeggero, era tardi, chi aveva appuntamenti o la cena da preparare aveva corso per prendere il tram che io avevo visto allontanarsi poco prima.
Sulla mia destra si avvicinò un uomo, alto e robusto, in un leggero impermeabile, un giornale finanziario sotto il braccio, lo dispiegò e lo aprì su una pagina centrale, lo osservai di sottecchi e poi ripresi a leggere, un rumore di fronte, dall'altra parte del marciapiede, il portone con sbarre di ferro della banca si aprì e una donna corpulenta che indossava un grembiule azzurro e ciabatte sciatte uscì con un secchio, era pieno di acqua nera, lo rovesciò nella griglia sul marciapiede. Ripose il secchio e si asciugò il sudore, dietro le sue spalle un paio di spazzole appoggiate sull'ingresso in vetro.

L'uomo che si trovava a pochi metri dal mio fianco destro chiuse il giornale con gesto deciso, un altro uomo, tarchiato e in giubbotto di pelle nera, lo osservava attentamente dall'angolo del marciapiede. Appena il giornale scomparve nella tasca dell'impermeabile del primo personaggio, il secondo prese a correre verso la donna appoggiata alla porta di ingresso della banca.

All'improvviso mi apparve tutto ovvio.

Lo soprannominavano Ferdi, passava le giornate a giocare a biliardo in una bettola della città vecchia, come facessero gli avventori a scorgere il tavolo tra le folate di denso fumo di sigaretta, era un mistero dei sensi, il proprietario versava il vino nei bicchieri solo dopo essere stato pagato, era riuscito a rimanere aperto non facendo mai credito a nessuno ed era noto per la sua intransigenza. Ferdi gli lanciò un'occhiataccia e poi scucì le due monete. Era uscito di casa nel tardo pomeriggio, al solito si era svegliato verso mezzogiorno, giusto per gridare alla madre che aveva fame, la donna scuoteva la testa, rassegnata, ma in fondo contenta che il suo unico figlio e l'unica ragione di vita avesse bisogno di lei. Dopo il pranzo, il figlio le raccontava che andava a lavorare, la madre non discuteva e non chiedeva, faceva finta di crederci e si sentiva sollevata. Ferdi raggranellava qualche banconota con piccoli furtarelli e frequentando ricettatori, spendeva tutto in vino e biliardo, talvolta, quando era alle strette, riusciva persino a farsi dare una parte della pensione dalla madre.
Due mesi prima aveva incontrato Hasim, immigrato clandestino, un'avvventurosa fuga da un paese al di là del mare il cui nome Ferdi non avrebbe saputo neppure pronunciare, a dire il vero la loro conoscenza non era nata proprio come un'amicizia, Ferdi al solito si comportava da gradasso e aveva dato una spinta alle gambe distese di Hasim, seduto ad un tavolo del locale a bere. Hasim non aveva reagito, non che avesse spostato le gambe, proprio non aveva mosso un muscolo, si era irrigidito, Ferdi comprese di aver infastidito un ceffo più tosto di lui quando, pochi istanti dopo, si ritrovò un coltello a lama seghettata alla gola. Il proprietario del locale estrasse una rivoltella da un cassetto e si mise tra i due :"davvero voi credete che io avrei mantenuto questo locale vivo e vegeto fino ad oggi se avessi permesso che un solo, singolo, litigio fosse degenerato tra i miei clienti?, mai la polizia è entrata qui, mai, capite?" e puntò la pistola verso lo stomaco di Hasim. I due litiganti si sciolsero dall'abbraccio mortale, Ferdi crollò su una sedia, non gli era mai capitato di rischiare davvero, era la prima volta in cui faceva lo sbruffone con un estraneo al suo giro.
Si rividero le sere successive ed entrarono in confidenza, due perdenti che si raccontavano le loro desolate imprese per risultati da quattro soldi. E poi i sogni, di un colpo unico, definitivo, che permettesse ad Hasim di tornare a casa e mostrare di che cosa era capace al capo del clan della costa e che consentisse a Ferdi di andarsene, in tasca aveva un manifestino con la pubblicità di un'isola lontana, un pò di denaro per comprarsi un locale sulla spiaggia e poi bagordi a non finire.

"Mi hanno dato una dritta", Hasim sciorinava lentamente le parole, il suo accento non era dei migliori e voleva che Ferdi capisse. "Una banca, di sera, dopo la chiusura, la donna delle pulizie esce per versare l'acqua sporca del secchio, tu mi fai cenno, io corro e la spingo dentro, ho un pò di strumenti per spaccare la cassa continua, arraffiamo tutto e filiamo".
Ferdi prese lo straniero per la manica della camicia :"guarda che nel giro io mi chiamo 'Ferdi il preciso', come in quel film con Al Piccino, io sono quello che non sbaglia, prepareremo il colpo nei dettagli, ci eserciteremo a spaccare il secondo", adorava quella parte, quando si calava nei panni di un criminale da cinematografo e faceva la parte del duro. "Pacino, non Piccino, Pacino... "gli rispose Hasim esasperato, ma non aveva scelta e poi era meglio, con un compagno così, andare sul sicuro.
Per tre settimane Hasim si recava nella piazza della banca, segnava su un foglio gli orari in cui la donna di servizio apriva il portone per gettare l'acqua sporca, poi andava ad incontrare Ferdi in un sottoscala di una scuola di periferia e lì fingevano di ripercorrere la scena del giorno del colpo, Ferdi piazzato di fronte alla banca, un giornale aperto nelle mani, la donna usciva, lui richiudeva il giornale, era il segnale per Hasim appostato dietro l'angolo, si metteva a correre e spingeva la donna dentro la banca, tutto eseguito in silenzio e con scioltezza, anche se ci fosse stato un testimone a quell'ora, cosa che dubitavano dato che avevano notato che i fruitori del servizio di quel tram non avevano mai, mai, perduto quel mezzo per poi prendere il successivo, la rapina avrebbe avuto luogo dopo la partenza del mezzo e prima dell'arrivo di quello dopo, un deserto perfetto, senza imprevisti.

Alina era stanca e sudata, non ne poteva più, una vita ingrata per guadagnare qualcosa che poi spariva nelle tasche dell'uomo che aveva incontrato un disgraziato giorno nel nuovo paese e che la sfruttava, era lei a lavorare, era lei a cucinargli i pasti, era lei a fare la coda ogni mese al commissariato per farsi timbrare il permesso di soggiorno, era lei a sognare una via di uscita, era lei ad accorgersi che non ne aveva la forza, era fuggita dal villagio nel Mali tanti anni prima, anche là era lei a lavorare ed era lei a cucinare ed era lei a prendersi le scudisciate di un marito violento. Erano le nove di sera, aveva pulito il pavimento e spolverato i banconi, lo straccio bagnato più e più volte strizzato nel secchio ormai pieno. Aprì il portone e poi spinse le grate di ferro, uscì sul marciapiede e gettò il contenuto del secchio nella griglia, poi si appoggiò esausta alla vetrata.

Era troppo chiaro, troppo facile, troppo evidente, richiusi il giallo di Agatha Christie e lo gettai verso l'uomo che aveva appena ripiegato il giornale, si volse allarmato dall'ombra che gli stava per cadere addosso e prese il libro al volo, ingarbugliando i movimenti e stortandosi una caviglia. Corsi verso la donna delle pulizie proprio mentre l'altro uomo tarchiato in giubbotto nero la raggiungeva, mi misi in mezzo tra i due, lei divenne pallida e gridò, lui si arrestò con gli occhi sgranati, perse sia l'equilibrio fisico che quello mentale, si spaventò e con voce spezzata mormorò :"ma chi sei tu?".

"Io sono l'imprevisto".

Ferdi era già scappato, il giornale rimasto per terra con le pagine mosse dal venticello, Hasim lo rincorse con lo sguardo e poi si volse e fuggì pure lui, non sarebbero andati lontano, i loro precisi identikit sparsi tra tutte le auto della polizia, due testimoni e i disegni dei volti.

Alina uscì e svuotò il secchio, l'uomo alla mia destra ripiegò il quotidiano e diede uno sguardo impaziente all'orologio da polso, scosse la testa e se ne andò verso la stazione dei taxi. Il secondo uomo correva verso la donna, apparentemente, ma la superò, fino ad abbracciare una ragazza che stava arrivando verso di lui dall'altro angolo della piazza. Si presero per mano e felici si avviarono a divertirsi in un locale. Mi accorsi del tram che finalmente arrivava, riposi il giallo nel borsone e salii.
Seduto nel mezzo pubblico che ripartiva, soppesavo gli atteggiamenti e le azioni dei personaggi che avevo avuto vicino, nell'arco della mia visione, pensai ad Agatha Christie e a come aveva immaginato il suo "Assassinio sul Nilo", mentre stava sorseggiando un tè su un piroscafo che risaliva la corrente, durante un viaggio di piacere nell'antico paese. Osservava gli altri passeggeri e li incastrava in un'opera della sua fantasia che prendeva forma, poco a poco. All'arrivo a Luxor probabilmente salutò i suoi personaggi, erano tutte brave e attente persone che mai avrebbero compiuto delitti nè mai si sarebbero arrischiati a risolverli, li aveva solo presi in prestito.

Come quella sera avevo fatto io, con Alina, Ferdi e Hasim, non esistevano, avevo preso a prestito gli attimi di tre vite, per scrivere un racconto.

Roberto Mahlab


   
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